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Qualcuno con cui scrivere

  • La macchina non vi ruberà l’anima (più probabilmente il reddito)

    5 Giugno 2026

    Il dibattito italiano sull’intelligenza artificiale e la musica si combatte sul terreno sbagliato. Non è la generazione il problema: è chi possiede i mezzi di generazione e su quale lavoro accumulato sono stati costruiti.

    Nel 2023, in un’intervista con Zane Lowe per Apple Music, Damon Albarn prende in mano un Suzuki Omnichord, schiaccia un tasto e dallo strumento esce – intero, riff di piano e fill di batteria compresi – il giro di Clint Eastwood. Il preset si chiama «Rock 1». È del 1981. Su quel loop, vent’anni dopo, i Gorillaz hanno costruito il loro primo singolo, il pezzo che li ha trasformati da progetto grafico di Jamie Hewlett in una band vera. Albarn quel giro non l’ha composto: l’ha trovato, acceso e ci ha rappato sopra. Da allora nessuno ha mai sostenuto che Clint Eastwood non sia musica.

    Tengo a mente questa scena ogni volta che, in Italia, parte la discussione sull’intelligenza artificiale generativa applicata alla musica. Perché il dibattito da noi è arretrato due volte. È arretrato sul piano legislativo, dove arriviamo buoni ultimi e male. Ma è arretrato prima ancora nel modo in cui pone la domanda: c’è un popolo numeroso e arrabbiato di musicisti convinto che la musica fatta con l’AI «non sia musica», che non sia ascrivibile alla stessa dignità di quella «suonata». E finché si litiga su questo – è musica vera? – non si litiga sulla cosa giusta. La domanda giusta non è se la macchina possa fare musica. È chi possiede la macchina e su quale lavoro è stata costruita.

    Sono tre questioni diverse che il discorso italiano fa collassare in una. Proviamo a separarle, perché è separandole che si capisce dove sta davvero il furto – e dove invece non c’è nessun furto.

    La domanda sbagliata

    «È musica?» non è una domanda neutra. È una mossa di confine. È il gesto con cui un campo – nel senso di Bourdieu, l’insieme di chi è già dentro e detta le regole dell’ingresso – decide chi consacrare e chi tenere fuori. È la stessa identica reazione che hanno ricevuto in faccia, nell’ordine: il campionatore («ruba i dischi degli altri»), la drum machine («non c’è un batterista vero»), l’Auto-Tune («non sa cantare»), il giradischi usato come strumento («è solo uno che fa girare dischi»). La storia della musica del Novecento è in buona parte la storia di oggetti accusati di non essere veri strumenti e di pratiche accusate di non essere vera musica, fino al momento esatto in cui lo sono diventate – quasi sempre per mano di chi le ha piegate a un uso non previsto.

    Dietro l’accusa c’è sempre la stessa ansia: che la riproducibilità tolga all’opera la sua aura, quell’alone di unicità e presenza che Walter Benjamin, già negli anni Trenta, dava per perso con la fotografia e il cinema. Solo che l’aura non se n’è mai andata: si è spostata. E il criterio della purezza esecutiva – la dignità che starebbe nelle dita, nel fiato, nel «l’ho suonato davvero» – non è una costante antropologica della musica. È un’idea sorprendentemente recente e sorprendentemente borghese. È il feticcio del virtuoso romantico, l’eroe ottocentesco che soffre sullo strumento. Per la stragrande maggioranza della storia umana la musica è stata gesto collettivo, anonima, copiata, rubata, rifatta. La dignità dell’opera non è mai stata nel mezzo. È nel gesto. Il preset «Rock 1» c’era già; Clint Eastwood no.

    Detto questo – e lo dico perché odio gli argomenti che vincono barando – una differenza c’è e fingere che non esista indebolisce tutto il resto. Quando tweakkо un preset di una drum machine o di un synth manipolo un oggetto finito, che vedo e di cui controllo ogni parametro. Quando invece prompto dentro un modello generativo, una parte della decisione compositiva la delego a una funzione statistica che interpola in uno spazio latente che non vedo e non governo del tutto. Non è «una è musica e l’altra no». È che nel secondo caso divento autore di un processo più che di ogni singola nota. Il che, attenzione e interessantissimo e ha una nobiltà sua. Brian Eno ci ha costruito mezza carriera, sulla delega controllata del caso e del sistema: imposti delle regole e stai a guardare cosa producono. E gli Autechre, su quella stessa intuizione, hanno costruito direttamente la macchina – patch generative, sistemi algoritmici che compongono al posto loro, live set che da almeno vent’anni non sono brani riprodotti ma software che genera materiale in tempo reale, spesso al buio, anche per loro in parte imprevedibile. Sean Booth e Rob Brown promptavano dentro un sistema scritto da loro stessi, di cui non controllavano del tutto l’esito, molto prima che «promptare» volesse dire questo. Ma resta un grado diverso di autorialità, non lo stesso identico gesto. Riconoscerlo non toglie niente alla dignità dell’opera. Toglie qualcosa, semmai, solo alla retorica di chi vende il proprio lavoro come «ho schiacciato un bottone ed è uscito il genio». Tu sai cosa stai facendo, o non lo sai. Questa è la differenza che conta sul piano estetico – e non ha niente a che fare con la macchina in sé.

    Liquidata la domanda ontologica, resta quella vera.

    Dove sta il furto

    Io con la tecnologia ci sguazzo da quando ero ragazzino e la mia posizione è semplice: la dignità di un’opera, comunque la si crei e intoccabile – nei limiti dati dalla legge. Il problema delle AI generative non è che generano. È con cosa hanno imparato a farlo.

    Facciamo l’esempio più pulito possibile, il mio. Mettiamo che io costruisca un dataset fatto solo di canzoni de Lo Stato Sociale – pezzi di cui sono coautore e in parte titolare dei diritti – e ci generi dentro: dal pianino Rhodes al brano completo. Lì non vedo alcun problema. È, letteralmente, materiale mio. Non mi sembra diverso dal tweakkare i preset di Albarn. È il mio lavoro accumulato che torna sotto forma di nuovo lavoro. Il valore generato resta dentro il circuito di chi quel valore l’ha prodotto.

    Ora cambiamo una sola variabile. Il modello non impara dal mio catalogo, ma da decine di milioni di registrazioni raschiate via senza chiedere il permesso a nessuno, per una finalità dichiaratamente economica e senza che a chi quelle registrazioni le ha fatte arrivi un centesimo né una richiesta di consenso. Stessa tecnologia. Operazione moralmente e politicamente opposta. La prima è artigianato. La seconda è un’enclosure: una recinzione di un bene comune per trasformarlo in capitale privato.

    E qui arriva il punto in cui la legge – la nostra, quella europea – non è semplicemente assente. È peggio: c’è ed è scritta a favore di chi recinta. In Europa l’addestramento dei modelli ricade dentro l’eccezione per il text and data mining prevista dall’articolo 4 della Direttiva Copyright del 2019, confermata in chiave AI dall’AI Act (che vi rimanda esplicitamente, considerando 105 e articolo 53) e da un tribunale di Amburgo che nel caso LAION ha stabilito nero su bianco che addestrare un’AI è data mining. La logica di questa architettura è l’opt-out: l’estrazione è permessa per default, a meno che il titolare dei diritti non si sia attivato preventivamente per rifiutarla e debba farlo per giunta in modo «leggibile dalla macchina».

    Fermiamoci un secondo su cosa significa, tradotto dall’avvocatese. Significa che la legge ti dice: sei libero di non farti estrarre il lavoro, a patto che tu metta un cartello – nella lingua giusta, nel formato giusto, che i bot del ladro sappiano leggere – su ogni singola porta. Per un’etichetta major con un ufficio legale è una scocciatura gestibile. Per il musicista atomizzato che ha caricato i suoi pezzi su una piattaforma dieci anni fa è una barzelletta. L’onere è ribaltato sul più debole, che nella pratica non ha gli strumenti per esercitarlo. Non è un vuoto normativo: è una norma costruita intorno alla comodità del capitale. Ed è qui che il dibattito italiano dovrebbe stare, invece di scannarsi sull’anima della musica.

    Non è furto, è sussunzione

    C’è un equivoco da sciogliere e lo sciolgo con Marx perché è il vocabolario più preciso che abbiamo. Quando ci si indigna per l’AI musicale, si pensa al furto del brano: la macchina ti ruba la canzone. Ma non è questo che succede e finché lo raccontiamo così perdiamo la battaglia, perché in effetti il singolo brano spesso non c’è, dentro l’output.

    Quello che il modello cattura non è la tua canzone. È la tua competenza. È la grammatica collettiva che generazioni di musicisti hanno prodotto, sedimentata in milioni di registrazioni – lavoro vivo che si è fatto lavoro morto, accumulato e che ora viene risuscitato come capacità generativa privata. Marx la chiamerebbe sussunzione: il capitale non ti ruba il prodotto, si incorpora il sapere che lo produce. È esattamente lo stesso movimento che ho provato a raccontare nel Capitale musicale a proposito dello streaming, solo spostato a monte. Là la piattaforma cattura il valore della circolazione – ti mette in fila in playlist, ti paga frazioni di centesimo a riproduzione e intanto accumula i dati di tutti. Qui il modello cattura il valore del corpus: il lavoro accumulato dell’intero mestiere, congelato in pesi statistici e affittato indietro a chi quel mestiere lo fa ancora.

