Chi paga la festa?

A Bologna in questi giorni si litiga di piazze, spazio privato, cultura e decibel. Le risse in sé mi annoiano, ma intercettano una domanda seria: che indirizzo culturale si dà una città e un paese.

Di chi sono le città, lascio che ognuno si faccia la sua idea. Di chi sono le economie culturali della città – sottosezione della stessa domanda e più nelle mie corde – provo a dire qualcosa.

Mi aggancio a un articolo di Flavia Tommasini, che vi invito a leggere, e cerco di mettere a terra qualche idea. Nata anche da un percorso di lavoro condiviso con tante e tanti che a Bologna la cultura la fanno davvero.

Da Hellwatt in giù

C’è un numero, nel pezzo di Flavia Tommasini, che vale quanto tutto il resto del dibattito: 1,7 milioni di euro pubblici su 11,5 complessivi. È la quota di soldi nostri finita nella RCF Arena di Reggio Emilia, l’infrastruttura su cui doveva atterrare Hellwatt, il “Coachella italiano”. Poi Kanye e Travis Scott saltano per ordine della Prefettura, il festival si dissolve, restano i biglietti da rimborsare e qualche interrogazione in Regione.

Teniamolo, quel numero, perché rovescia la favola che ci raccontano a ogni grande evento. La favola dice: l’evento porta soldi alla città con l’indotto, gli alberghi pieni, i ristoranti che lavorano. Ma nel caso di cui parlano tutti, i soldi hanno viaggiato nella direzione opposta: è stata la città a pagare l’arena privata, e quando il giocattolo si è rotto la città ha pagato di nuovo. L’indotto è la narrazione; il sussidio è il fatto. E non è l’eccezione, come scrive giustamente Flavia: è la struttura.

Flavia chiude il suo articolo con la domanda giusta – chi governa la musica dal vivo? – e risponde invocando una funzione di governo culturale: condizioni e non flussi, ecosistemi e non calendari. Sono d’accordo parola per parola. Voglio solo mettere a terra la parte che decide tutto e che il suo pezzo lascia in ombra: i soldi, da dove vengono. Per arrivarci, però, tocca dire prima una cosa brutta, quella che di solito teniamo per ultima e sottovoce: la produzione culturale, da sola, non sta in piedi. È in perdita per definizione. E quasi tutto il modo in cui parliamo di cultura serve a non guardare in faccia questo fatto.

Un solo asse

Flavia ha già fatto il lavoro più difficile: ha rifiutato la scorciatoia romantica del piccolo contro il grande. Esistono grandi eventi costruiti con cura e radicamento, ed esistono piccoli eventi che replicano in scala ridotta le stesse logiche estrattive, solo con meno soldi. Il discrimine non è la taglia, è il modello di crescita: una che lascia competenze, scene, relazioni, e una che lascia soltanto posizionamento.

Proviamo a stringere ancora, fino a un criterio solo: chi cattura il surplus. Dove il surplus di un evento è catturato da pochi – l’operatore, la piattaforma di ticketing, lo sponsor – lo si tassa. Dove è prodotto socialmente, lo si finanzia. Non grande contro piccolo: estrattivo contro generativo. Questo risolve anche l’imbarazzo di definire cosa sia un “grande evento”. Un rave pubblico e gratuito che riempie una piazza non paga niente, anche se fa diecimila persone. Un concerto da novanta euro a biglietto, con l’indotto in mano alle piattaforme, paga: perché lì il surplus se lo prende qualcuno, e i costi – lo spazio consumato, i quartieri, l’usura – li lascia a tutti.

Detto questo, la parola “patrimoniale” la terrei nei comizi e fuori dalle delibere.

Una patrimoniale colpisce uno stock di ricchezza, è competenza nazionale, ed è mobile: la ricchezza scappa. Quello di cui parliamo è un’altra cosa, ed è più solida proprio perché più piccola: un prelievo locale su un’attività che non puoi delocalizzare. Un concerto all’Unipol Arena usa lo spazio di Bologna, le strade di Bologna, il pubblico di Bologna. Non lo sposti a Malta. È la base meno fuggitiva che esista e la prova ce l’abbiamo sotto gli occhi: l’imposta di soggiorno non ha fatto scappare un solo turista. Progressivo sopra una soglia di spettatori, vincolato in bilancio. Niente di esotico, la famiglia di strumenti esiste già, pensa un po’: imposta di scopo, canone di concessione del suolo pubblico, la stessa logica dell’imposta di soggiorno.