    Posta così, la distinzione tra il mio dataset e il loro smette di essere una furbizia da privilegiato – «io posso perché è roba mia» – e diventa un argomento politico. Perché dimostra una cosa precisa: esiste un modo di usare la generazione che non è predatorio. E se esiste, allora la predazione dei modelli commerciali non è una fatalità tecnologica, una conseguenza inevitabile del «progresso» davanti a cui non c’è alternativa. È una scelta di modello di business. La differenza non è tra l’uomo e la macchina. È tra l’AI dei musicisti e l’AI dei rentier (chi vive di rendita, non di ciò che produce). E spostare l’accusa dal mezzo al rapporto di proprietà è il modo migliore per togliere ai tecno-ottimisti la loro arma preferita – quel realismo capitalista per cui le cose stanno così perché non potrebbero stare altrimenti.

    I padroni hanno già fatto pace

    Se serviva una prova che il conflitto vero è quello e non l’altro, l’ha fornita il mercato, con il suo consueto cinismo didascalico.

    Nel giugno 2024 la RIAA, per conto delle tre major discografiche, fa causa a Suno e Udio, i due principali generatori musicali, con un’accusa secca: hanno addestrato i loro modelli su registrazioni protette, in massa, senza licenza. Suno e Udio rispondono invocando il fair use, sostenendo che usare quelle registrazioni per addestrare sia un uso trasformativo e lecito. Battaglia campale, si dice, destinata a fare giurisprudenza per tutta l’industria.

    Diciotto mesi dopo, la battaglia campale è finita in un patto tra signori. Universal ha chiuso con Udio nell’ottobre 2025; Warner ha chiuso con Suno a fine novembre. Entrambe non solo hanno ritirato le cause: stanno co-lanciando con i generatori che avevano denunciato piattaforme di musica «licenziata» in arrivo nel 2026. Suno, nel frattempo, ha chiuso un round da 250 milioni di dollari a una valutazione di due miliardi e mezzo. Il modello dei nuovi accordi prevede micro-royalty per generazione – frazioni di centesimo – che a chi ha orecchie per intendere suoneranno familiari: è la logica del per-stream che ritorna, identica, un piano più sotto. Sony per ora resta fuori e tira dritto verso una sentenza attesa per l’estate, sperando di fissare il precedente che gli altri hanno deciso di non rischiare.

    E gli indipendenti? Gli indipendenti hanno dovuto farsi una causa per conto loro, perché gli accordi dei major non li proteggono: quei contratti coprono i cataloghi di chi li ha firmati, non il lavoro dei piccoli finito comunque dentro i dataset. Quello che si sta formando non è una soluzione: è un regime di licenze a due piani. Sopra, chi possiede cataloghi abbastanza grandi da potersi sedere al tavolo e incassare. Sotto, tutti gli altri estratti uguale, pagati zero e ora in concorrenza con una macchina addestrata anche sul loro lavoro.

    È la dimostrazione più limpida che si potesse desiderare. Il capitale fa pace con l’estrazione nell’istante esatto in cui ottiene la sua fetta. La questione non è mai stata etica né ontologica. Era una questione di chi incassa. E gli artisti che gridavano «non è musica» si sono ritrovati tagliati fuori non perché avessero torto sulla musica, ma perché stavano combattendo la guerra sbagliata.

    La paura è giusta, la mira è sbagliata

    Per questo non ho nessuna voglia di sfottere il popolo del «non è musica». Dietro la loro ontologia traballante c’è una paura materiale perfettamente fondata. Hanno ragione ad avere paura. Hanno solo sbagliato bersaglio.

    La minaccia non è metafisica: la macchina non gli ruberà l’anima, non svuoterà l’atto creativo del suo senso, non ucciderà la Musica con la emme maiuscola. Quella roba lì sopravviverà come è sopravvissuta al campionatore. La minaccia è economica ed è precisa: un modello addestrato sul tuo lavoro ti mette in concorrenza con una versione automatizzata di te stesso, a costo marginale prossimo allo zero, dentro le stesse identiche playlist dove provi a campare. Non è l’anima a essere in pericolo. È la rendita. È il pavimento sotto i piedi.

    Riconoscere che la loro paura è giusta ma mal teorizzata non è un cedimento: è l’unico modo onesto e anche il più efficace, per portarli dalla parte giusta. Che è la parte di chi vuole regolare l’estrazione, non vietare lo strumento. Di chi chiede dataset consensuali, licenziati, cooperativi o di pubblico dominio e modelli di cui i musicisti siano proprietari e non materia prima. Di chi, davanti alla macchina, non domanda «è arte?» ma «di chi è?».

    Non c’è purezza disponibile e non è con l’astinenza individuale che si smonta un’enclosure. La domanda non è se usare lo strumento, è a chi appartiene e su quale lavoro accumulato sta in piedi.

    L’Omnichord di Albarn costava settantacinque dollari e da un suo preset è nato un classico. La domanda dei prossimi vent’anni è se la macchina equivalente – quella che impara dal lavoro di tutti noi – sarà nostra o ce la riaffitteranno quelli che ci hanno addestrato dentro.

  • Il giudizio morale è la cura che il capitalismo suggerisce ai tuoi problemi

    1 Giugno 2026

    Il caso De Luca-De Gregori non è l’incidente di una settimana storta: è il prodotto. La macchina dell’attenzione premia la confessione e affama l’analisi e l’energia che converte meglio è proprio la nostra.

    Il 30 maggio 2026 Girolamo De Michele pubblica su Jacobin una lunga e necessaria analisi su Erri De Luca. Dentro c’è la Convenzione del 1948, c’è l’emendamento polacco-cecoslovacco bocciato due ore prima del voto, c’è Srebrenica, c’è Raphael Lemkin che spiega come il genocidio “accada con una certa regolarità nelle relazioni fra gruppi umani”. C’è il lavoro: storico, giuridico, lento, di uno che sull’unica parola in questione ha scritto un libro intero. Negli stessi giorni, l’intero discorso pubblico italiano era occupato da un’altra cosa: un cantautore di settantacinque anni che, presentando un docufilm, aveva detto di provare imbarazzo per i colleghi che si schierano. Enzo Iacchetti gli rispondeva “grande cazzata, che delusione che sei”. Morgan girava un video. Elisa raccontava della Flotilla. Quel grappolo di reazioni ha avuto più ascolto della Convenzione del 1948.

    Non è un paradosso, è il funzionamento. La macchina che ci ospita non premia l’analisi, premia la confessione: non vuole sapere se a Gaza ci sia genocidio secondo lo Statuto di Roma, vuole sapere da che parte stai, e lo vuole sapere da una faccia nota, in quindici secondi, possibilmente con un nemico già pronto. Il dibattito su De Luca e De Gregori non è il sottoprodotto sgradevole di una settimana storta: è esattamente il prodotto. La polemica sullo “schierarsi o no” è un motore di attenzione quasi perfetto, perché è irrisolvibile per definizione e perché chiunque ha già la sua posizione pronta da esibire. È Spotify Wrapped applicato alla coscienza politica: un dispositivo che ti fa recitare un’identità (“sono uno che si espone”, “sono uno che non si fa dare lezioni”) e la restituisce alla macchina sotto forma di engagement. E l’energia che converte meglio non è una qualsiasi: è quella di chi ha bisogno di sentirsi dalla parte giusta, cioè la nostra.

    Vale la pena allora separare due cose che la macchina ha tutto l’interesse a tenere incollate. Lo si è visto nella fretta con cui la stampa di destra ha coniato il “duo De-De”, come se Erri De Luca e Francesco De Gregori avessero detto la stessa cosa. Non l’hanno fatto. De Luca ha pronunciato un’affermazione sul mondo: a Gaza non c’è genocidio. È falsa, e De Michele ha impiegato duemila parole a spiegare perché, con la Convenzione in mano. De Gregori ha pronunciato un’affermazione sulla forma: l’artista non ha titoli per fare proclami. È discutibile, ma non è vera né falsa, è una preferenza sul proprio mestiere. Sono due registri incommensurabili. Eppure la settimana li ha macinati insieme, alla stessa velocità, con lo stesso tono, come due varianti dello stesso gesto: due personaggi famosi che hanno deluso. Ed è qui che comincia il problema vero.

    Il problema vero è che la macchina conosce una sola categoria, e quella categoria non è “vero o falso”, è “ha deluso o no”. Una posizione la si può archiviare, smistare, mettere nella casella giusta. Un argomento no. Quando Ciro Pellegrino in un suo post, con la faccia di De Gregori “a me interesserebbe sapere cosa pensa di Gaza… ne risponderà alla sua coscienza”, non sta chiedendo un’analisi: sta chiedendo una confessione e la chiede a una faccia nota perché la confessione di una faccia nota vale più di mille analisi di uno sconosciuto competente. È il punto su cui Bernard Stiegler ha lavorato per vent’anni con la parola proletarizzazione: nel capitalismo industriale all’operaio veniva sottratto il savoir-faire, il sapere manuale; nel capitalismo dell’attenzione viene sottratto il savoir-penser, la capacità di tenere insieme una cosa complessa abbastanza a lungo da giudicarla. Quello che resta è il riflesso. E schierarsi è un riflesso: immediato, gratuito, infinitamente ripetibile. Analizzare è una pratica e le pratiche costano tempo, competenza, e la disponibilità a non piacere a tutti. La piattaforma non censura De Michele. Gli fa una cosa più efficiente: lo lascia parlare e gli toglie l’ascolto.

    E la confessione, a differenza dell’analisi, ha un mercato. È la lezione del brand activism, e conviene usare come reperto proprio il pezzo con cui Libero ha commentato la vicenda, perché è perfetto suo malgrado. L’autrice cita Adorno, smonta benissimo il dissenso da stadio come “merce di lusso ben confezionata” (compri il biglietto del Boss e ti senti assolto dai peccati dell’Occidente), e poi chiude l’articolo chiedendo: “preferite un artista un po’ ipocrita ma schierato dalla parte giusta, o un artista onesto che si dichiara comodamente confuso?”. Trasforma una questione politica in una scelta fra due referenze a scaffale: diagnostica la forma-merce del dissenso e nello stesso gesto la serve, impacchettata come sondaggio. Non è ipocrisia, è gravità, perché la merce attira anche chi la critica. E attira tutti, non solo chi vende il vinile colorato. La ritrosia stessa di De Gregori è un marchio, il più aristocratico: quello di chi può permettersi di non giocare, tanto che il Foglio gli ha dedicato un “elogio della ritrosia”. Bourdieu lo sapeva: nel campo, rifiutarsi di prendere posizione è a sua volta una posizione, e di solito la più costosa da imitare. Qualunque sia il contenuto, la confessione frutta al brand di chi la pronuncia: pro-Palestina, anti-proclama, contro chi è contro i proclami, tutto si converte alla stessa valuta.

    Attenzione a non scambiare questo per il solito nichilismo del “sono tutti uguali, sono tutti finti”. Non è così, e dirlo sarebbe la versione cinica dello stesso disimpegno. Anche De Michele è contenuto. Anche il suo pezzo accumula sul suo profilo, anche lui abita la stessa macchina, non esiste un fuori. La differenza non è la purezza, è il referente. L’argomento di De Michele si può verificare contro la Convenzione del 1948: regge o non regge a prescindere da chi è De Michele, sopravvive allo scollamento dalla sua persona. “Che delusione che sei” non si può verificare contro niente: esiste solo come gesto relazionale tra due persone famose, e fuori da quella relazione evapora. La macchina appiattisce questi due oggetti perché producono lo stesso identico engagement. Ma la differenza è reale ed è esattamente ciò che andrebbe difeso. Il costo di non difenderla non è estetico. È politico.

    Resta da dire perché questo dovrebbe interessare chi si sente di sinistra e non solo chi studia le piattaforme. La macchina della confessione è bipartisan, ma non tassa i due campi allo stesso modo. La destra può permettersi il cinismo a costo zero: non ha mai legato la propria identità al gesto di schierarsi dalla parte giusta. La sinistra sì. Ha bisogno di sentirsi nel campo dei buoni e quel bisogno è la leva precisa su cui la macchina fa forza. “Esponiti”, “di’ da che parte stai”, “non puoi restare in silenzio” sono richieste tarate su un nervo di sinistra e che la sinistra non sa non raccogliere. Così la confessione converte l’energia politica della sinistra meglio di qualunque altra cosa: regala la sensazione di aver agito (ho postato, ho condiviso, ho detto a De Gregori che mi ha deluso) al prezzo di zero, e in cambio si prende l’unica energia che avrebbe potuto diventare azione.

    C’è una trappola dentro la trappola. Pretendere la confessione di un personaggio famoso è il modo più comodo per non chiedersi cosa facciamo noi. “Di’ cosa pensi di Gaza” rivolto a De Gregori scarica l’agire politico su un cantautore e a noi lascia il ruolo comodo del giudice: diamo i voti alle posizioni altrui invece di prendere le nostre. È una politica da spettatori e gli spettatori non spostano niente. Nel frattempo il referente vero, quello che De Michele ha tenuto al centro del suo pezzo con la Convenzione in mano, resta dov’era: settantamila morti certificati. La settimana che la sinistra italiana ha passato a stabilire se De Gregori avesse “i titoli” è una settimana sottratta a quel referente, ed è lo scambio che la macchina propone ogni volta: ti do un genocidio da non guardare e un cantautore da giudicare al suo posto.

    Dobbiamo diffidare del finale consolatorio e diffidare soprattutto di chi lo offre: l’idea che basti far diventare virale l’analisi giusta è puro soluzionismo, è credere che il guasto sia nella distribuzione e non nel dispositivo. Il pezzo di De Michele continuerà a perdere la guerra dell’ascolto contro “che delusione che sei”, ma non perché sia scritto male, perché non è una confessione e dunque non si monetizza. Le uniche cose che sfuggono alla macchina sono lente, brutte da vedere, povere di reach: un argomento che si possa verificare, un lavoro che si possa organizzare. Roba che non è una posizione ma una pratica. De Gregori risponderà alla sua coscienza, ha scritto Pellegrino nel suo post. La domanda è a chi rispondiamo noi, che abbiamo passato una settimana a fargli da giudici perché costava meno che guardare altrove.

  • Tutti contro Delia. Tutti per Delia.

    4 Maggio 2026

    Il primo maggio 2026, sul palco del Concertone di San Giovanni a Roma, Delia ha eseguito Bella Ciao. Delia Buglisi, ventisei anni, siciliana, finalista di X Factor è una persona che ha attraversato con successo un meccanismo televisivo di selezione del talento musicale ed è arrivata fino in fondo. Sul palco del Concertone ci è salita in quella veste: giovane artista emergente, voce riconoscibile, faccia nuova a cui autori, management e promotori dell’evento avevano deciso di affidare uno dei momento più simbolici della giornata.

    Ha cantato Bella Ciao e, dove il testo dice partigiano – “O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao / se io muoio da partigiano” – lei ha cantato essere umano.

    Finita l’esibizione ha spiegato la scelta: voleva allargare il significato della canzone, renderla meno legata a un momento storico specifico, più capace di parlare al presente. “La guerra”, ha detto. Gaza, l’Ucraina, l’Iran. Il partigiano era chi combatteva con le armi; l’essere umano è chi muore sotto le bombe senza averlo scelto. Nei giorni successivi ha precisato ulteriormente su Instagram, con un post lungo, argomentato, che citava il Papa e il genocidio e i bulli che decidono le guerre.

    Nel frattempo i social avevano già fatto il loro lavoro.

    Nella versione patchanka? O più solenne?

    Bella Ciao non è una canzone. O meglio: è anche una canzone, nel senso che ha una melodia, un testo, una storia compositiva su cui gli storici continuano a litigare. Ma nel 2026 – e probabilmente da almeno trent’anni – è soprattutto un dispositivo semiotico. Un oggetto culturale che ha accumulato così tanto valore simbolico da funzionare in modo quasi autonomo rispetto al suo contenuto: la evochi e immediatamente attivi un campo di forze, un sistema di appartenenze, una mappa di chi sta da che parte. Non devi nemmeno finire di cantarla.
    Bella Ciao è una di quelle monete rare che valgono su più mercati contemporaneamente: quello della sinistra italiana, quello della memoria antifascista europea, quello dell’immaginario internazionale (La casa di carta ne ha fatto un inno globale senza che nessuno si chiedesse troppo perché), quello della cultura popolare genericamente progressista. È convertibile quasi ovunque.

    Salire su un palco e cantarla è già, di per sé, un atto di posizionamento. Non nel senso deteriore del termine – non necessariamente calcolato, non necessariamente cinico – ma nel senso tecnico: stai usando un asset semiotico carico per collocarti dentro un campo, per dire al pubblico qualcosa su chi sei e da che parte stai. Lo fanno i politici quando la citano nei comizi. Lo fanno i registi quando la mettono nelle colonne sonore. Lo ha fatto Netflix. Lo fa chiunque scelga di intonarla.

    Delia ha tentato di fare una cosa diversa: ha provato a redistribuire il valore simbolico della canzone verso un frame differente. Sostituire “partigiano” con “essere umano” non è una correzione né una censura – è un’operazione di ri-semantizzazione. Il tentativo di sganciare l’asset dal suo ancoraggio storico specifico (la Resistenza italiana, il fascismo, il novecento europeo) per agganciarlo a qualcosa di più ampio e meno datato: la solidarietà umana generica, il pacifismo, la vittima civile universale. Un’operazione che nel marketing si chiamerebbe rebranding, e che nel campo culturale ha una logica precisa: ampliare il mercato potenziale del simbolo riducendone la specificità ideologica.

    L’intenzione dichiarata di Delia era buona, non c’è ragione di dubitarne, ma l’intenzione, in questo tipo di operazioni, è la parte meno interessante. Quello che conta è la struttura del gesto: una giovane artista emergente, in un contesto di massima visibilità, prende in mano uno degli oggetti culturali più carichi del campo progressista italiano e lo modifica. Qualunque fosse la motivazione, l’effetto oggettivo è che il gesto la posiziona: come coraggiosa e anticonvenzionale per chi lo legge in un senso, come irriverente e ignorante per chi lo legge nell’altro. In entrambi i casi, la posiziona. In entrambi i casi, il capitale simbolico della canzone fluisce, almeno in parte, verso di lei.
    Non è un giudizio morale. È una descrizione di come funziona il campo.

    Catcalling?

    Chi detiene una moneta rara non apprezza che qualcuno ne cambi il conio e la reazione alla modifica di Delia è stata immediata, diffusa e prevedibile nella sua struttura: commenti indignati, Alessandro Gassmann, utenti che scrivevano “PARTIGIANO” tutto maiuscolo come se il volume potesse restituire il significato perduto, qualcuno che suggeriva educatamente di cambiare canzone se non eri in grado di cantarla per bene. Il registro dominante non era della critica, ma dell’oltraggio. La sensazione che qualcosa di sacro fosse stato profanato da chi non aveva titolo per farlo.

    Questa reazione ha una logica precisa e anche quella logica merita di essere descritta senza giudizio. Bella Ciao funziona come dispositivo identitario per una parte consistente della sinistra italiana nel senso più letterale del termine: è incorporata nel quadro interpretativo di chi la usa, non come oggetto esterno ma come parte dell’attrezzatura cognitiva ed emotiva con cui si legge il mondo. Toccarla non è semplicemente modificare una canzone. La risposta viscerale non è irrazionale: è proporzionale alla posta in gioco percepita.
    Il problema è che questa risposta viscerale, nel 2026, non esiste in un vuoto, ma esiste dentro infrastrutture che la trasformano istantaneamente in qualcos’altro.

    Ogni commento indignato è un’interazione. Ogni condivisione del video con la didascalia “avete sentito questa roba?” è distribuzione organica. Ogni post di un personaggio noto che prende posizione è un nodo di amplificazione. L’algoritmo di qualsiasi piattaforma social – Instagram, TikTok, X, YouTube – non valuta il contenuto delle reazioni: valuta la loro intensità e velocità. L’attrito simbolico è carburante. Più la moneta è carica, più il tentativo di ri-semantizzarla produce scintille, più le scintille alimentano il motore distributivo.

    Nel novecento avremmo detto che la storia era notiziabile. Fa discutere. Divide. Genera reazioni trasversali. Queste erano le categorie con cui i giornalisti valutavano se un evento meritava spazio. Quella valutazione era affidata a persone, era mediata da redazioni, aveva tempi e filtri. Oggi la notiziabilità è diventata una metrica automatica, calcolata in tempo reale da sistemi che non hanno idea di cosa sia Bella Ciao né di cosa significhi la Resistenza, ma sanno perfettamente che quel contenuto sta generando sessioni più lunghe del solito e che vale la pena mostrarlo a più persone. La struttura logica è identica. L’interfaccia è diversa. La velocità è incomparabile.

    In questo meccanismo, chi ci guadagna? Tutti e nessuno, a seconda di cosa intendi per guadagno. Delia guadagna visibilità e posizionamento – l’obiettivo primario di qualsiasi artista emergente in un ecosistema in cui esistere mediaticamente è il presupposto di tutto il resto. I critici guadagnano engagement, conferma identitaria, la soddisfazione di aver difeso qualcosa che considerano importante. Le piattaforme guadagnano tempo di sessione. I giornali guadagnano click. I sindacati che hanno organizzato il Concertone guadagnano, loro malgrado, una copertura che va ben oltre quella televisiva tradizionale. L’unica cosa che non guadagna nulla, in questo scambio, è il dibattito – se per dibattito intendiamo una conversazione che produce comprensione anziché posizioni.

    Ma forse chiedere al meccanismo di produrre comprensione è chiedere la cosa sbagliata alla cosa sbagliata.

    Se Delia avesse cantato “partigiano” – la parola giusta, quella originale, quella che nessuno avrebbe potuto contestare – cosa sarebbe successo? Il pubblico di San Giovanni avrebbe applaudito con più calore. I difensori del testo non avrebbero avuto niente da dire. La polemica non sarebbe esplosa. Nessun Alessandro Gassmann, nessun “PARTIGIANO”, nessun post di chiarimento su Instagram.

    E Delia?

    Avrebbe cantato Bella Ciao sul palco del Primo Maggio, eseguito correttamente un classico, e il giorno dopo sarebbe tornata a essere una finalista di X Factor 2025 di cui si parla nei contesti giusti ma non ovunque. Il capitale simbolico della canzone sarebbe rimasto dov’era – nei suoi detentori storici, nelle sue valenze consolidate – senza che nulla di quel valore fluisse verso chi l’aveva interpretata. Una buona esibizione. Nessun posizionamento reale.

    Il punto non è che Delia abbia calcolato tutto questo. Il punto è che il campo funziona così indipendentemente dalle intenzioni di chi ci opera. In un contesto televisivo e spettacolare – che è ciò che il Concertone è, oltre ad essere tutto il resto – cantare Bella Ciao correttamente è un atto neutro. Cantarla modificata è un atto che genera attrito e l’attrito, oggi, è la forma più efficiente di investimento nel proprio capitale simbolico personale.

    Chi deve guadagnare capitale simbolico in un contesto del genere? L’artista. È l’unica risposta sensata – non come giudizio morale ma come descrizione di una funzione. L’artista emergente che sale su quel palco non è lì per custodire l’ortodossia di un testo. È lì per esistere mediaticamente in modo che qualcuno, dopo, si ricordi del suo nome.
    Delia ci è riuscita. Il meccanismo ha funzionato. E tutti quelli che si sono indignati lo hanno fatto funzionare con lei, per lei, probabilmente senza saperlo – convinti di difendere qualcosa, mentre stavano solo alimentando la stessa macchina.

    La canzone, nel frattempo, è esattamente dove era prima. Intatta, carissima e sempre disponibile per il prossimo posizionamento.

    Ho scritto un libro (anche) su questo. Si intitola Il capitale musicale, è in uscita per Timeo. Puoi trovarlo qui.

  • Ho scritto un libro sulla musica. Purtroppo.

    27 Aprile 2026

    Non “purtroppo” perché sia venuto male – direi di no – ma perché scrivere di musica oggi è un po’ come fare l’autopsia a un corpo che incredibilmente cammina ancora.

    Si chiama Il capitale musicale ed esce per Timeo a maggio 2026.

    Dentro c’è un capitolo sul possesso che, quando l’ho scritto, mi sembrava una cosa abbastanza ovvia. Poi l’ho fatto leggere a qualcuno e mi ha detto: “non ci avevo mai pensato”. Quindi forse non è così ovvia.

    L’idea è questa: per la prima volta nella storia, una generazione intera ha smesso di possedere musica.

    Non nel senso romantico del “la musica non si possiede, ti possiede” e quella roba lì. Nel senso proprio, materiale, contrattuale: non ce l’hai. Quando paghi Spotify ogni mese non stai comprando niente. Stai affittando l’accesso a un catalogo che può cambiare domani, che può sparire dopodomani e che nel momento in cui smetti di pagare smette di esistere per te. Anche la playlist che hai costruito canzone per canzone negli ultimi dieci anni, anche quella cosa che senti tua più di qualsiasi altra cosa nella tua giornata.

    Tuo nonno aveva i dischi. Tua madre aveva i CD. Tu hai un abbonamento.

    meme sempre attuale

    Questa non è necessariamente una tragedia – viviamo in abbonamento su tutto, dall’auto al software al rasoio – ma è una trasformazione enorme nel rapporto tra le persone e la cultura, solo che nessuno ha mai chiesto a nessuno se gli stava bene. È successo e basta, gradualmente, mentre ci sembrava di stare solo scegliendo il piano più conveniente.

    Il punto non è la nostalgia per il vinile, che comunque si sente peggio di un file in alta definizione. Il punto è chiedersi: quando non possiedi più niente, chi possiede al posto tuo? E cosa fa, con quella roba, chi la possiede?

    La risposta breve è: possiede te. I tuoi dati comportamentali e quindi cosa ascolti, quando, per quanto, cosa skippi, in che ordine. Dati che valgono molto di più della quota mensile che paghi. Sono il vero prodotto. La musica è il pretesto per tenerti dentro abbastanza a lungo da mapparti.

    E con i soldi ricavati da questa mappatura, Daniel Ek – fondatore e CEO di Spotify – ha investito in Helsing, una società di intelligenza artificiale applicata alla difesa. Droni, sistemi d’arma, tecnologie militari. Non è una teoria del complotto: lo ha annunciato lui, con orgoglio, nel 2022. L’uomo che ti vende l’accesso alla colonna sonora della tua vita reinveste i proventi nell’industria bellica.

    Un’ora di Daniel Ek che ci racconta come migliorerebbe l’Europa: un contenuto per gli appassionati della noia.

    Questo non significa che ogni volta che ascolti Nick Drake finanzi una guerra. Significa che il sistema dentro cui ascolti Nick Drake è più complicato di quanto sembri quando premi play.

    Questo è uno degli temi più vicini a chi ascolta, ma gli altri, ben più polemici (eh eh), li trovate dentro.

    Il libro esce a maggio (potete già ordinarlo dallo store di Timeo) e lo presenterò venerdì 15 al Salone del libro e per fortuna non sarò solo, ma con Anna Castiglia e Hamilton Santià.
    Che squadra, che giocatori.

    Tante altre presentazioni arriveranno, ma se volete invitarmi per parlarne al vostro bar di fiducia, in un circolo, in un festival o dove pensate sia il caso giusto: scrivetemi!

    La copertina è a cura di Federico Antonini, un uomo molto a contatto con il concetto di “visione”

  • Il capitale musicale (un libro)

    17 Aprile 2026

    Ciao, come state?
    Torno nelle vostre caselle email per condividere un lieto evento: sono diventato padre di un altro libro, ma per la prima volta sarà un saggio.

    Qui trovate il pre-order sul sito della casa editrice, la migliore d’Italia, Timeo.

    Da qualche anno, soprattutto all’interno di questo spazio, ho iniziato a parlare dei meccanismi di funzionamento dell’industria musicale, della finanziarizzazione della musica, di come alcune cose non ci somiglino più per davvero malgrado abbiano ancora un’importanza significativa nelle nostre vite: l’arte, le relazioni umane, immaginare il domani come un posto migliore di oggi. Molti dei pensieri che ho inserito nel libro sono nati in scorta a questo punto di partenza e agli scambi –digitali e non– che ho avuto la fortuna di avere con le persone iscritte a questa newsletter (che poi è un blog, ma cerco di essere più contemporaneo possibile).
    Perciò grazie per la pazienza davanti agli infiniti wall of text che spesso vi sono capitati davanti agli occhi, ognuno combatte le proprio solitudini come può e questo è il mio modo.

    Qui sotto troverete l’intro del libro, il cui obiettivo è chiarire quali sarebbero le finalità di ciò che ho scritto, sperando che –in ultima pagina– possa poi restare qualcosa su cui pensare e agire.

    Il capitale musicale (intro)Download

    Arriverà il momento di vederci in giro per l’Italia, ma intanto posso dire che ci vedremo a Torino: fuori e dentro il salone, con un po’ di sorprese.

    Un abbraccio!

  • Una somma di piccole cose

    23 Febbraio 2026

    Non scrivo molto spesso in questi luoghi, per qualcuno è un sospiro di sollievo e, in qualche modo, lo è anche per me.

    Un riassunto per non perderci di vista.

    Ogni sabato dico cose qui dentro.

    Qui per YouTube:

    E per gli appassionati di Feed RSS e aggregatori, qui: https://anchor.fm/s/10d6e31c0/podcast/rss

    A maggio uscirà il mio nuovo libro, questa volta non sarà una romanzo, ma bensì un libro sulla musica travestito da filosofia politica (o viceversa). Si intitolerà “Il capitale musicale – è più facile immaginare la fine della musica che la fine di Spotify“. Farò compagnia a gente come Bifo, Camurri, Oliveros e tanta altra gente massiccia pubblicata da Timeo.

    Qualche giorno fa potreste aver letto di Live Nation che si è comprata le quote di maggioranza della società che gestisce Forum di Assago, Carroponte e altre realtà dell’infrastruttura live. Il 14 agosto del 2025 avevo scritto di questa prassi di LN nel mercato americano, ed ora eccoci qui. Forse dovrei diventare milionario e vestire i panni del consulente per questa gente, altroché libri di critica.

    Da un paio di anni non mi occupo più di discografia e miei capelli bianchi sono sensibilmente diminuiti (purtroppo no), ma da qualche mese collaboro con IDM – Music Startup nella veste di giovane divulgatore di cose sulla produzione e la promozione musicale. A questo link c’è la possibilità di ficcanasare di più e, per chi lo volesse, anche chiedere consulenze di varia natura e genere con una fetta di miei ex soci Garrincha e tanti altri valenti professionisti.

    Il 12, 13 e 14 marzo vediamoci tra Milano e dintorni, dove sarò per un paio di repliche del mio monologo “Con rabbia e con amore” e la presentazione del libro dell’amico e collega di sofferenze capitaliste Gabriele Palumbo.

    Un P.S. un po’ lunghetto:

    A parte libri e altre cose di lavoro, tutto gratis. Non lo dico con vanto, ma in un mondo che piega sempre di più verso l’idealizzazione della content creation come fonte di reddito, dovremmo ricominciare a mettere dei paletti e ridefinire come e cosa è lavoro e come e cosa è altro dal lavoro. Ne ho parlato anche in una puntata del podcast (la 7, non a caso intitolata “Contro il lavoro”). In un’epoca di contenuti a pagamento, paywall, newsletter, patreon e chi più ne ha più ne metta trovo ragionevole chiedersi quanto è giusto spendere per finanziare direttamente inziative private e non collettive, abbonamenti digitali effimeri e non prodotti materiali durevoli, vanity jobs e non percorsi professionalizzanti. Qualcuno obietterà che questa è una strada che ha permesso a molte persone di cavarci fuori un’esistenza economica, ma a questa obiezione mi è utile rispondere che l’infinita massa di contenuti che si è affacciata sul mercato non ha moltiplicato proporzionalmente l’esistenza di nuove Delia Derbyshire, Shoshana Zuboff o Angela Davis. E in ogni caso non ha redistribuito ricchezza, ma prodotto qualche nuovo privilegiato (al mondo siamo 9 miliardi, non mi sento di dire che quindi ne abbiano beneficiato “molte” persone).

    La content creation nasce in un’infrastruttura tecnologica e un ecosistema finanziario non solo liberista di estrazione americana, ma più smaccatamente di destra o ultra-destra perché, quello che ci sembra un libero mercato dove pescare l’intrattenimento o l’approfondimento, è niente di meno che il frutto di indirizzi industriali che evidentemente sposano le peggiori democrazie (e le peggiori democrazie sono ben contente di questo, cfr: amministrazione Trump). Quello che è emerge da questo contesto è il caglio della culture reazionarie e xenofobe, solo vestito meglio (tra cuochi sionisti, insegnanti che pensano che la scuola debba essere a pagamento e altra monnezza che abbiamo accolto applaudendo).

    Insomma, prima di trasformarci tutti in content creator o artisti in caccia di successo, è sempre possibile valutare l’opzione di fare qualcosa solo per il proprio piacere. L’edonismo come uscita dal capitale.

    Ciao!

  • J Dilla – Donuts

    3 Febbraio 2026

    Quarantatrè minuti di disco che mi hanno cambiato la vita, venti anni fa.

    Il 7 febbraio 2006 James Yancey muore a Detroit. Ha trentatré anni. È un corpo che si è spento mentre la testa continuava a produrre.

    Il 4 febbraio, tre giorni prima era uscito Donuts: trentuno tracce registrate in ospedale con una MPC ai piedi del letto. O almeno, questo è il mito. In Dilla Time, la biografia scritta da Dan Charnas dopo quattro anni di ricerca e quasi duecento interviste, emerge una storia diversa: Donuts nasce da un beat tape fatto a casa, editato dalla Stones Throw mentre Dilla era in ospedale. La romanticizzazione della genialità morente serve bene alla narrazione, ma oscura qualcosa di più importante: Dilla non era un artista ispirato che registrava in punto di morte. Era un perfezionista quasi spiritualmente devoto alla musica, che lavorava così da anni.

    Quarantatré minuti che non sono un testamento, non sono un addio commovente, non sono niente di quello che ci si aspetterebbe da un disco fatto da uno che sa di morire. Sono un manuale di estetica del beat, un trattato pratico su come si fa groove, un disco che vent’anni dopo continua a essere il metro di paragone per chiunque metta le mani su una drum machine.

    Donuts non funziona come funzionano i dischi. Non ha singoli, non ha featuring, non ha nemmeno il tempo di essere un disco. È una collezione di loop, di frammenti, di intuizioni che durano il tempo di stabilizzarsi e poi spariscono. “Waves” dura un minuto e trentasette, “Lightworks” uno e cinquantadue, “The Twister (Huh!)” uno e undici. Molti producer passano settimane su un singolo beat cercando di “finirlo”, di aggiungere variazioni, breakdown, ponti, tutti quegli artifici che servono a far durare un pezzo tre minuti e mezzo. Dilla dice: un loop che funziona non ha bisogno di andare da nessuna parte, deve solo respirare. E quei novanta secondi bastano.

    IL GROOVE CHE NON STA IN GRIGLIA

    La prima cosa che senti quando ascolti Donuts è che qualcosa non torna. Il tempo è giusto, i BPM sono coerenti, ma c’è un’instabilità di fondo che ti tiene sospeso. Prendi “Workinonit”: quel kick arriva sempre dove non te lo aspetti, un decimo di secondo dopo, o prima, non riesci nemmeno a capirlo con precisione. Non è un errore, è un pattern. E non è nemmeno swing tradizionale, quella cosa programmabile da manuale che sposti il quantize al 66% e ottieni il feel “umano”. È qualcos’altro.

    Questo è il marchio di fabbrica di Dilla, quello che lo aveva reso un producer rispettato e ricercato da anni. Dai primi lavori con Slum Village fino ai beat per Pharcyde, Common, Busta Rhymes – quel groove storto ma magnetico era la sua firma, la cosa che lo rendeva irreplicabile. In Donuts quel metodo arriva alla sua forma più pura, più estrema, liberato anche dalla necessità di sostenere strofe e ritornelli.

    Charnas nel suo libro smonta il cliché che riduce tutto a “Dilla non quantizzava”. È un’oversemplificazione che perde il punto. Dilla lavorava con l’MPC 3000, una macchina che ha una griglia temporale precisa: sedicesimi, trentaduesimi, triplets. La maggior parte dei producer lavora allineando tutto a quella griglia, magari con un tocco di swing preimpostato. Dilla invece programmava batteria per batteria, spostando ogni singolo colpo manualmente, fuori griglia, creando un groove che sembra ubriaco ma che in realtà risponde a una logica interna ferrea. La vera rivoluzione era il “Dilla time”: la sintesi tra tempo umano e tempo macchina, una fusione di swing e straight time che nessuno aveva mai fatto prima.

    Ascolta come gioca con i charleston in “Don’t Cry”: c’è un pattern di accelerazioni e rallentamenti micrometrici che crea tensione e rilascio senza che tu te ne accorga razionalmente. Il tuo corpo lo capisce prima della tua testa. E qui sta il punto: Dilla ha cambiato il modo in cui suonano anche i musicisti “tradizionali”, non solo i producer. Batteristi jazz come Karriem Riggins, bassisti, tastieristi: tutti hanno iniziato a suonare diversamente dopo aver ascoltato i suoi beat. Ha inventato un nuovo modo di concepire il tempo in musica.

    Questlove l’ha chiamato “drunk drumming”, ma non è casualità. È precisione applicata alla deviazione. È come se Dilla avesse capito che il groove non sta nella perfezione metrica ma nell’imperfezione controllata, in quello spazio sottilissimo tra l’errore e l’intenzione. Per questo quando oggi senti un producer dire “I got that Dilla bounce” nove volte su dieci sta solo mettendo un preset di swing. Il Dilla feel non si replica con un preset, è un modo di pensare il tempo.

    IL BEAT COME HAIKU

    Donuts è fatto di miniature. Trentuno tracce in quarantatré minuti significa una media di un minuto e ventidue a pezzo. Mentre Dre costruiva concept album mastodontici e Kanye stava per partire con “Graduation” (cinquantadue minuti, tredici pezzi), Dilla faceva l’esatto opposto. E non era una scelta dovuta ai limiti fisici della malattia – stava lavorando così da anni. Era una poetica.

    Il loop non è la base su cui poi costruisci strofe e ritornelli. Il loop è la forma compiuta. “Waves” è solo un sample di 10cc che respira per novanta secondi. Non succede nient’altro, non deve succedere nient’altro. C’è tutto: il sample pitchato verso l’alto, quel calore analogico che viene fuori quando forzi il giradischi, un kick minimo, qualche click. Fine. Ed è perfetto così.

    La ripetizione ossessiva del loop diventa quasi meditativa. Ascolti “One Eleven” e all’inizio ti sembra troppo corta, vorresti che continuasse, che si sviluppasse. Poi capisci che il punto non è dove va, ma dove sta. Il beat non è un veicolo per portarti da qualche parte, è un luogo. E Dilla ti ci fa stare il tempo necessario a capirlo, poi ti butta fuori. Next.

    Questa economia brutale dell’attenzione è anche incredibilmente moderna. Donuts anticipa l’era degli algoritmi, dei feed infiniti, della soglia di attenzione ridotta a secondi. Ma lo fa nel modo opposto: invece di adattarsi alla distrazione, crea concentrazione forzata. Novanta secondi di focus assoluto, poi reset. Trentuno volte.

    L’ARCHIVIO COME ORACOLO

    Poi c’è il cosa. Cosa campionava, dove andava a pescare, come trasformava. Dilla era un crate digger fanatico, passava ore nei negozi di dischi di Detroit a cercare oscurità, roba che nessuno aveva toccato da decenni. Soul degli anni Sessanta, jazz Settanta, colonne sonore dimenticate, quella zona grigia tra funk e easy listening che nessuno considerava cool.

    Prendi “Time: The Donut of the Heart”: è Dionne Warwick, “You’re Gonna Need Me”, un pezzo del ‘67 che probabilmente stava in qualche scaffale polveroso. Dilla isola quattro secondi di vocalizzo, li pitcha, li choppa, li fa diventare qualcos’altro. Non è una citazione riconoscibile come quando Puff Daddy campionava “Every Breath You Take” lasciandola identica. È trasfigurazione. Il sample diventa materia prima da plasmare, come argilla.

    “Airworks” viene da Gary Burton, “Sunset”, un pezzo di jazz fusion del ‘68. Dilla prende quelle vibes, le rallenta, le affoga nel fruscio del vinile, aggiunge quella batteria che cammina storta. Esce fuori un pezzo che sembra venire da un’altra dimensione temporale. Non è Sessanta, non è Duemila, è Dilla-tempo.

    La fisicità del vinile è fondamentale. Il fruscio, i click, le imperfezioni della testina – tutto questo entra nel suono e diventa parte dell’estetica. Oggi che campioniamo da Splice o YouTube, con file già puliti e pronti, abbiamo perso quella materialità. Dilla lavorava con oggetti fisici che avevano una storia: dischi comprati, trasportati, graffiati, vissuti. E quella storia si sentiva.

    EREDITÀ

    Vent’anni dopo, il DNA di Dilla è ovunque. Ogni volta che senti un beat che swinga in modo strano, ogni volta che un producer costruisce un pezzo intorno a un loop di novanta secondi e ha il coraggio di lasciarlo così, ogni volta che qualcuno pitcha un sample soul fino a farlo diventare alieno – c’è Dilla. Da Madlib a Flying Lotus, da Knxwledge a Alchemist, da Kaytranada fino a certa trap oscura.

    Ma l’eredità più profonda non è tecnica, è di attitudine. Dilla ha dimostrato che puoi fare musica radicale senza essere cerebralmente inaccessibile, che puoi essere un virtuoso dello strumento (la MPC) senza fare virtuosismi, che il vincolo – sia tecnico che fisico – può diventare metodo. Donuts è stato fatto in ospedale, con una macchina portatile, mentre moriva. Dice la leggenda.

    E come le leggende continua a vivere nei suoi dischi.

  • La musica come antidoto all’oblio

    12 Gennaio 2026

    C’è un momento in Cent’anni di solitudine che ho sempre trovato insopportabile. Non il massacro di Ciénaga in sé – quello almeno García Márquez lo mette sulla pagina, lo fa esistere nella letteratura. Il momento peggiore è quello dopo: quando tutti dimenticano. Quando il governo dichiara che non è successo niente e la gente ci crede. La memoria cancellata per decreto.

    Pensavo a questa scena mentre guardavo i video dell’invasione americana del Venezuela, quelli che Trump ha postato su Truth Social con la musica sopra, come il trailer di un film d’azione. Quaranta morti civili a Caracas. Un presidente rapito nel sonno. Un’operazione militare che Trump chiama “brillante, spettacolare”. E poi mi sono chiesto: tra cinquant’anni, chi si ricorderà di quei quaranta morti? Chi saprà i loro nomi? Come si fa a resistere a questo oblio programmato?

    La risposta, forse, sta in un posto inaspettato. Nelle canzoni che i venezuelani cantano da secoli. Nella musica tradizionale che hanno portato con sé attraverso migrazioni, dittature, embarghi. Nella memoria culturale che nessun bombardamento può cancellare del tutto.

    Il joropo è considerato la musica nazionale del Venezuela. Nato nelle pianure – los llanos – è un genere che mescola influenze indigene, africane e spagnole. Arpa, cuatro, maracas e Uun ritmo sempre storto, 3/4 o 6/8. Ma il joropo non è solo folklore: è un atto politico di definizione identitaria.

    Quando il colonialismo spagnolo dominava il Venezuela, il joropo era la musica dei peones, dei lavoratori delle piantagioni, dei meticci che non avevano posto nella gerarchia coloniale. Era la colonna sonora di chi veniva considerato “nativo”, inferiore, prescindibile. Proprio come oggi i quaranta morti di Caracas sono considerati “danni collaterali” – numeri, non nomi. Decorazione di una storia che si racconta altrove.

    Ma c’è una cosa che il joropo faceva e che fa ancora: trasforma l’esperienza locale in voce collettiva. Ogni pianura, ogni regione ha le sue varianti – il joropo oriental, il joropo central, il joropo llanero. È musica che dice: “Io esisto. La mia terra esiste. La mia storia ha un suono.” È l’opposto dell’oblio programmato.

    Hugo Chávez lo sapeva. Non a caso usava sistematicamente il joropo nei suoi comizi e nelle sue apparizioni pubbliche. Lo cantava, lo ballava, ne rivendicava il valore simbolico. Perché il joropo era (ed è) il suono del popolo che il colonialismo aveva dichiarato inesistente. Era memoria viva contro il decreto di morte culturale.

    Se il joropo è identità territoriale, il gaita zuliana è resistenza esplicita. Nato nello stato di Zulia – quello dove ci sono le maggiori riserve petrolifere del paese, non a caso – il gaita è tradizionalmente musica natalizia. Ma è diventato qualcosa di più: uno strumento di protesta sociale, di denuncia, di memoria storica.

    I testi del gaita raccontano le condizioni dei lavoratori, la corruzione, le ingiustizie, le morti che nessuno registra. Sono cronache dal basso, archivi popolari che sfuggono alla narrazione ufficiale. Quando le sanzioni americane – partite nel 2017, inasprite nel 2019 – hanno bloccato le importazioni di medicinali, quando la gente moriva perché l’insulina non poteva entrare nel paese, non c’erano statistiche ufficiali. Ma c’erano canzoni. C’erano gaitas che raccontavano i morti per mancanza di cure, le file fuori dagli ospedali vuoti, la disperazione silenziosa.

    Le Nazioni Unite hanno stimato decine di migliaia di morti a causa dell’embargo, ma prima dei report ONU, prima dei dati, c’erano le voci dei cantanti di gaita che testimoniavano. Memoria orale contro oblio istituzionale. È quello che fa la musica tradizionale: sopravvive ai massacri perché sta nella gola delle persone, non nei database che possono essere cancellati.

    Mi viene in mente Walter Benjamin, Il narratore: la grande tradizione orale conserva una sapienza che la modernità ha perduto. Il gaita è questo: una forma di narrazione pre-moderna che resiste alla post-modernità dell’oblio algoritmico. Quando Trump posterà il prossimo video su Truth Social con musica d’accompagnamento, le vittime spariranno dai feed, ma qualcuno, in qualche barrio di Maracaibo, scriverà una gaita con i loro nomi.

    C’è un altro genere fondamentale: la musica llanera, quella delle pianure. Simone Weil scriveva che l’enracinement – il radicamento – è il bisogno fondamentale dell’anima umana. La musica llanera è puro radicamento sonoro. Parla di fiumi, di mandrie, di orizzonti infiniti. Di un rapporto con la terra che è esistenziale, non proprietario. Al contrario, Trump ha detto esplicitamente: “Governeremo il Venezuela. Saremo fortemente coinvolti nell’industria petrolifera.” Non c’è più l’ipocrita copertura ideologica della “esportazione della democrazia”. C’è solo l’acquisizione di risorse. Il petrolio venezuelano – le maggiori riserve del pianeta – diventerà americano. Come ai tempi della United Fruit Company che decideva chi viveva e chi moriva nelle piantagioni di banane.

    Greg Grandin – storico di Yale – ha scritto che per capire l’invasione del Venezuela non dobbiamo guardare alla guerra fredda ma molto più indietro: all’epoca coloniale, a quando gli Stati Uniti conquistavano territori senza fingere. È il ritorno del colonialismo esplicito. Ma è anche il ritorno di una domanda antica: cosa resta quando ti tolgono tutto? Cosa sopravvive all’espropriazione totale?

    La musica llanera, resta. Resta il modo in cui tuo padre ti ha insegnato a suonare il cuatro. Resta la melodia che tua nonna cantava. Resta la memoria incorporata, quella che sta nel corpo e non nei documenti ufficiali.

    Il massacro di Ciénaga del 1928 – quello che García Márquez racconta in Cent’anni di solitudine – è stato commissionato dalla United Fruit Company. Centinaia di lavoratori colombiani uccisi dall’esercito per difendere gli interessi di un’azienda americana. Governo colombiano dixit: zero morti. Non è successo niente.

    Ma è successo qualcosa che la United Fruit non aveva previsto: è nato il vallenato moderno. La musica popolare della costa caraibica colombiana ha trasformato quel massacro in memoria cantata. Le vittime di Ciénaga vivono nelle canzoni, hanno nomi nelle liriche, esistono nella tradizione orale. Il colonialismo economico non è riuscito a imporre il colonialismo culturale totale.

    È la stessa dinamica che vediamo con il Venezuela e il petrolio. Maria Corina Machado – premio Nobel per la pace, leader dell’opposizione amata dagli USA – ha detto chiaramente: “Trasformeremo il Venezuela nel polo energetico delle Americhe.” Traduzione: ExxonMobil e Chevron gestiranno i giacimenti. È la Compagnia delle Indie Orientali che trova finalmente un collaboratore locale.

    Ma c’è un’altra appropriazione in corso, più subdola. Quella culturale. Quando Trump posta video dell’invasione con musica epica sopra, sta compiendo un atto di colonialismo sonoro: assume la posa del vincitore volendo scrivere la storia e scegliendo lui la colonna sonora. Sta decidendo quale musica accompagnerà il ricordo (o l’oblio) di quegli eventi.

    La musica tradizionale venezuelana resiste a questo. Ha una sua autonomia semantica, una sua storia che non è modificabile a piacimento. È archivio vivente, non materiale bruto da riprocessare.

    C’è un suprematismo implicito in tutto questo. Non solo nel considerare alcune vite più importanti di altre, ma anche nel decidere quale cultura merita di essere preservata e quale può essere cancellata. La musica tradizionale invece opera un contro-movimento. Non chiede il permesso per esistere. Non si presenta come “world music” da consumare. Continua semplicemente a suonare, a raccontare, a far esistere ciò che i decreti ufficiali dichiarano inesistente.

    È quello che facevano i griots nell’Africa occidentale: conservavano la storia orale quando la scrittura era monopolio del potere coloniale. È quello che fa il joropo, il gaita, la musica llanera: mantiene una memoria parallela, una contro-narrazione che sfugge e sfuggerà al controllo.

    Torno a García Márquez. Il realismo magico non era fantasia. Era l’unico modo per raccontare l’orrore senza impazzire. Era dire: guardate, questo è talmente assurdo che sembra invenzione, ma è reale. La musica tradizionale venezuelana non è realismo magico. È terribilmente, dolorosamente realista perché racconta fame, morti, migrazioni, amori perduti, terre espropriate. Lo fa con metafore, con simboli, con il linguaggio della tradizione orale, ma sotto c’è sempre il referente reale, il dolore concreto, la vita vissuta.

    Fredric Jameson diceva che il postmoderno ha perso il senso della storicità, vive in un eterno presente senza passato né futuro. La musica tradizionale è pre-moderna e post-postmoderna insieme: mantiene una relazione con il tempo storico che la contemporaneità ha perso. Ogni canzone è uno strato geologico di memoria.

    Cosa ci resta quando il colonialismo smette di fingere?

    “Quando il colonialismo smette di fingere, cosa ci resta?” chiedevo nel podcast. La musica tradizionale venezuelana suggerisce una risposta: ci resta quello che hanno sempre avuto i colonizzati. Non la terra – quella gliela prendono. Non le risorse – quelle se le portano via. Non le istituzioni – quelle le distruggono o le comprano.

    Ci resta la cultura orale. Restano le canzoni. Resta il modo in cui nostra nonna cantava certe parole. Resta la memoria incorporata che nessun bombardamento può colpire direttamente.

    Non è consolatorio. Non è giusto. Non è abbastanza. Ma è qualcosa.

    Tra cento anni, quando i libri di storia racconteranno l’“operazione anti-narcotraffico” del 2026, quando i quaranta morti saranno spariti dalle statistiche, quando il Venezuela sarà ricordato come “transizione democratica”, ci saranno ancora vecchi in qualche barrio che canteranno canzoni su quei giorni. Avranno i nomi, le date, i dettagli che la storia ufficiale avrà cancellato.

    La musica tradizionale è testarda. Sopravvive ai massacri perché sta nella memoria collettiva, non negli archivi di stato. È ridondante: ogni generazione la reimpara, la trasmette, la modifica leggermente, ma mantiene il nucleo. È distribuita: non ha un centro che può essere distrutto, una sede che può essere bombardata.

    È, in fondo, l’unica forma di resistenza che funziona nel lungo periodo. Certo, non impedisce l’invasione e non ferma l’espropriazione. Purtroppo non salva le vite, ma impedisce l’oblio. E impedire l’oblio, quando il potere lavora sistematicamente per produrlo, è un modo per restare vivi.

  • Buoni propositi per la newsletter

    30 Dicembre 2025

    Nel marzo del 2019 ho aperto Fantastico!, una newsletter su Substack che diventò rapidamente una comunità e poi una rivista DIY (anche grazie alle energie di Ilenia Adornato). La piattaforma era ancora relativamente giovane, prometteva una cosa semplice: uno spazio per scrivere, mandare email ai lettori, eventualmente farsi pagare. Niente algoritmi, niente engagement metrics ossessivi, niente simulazione del feed infinito. Solo parole e persone che volevano leggerle.

    Abbiamo chiuso F! nel 2022 e tre anni dopo –poche settimane fa– ho provato a rientrarci per portarci “Il capitale musicale”, ma ho deciso di tornare definitivamente al mio sito WordPress, beboguidetti.it, e di abbandonare per sempre Substack. Non è stata una decisione impulsiva, ma il risultato di un processo che chiunque abbia studiato le dinamiche del platform capitalism riconosce immediatamente.

    Nel 2019 Substack era esattamente quello che prometteva: un CMS per newsletter, punto. Crescere un pubblico era sorprendentemente facile perché l’ecosistema era piccolo, coeso, curioso. Pubblicavi, la gente si iscriveva, fine.

    Già nel 2022 con la chiusura di Fantastico!, una volta raggiunta la scala necessaria, la piattaforma aveva iniziato a cambiare. Prima in modi sottili, poi sempre più esplicitamente. Substack ancora oggi ha bisogno di crescere, di giustificare i round di finanziamento, di diventare “la prossima grande cosa”. E così inizia ad aggiungere features che nessuno aveva chiesto: like, repost, raccomandazioni, note (sostanzialmente tweet), leaderboard. Trasforma uno strumento di pubblicazione in un simulacro di social network. L’estrazione di valore parte dai lettori (paywall ovunque, pressione ad abbonarsi), poi si sposta sui creatori di contenuti, che devono competere in un’arena sempre più affollata e algoritmica.

    Alla fine arrivi al punto in cui la piattaforma massimizza l’estrazione fino al collasso qualitativo. Substack, a me pare sia lì.

    Il problema non è tecnologico, è ideologico. Substack ha deciso che per crescere doveva smettere di essere una piattaforma di publishing e diventare una piattaforma di engagement. Quando aprimmo Fantastico!, pubblicavi un pezzo e chi si era iscritto lo riceveva via email. Fine. Oggi pubblichi un pezzo e devi:

    • Sperare che l’algoritmo lo mostri nel feed “Discover”
    • Competere con centinaia di migliaia di altre newsletter
    • Giocare al gioco delle raccomandazioni incrociate
    • Guardare metriche di “engagement” che non significano nulla per chi scrive
    • Decidere se mettere un paywall (e dove, e come, e quanto e mollatemi diosanto)

    La piattaforma ha trasformato la scrittura in content, i lettori in audience, e gli scrittori in creator. Non sono sfumature linguistiche: sono paradigmi economici differenti.

    Se già questo non fosse sufficiente a levarmi la pazienza, c’è un problema più grave, che rende impossibile continuare a usare Substack in buona coscienza: la piattaforma ospita contenuti esplicitamente neonazisti, suprematisti bianchi, negazionisti.

    Nel 2023, dopo le pressioni di numerosi scrittori e giornalisti (tra cui Casey Newton e Platformer), Substack ha risposto sostanzialmente con: “Noi crediamo nella libertà di espressione”. Una posizione comoda quando sei la piattaforma e incassi il 10% di ogni abbonamento, anche quello alle newsletter che pubblicano la “Grande Sostituzione” o negano l’Olocausto. Una posizione comoda come quella di Kirk che parlava di libertà d’espressione per poter andare in giro a dire le pggiori nefandezze. Una roba così tanto lib che verrebbe da dire “una cosa davvero molto americana”.

    Non è un problema di censura o libertà di espressione. È un problema di monetizzazione dell’odio. Substack prende una commissione anche dai contenuti che incitano alla violenza razziale. E quando gli viene fatto notare, si nasconde dietro principi astratti che curiosamente non applica mai contro i propri interessi economici.

    Non voglio che il mio lavoro contribuisca, nemmeno indirettamente, al funzionamento di una piattaforma che lucra sull’estremismo.

    Oh, WordPress non è perfetto. È un CMS vecchio, a volte goffo, con una curva di apprendimento. Ma è mio. Il dominio è mio, il server è mio (o almeno lo controllo), i dati sono miei. Non c’è nessun intermediario che decide se i miei lettori vedranno o meno quello che scrivo. Non c’è nessun algoritmo che mi dice “questo post ha performato bene” come se scrivere fosse fare TikTok. E soprattutto, se ti iscrivi, non vendo i tuoi dati per proporti di regalare Il Capitale di Marx come strenna natalizia (e questo è un peccato, ma tant’è).

    Soprattutto: non sto finanziando neonazisti con il mio traffico e la mia presenza!

    Il paradosso è che per molto tempo abbiamo pensato che le piattaforme ci liberassero dalla fatica tecnica del self-hosting. “Concentrati sui contenuti, al resto pensiamo noi”. Ma quel “resto” include anche decidere chi può parlare, come, a quale prezzo, con quale visibilità. Include trasformare il publishing in performance metrics. Include, letteralmente, dare un tagliando economico all’estrema destra.

    Fantastico! da anni rimane online su Substack come archivio, è stata un’esperienza straordinaria e fotografa ancora oggi “una possibilità”. Ma tutto quello che ho scritto su quella piattaforma come “Il capitale musicale” ora andrà su beboguidetti.it: RSS, newsletter autogestita, nessun intermediario. Meno comodo? Forse. Più lento a crescere? Sicuramente. Ma almeno so che quando qualcuno legge qualcosa che ho scritto, è perché ha deciso di cercarlo, non perché un algoritmo ha deciso che era il suo turno di “engagement”. Quello che sta lì sopra, tra poco lo cancellerò, perché è meglio così.

    L’enshittification è un processo inevitabile per le piattaforme venture-backed. Substack non fa eccezione. La domanda non è se degraderanno ulteriormente, ma quanto tempo ci vorrà. E se vogliamo ancora essere lì quando succederà. Io ho deciso di no.

    Ciao, da qui: nessun paywall, nessun algoritmo, nessun neonazista nelle vicinanze.

  • La politica del desiderio (e il Sanders che non abbiamo mai avuto)

    23 Dicembre 2025

    Nel 1972, Gilles Deleuze e Félix Guattari diedero alle stampe L’Anti-Edipo, un’opera che Michel Foucault avrebbe poi consacrato come un vero e proprio “manuale di etica”. Il cuore pulsante di quel libro risiede in una tesi tanto semplice quanto dirompente: il desiderio, nella sua essenza più pura, è rivoluzionario. Per i due filosofi, non si tratta di intendere il desiderio come una “mancanza” — quella visione codificata dalla psicanalisi che lo riduce a un eterno dramma familiare — ma come una forza produttiva, una vera e propria macchina. L’inconscio non deve essere visto come un teatro dove si mettono in scena vecchi traumi, bensì come un’officina in cui si fabbricano mondi possibili.

    Questa visione filosofica trova oggi un’eco sorprendente nella prassi politica. Immaginiamo, ad esempio, la vittoria di Zohran Mamdani a New York: un successo costruito non sulla critica tecnica al neoliberismo, ma sulla capacità di dire cosa possiamo costruire insieme, dai supermercati comunali ai trasporti gratuiti. È un rovesciamento di prospettiva che ci costringe a tornare alla domanda posta da Spinoza nel 1670 e ripresa da Wilhelm Reich nel 1933: perché le masse lottano per la propria oppressione come se fosse la loro libertà?

    Reich comprese che il fascismo non era solo un’imposizione esterna, ma l’esito di un desiderio represso che, attraverso la negazione della vitalità e della sessualità, finisce per sublimarsi nell’idealismo autoritario. Il capitalismo ha imparato questa lezione: esso agisce a livello molecolare, facendo sì che il soggetto desideri ciò che lo opprime. Per questo, la vera domanda politica oggi non riguarda ciò che le persone pensano, ma ciò che le persone desiderano.

    Il desiderio, tuttavia, per diventare forza politica ha bisogno di una forma e di un linguaggio. Barack Obama lo intuì nel 2008, non limitandosi a una campagna elettorale, ma costruendo una vera macchina culturale. “Yes We Can” divenne un video musicale con will.i.am, Scarlett Johansson e John Legend, 74 milioni di visualizzazioni, un logo che divenne icona pop dalle t-shirt ai graffiti. Obama trasformò uno slogan dei lavoratori agricoli di César Chávez in ciò che Deleuze e Guattari avrebbero chiamato una “sintesi disgiuntiva”: un punto dove convergono traiettorie diverse, dove textile workers della Carolina del Sud e dishwashers di Las Vegas si riconoscono nella stessa lotta. Non vendeva un programma — vendeva un desiderio collettivo di futuro che prendeva forma estetica, musicale, visiva. In questo senso, la politica non è comunicazione, ma produzione culturale che genera desiderio.

    Ma questa produzione di desiderio richiede un’infrastruttura materiale e una pazienza metodica. Mamdani non è spuntato dal nulla: 100.000 volontari hanno bussato a 3 milioni di porte in un’operazione che NYC-DSA ha costruito in dieci anni. Il meccanismo è radicalmente semplice: formi field leads che coordinano canvass, questi accolgono nuovi volontari, li formano, e dopo qualche sessione chiedono “vuoi imparare a fare il field lead?” È il “modello a fiocco di neve” — replicazione di leadership, non centralizzazione del controllo.

    Ma non è solo logistica — è cultura. Tascha Van Auken, la campaign director di Mamdani, racconta a Jacobin che ogni attività porta a porta inizia con i volontari che condividono perché sono lì, cosa significa per loro. Non è transazionale, è trasformativo: stai costruendo relazioni, chiedendo alle persone quale sia la loro visione, se vogliono costruirla con te. Questo è il desiderio produttivo di cui parlavano Deleuze e Guattari: quello che costruisce, assembla, crea connessioni nuove. Non desidera un oggetto ma produce realtà. È l’opposto del desiderio edipico — quello che opera per mancanza, che il capitalismo produce per mantenerti sempre insoddisfatto, sempre in cerca del prossimo acquisto.

    Mettendo le mani nella comunicazione politica mi domando: come si traduce questa teoria nella prassi quotidiana di una città come Bologna? Il rischio dell’amministrazione è quello di restare intrappolata nella gestione del presente, parlando solo alla ragione e mai all’immaginario. Quando risolviamo la vertenza de La Perla, non stiamo solo salvando posti di lavoro, ma affermando il desiderio di un mondo dove il sapere delle maestranze e la dignità artigiana valgono più della speculazione finanziaria. Allo stesso modo, l’edilizia popolare e la mobilità sostenibile non sono semplici “voci di spesa”, ma la risposta fisica al bisogno di radicamento e di bellezza contro la precarietà degli affitti brevi e la città-albergo.

    Il problema non è cosa comunicare, ma come produrre desiderio collettivo attorno a ciò che facciamo. E questa produzione di desiderio richiede di abbandonare il linguaggio della mancanza per abbracciare quello del divenire. Non “ti manca la casa”, ma “immagina una città dove abitare non dipende dalla speculazione”. Non “il sistema sanitario è ingiusto”, ma “assistenza sanitaria universale, gratis, per tutti”. Il desiderio ha bisogno di forma: Mamdani parla di supermercati comunali e produce immaginari — foto dei mercati contadini, storie dei food deserts nel Bronx, mappe di dove potrebbero sorgere questi spazi. Obama fa “Yes We Can” e will.i.am produce il brano. È produzione culturale che fa politica (e non la politica come oggetto culturale), è desiderio che prende forma estetica e diventa contagioso.

    Questa officina, però, non si improvvisa. NYC-DSA ha impiegato dieci anni per arrivare a quei numeri, costruendo qualcosa che non esisteva: un’infrastruttura democratica di massa che permette a chiunque di entrare, imparare, crescere, replicarsi. Ogni campagna — Julia Salazar nel 2018, Tiffany Cabán nel 2019, etc. — ha aggiunto un pezzo. Ogni sconfitta ha insegnato qualcosa. Quando Mamdani annuncia la candidatura, l’officina è già lì. Serve solo moltiplicarla.

    Van Auken racconta che al primo grande kickoff si aspettavano 200 persone e ne sono arrivate 500 su un prato gelato. Racconta di aver passato ore a impacchettare materiali nel suo appartamento mentre i driver volontari arrivavano a ritirare tutto per portarlo nei quartieri. Questa è la dimensione affettiva e corporea della costruzione politica. Reich aveva capito che la repressione sessuale produce fascismo non per un meccanismo ideologico ma perché il desiderio represso cerca sublimazioni autoritarie. La politica progressista non può ignorare questa dimensione: quando bussi a tre milioni di porte, quando passi ore a camminare per i quartieri, quando costruisci relazioni faccia a faccia, stai facendo politica incarnata. Non è populismo — è materialismo.

    In definitiva, il problema non è cercare il “nuovo Sanders”, ma moltiplicare queste officine della solidarietà. La Perla che riassume le sue maestranze è officina. Gli organizzatori degli inquilini nel Queens sono officina. I 700 field leads che coordinano azioni sul territorio quotidiane sono officina. Le dispense alimentari di Nonna Roma durante il Covid sono officina. Il collettivo di Fabbrica GKN è officina. Ogni spazio dove si costruisce solidarietà concreta e si immaginano mondi diversi è una macchina desiderante.

    Non serve genio. Serve pazienza materiale: accettare che questa roba è intima, trasformativa, nervosa — ogni volta che distribuisci volantini sei teso, anche dopo anni. Ma serve anche capire che il desiderio ha bisogno di forma. I supermercati comunali non sono solo una proposta di policy — sono l’immagine concreta di un mondo dove il cibo non è merce ma diritto. “Yes We Can” non è solo uno slogan — è un video musicale, un logo, un movimento estetico. Il desiderio si produce dove l’immaginario incontra la prassi, una strada alla volta.

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