Facciamo due conti

Qui di solito a sinistra ci si ferma allo slogan. Non fermiamoci. In Emilia-Romagna – il “laboratorio affollato” che Flavia descrive bene, con Campovolo, Imola, il Dall’Ara, l’Unipol Arena, le Sequoie, i grandi eventi a Ferrara – di appuntamenti sopra i diecimila paganti se ne contano a decine ogni anno. Mettiamo, a spanne, un 1% sull’incasso, aggregato su una cinquantina di eventi: si arriva a una cifra dell’ordine del mezzo milione l’anno, e con la progressività ci si avvicina al milione. Non è simbolico: mezzo milione vincolato sono residenze, sale prova gratuite, un pugno di luoghi stabili per una scena.

Il numero vero, peraltro, non è un mistero. L’Annuario dello Spettacolo della SIAE dà per provincia eventi, spettatori e incassi al botteghino, divisi per genere. Si tira fuori la cifra reale di Bologna e la proposta smette di essere uno slogan e diventa una voce costata, l’unica versione che in Consiglio comunale non ti smontano in tre minuti.

Due onestà, però, perché senza vendo le favole.

La prima: conta più la base dell’aliquota. Se tassi solo i paganti, ti perdi la Fiera – impronta enorme, “spettatori paganti” zero in senso da botteghino – e i grandi eventi gratuiti a sponsor, che sono spesso i più estrattivi di tutti, perché lì il valore sta nel brand e nei dati, non nel biglietto. Se il metro è il danno che si lascia dietro, la base deve seguire l’impronta, non il botteghino.

La seconda, più cattiva e me la tengo perché è quella che mi convince di meno della mia stessa proposta: se “il laboratorio/sala prove” lo paga davvero il fondo-eventi, il Comune sviluppa un interesse di bilancio a che la città resti una macchina da grandi eventi. Per nutrire l’alternativa allo spettacolo estrattivo ti tocca coltivare lo spettacolo estrattivo. Non è un difetto fatale, ma va detto chiaro: questo è un cuneo, un fondo-seme, non l’alternativa strutturale. Venderlo come la rivoluzione con mezzo milione l’anno, è mentire.

Il pavimento, non il curatore

E qui mi separo di un passo da Flavia o meglio, raccolgo una cosa che lei stessa ha detto altrove, meglio di come la direi io: un dancefloor comune, non una direzione artistica. Perché “sottrarre al mercato il monopolio delle decisioni su cosa merita spazio” è giusto, ma a una condizione: che non si ricostruisca un monopolio pubblico delle decisioni. L’arte di Stato, ovunque sia stata tentata, è finita male e non per caso. Il Fondo Unico per lo Spettacolo e la lottizzazione dei teatri sono lì a ricordarcelo.

L’uscita è una sola, ed è il modello biblioteca: il pubblico paga il muro, gli scaffali, l’accesso gratuito e non scrive i libri né ti dice quale leggere. Si finanziano le condizioni, non i contenuti. Lo Stato che sceglie i vincitori è il Minculpop; il pubblico che tiene aperto lo spazio è un’altra cosa, è un pavimento sotto i piedi. E qui torna la frase più acuta del pezzo di Flavia: la scarsità produce conformismo. Con poco margine programmi solo ciò che è già validato e le scene si assottigliano. Il pavimento pubblico serve esattamente a ricomprare quel margine. Non sceglie l’avanguardia: finanzia le condizioni perché qualcuno possa permettersi di fallire. Che poi è l’unico modo in cui l’avanguardia sia mai esistita.

La perdita è il punto

Resta la domanda sotto tutte le altre, quella che nel dibattito è saltata fuori quasi di sfuggita: perché alla cultura dobbiamo sempre attaccare un aggettivo? Cultura come economia, come turismo, come welfare, come narrazione. Gliel’attacchiamo perché, stringi stringi, nel 2026 non sappiamo più dire cosa sia la cultura – la risposta non è condivisa, forse non è più condivisibile – e allora ci consoliamo con la sua funzione. E sotto la funzione c’è la paura non detta: la produzione culturale è ontologicamente in perdita.

Bene: rovesciamola, quella paura. La perdita non è il segreto da coprire, è la cosa stessa. C’è un’idea vecchia – Bataille la chiamava la parte maledetta – per cui ogni società produce un eccesso: la domanda vera non è come accumularlo, ma come spenderlo. La cultura è la forma che prende lo spreco quando una collettività decide di bruciare il proprio surplus invece di capitalizzarlo: una festa, un disco che non venderà mai, una sera in cui diecimila persone fanno una cosa che non lascia nessun asset finanziario dietro di sé. È in perdita per definizione e quella perdita è esattamente la prova che sappiamo ancora fare qualcosa per un motivo diverso dal rendimento. Il guaio quindi non è che la cultura non rende. Il guaio è una società che non sopporta più di guardare in faccia ciò che non rende.

Allora l’aggettivo lo capiamo meglio. Il bilancio non parla la lingua della perdita: non puoi scrivere “il sublime” in una voce di spesa. “Welfare” non serve a legittimare la cultura, serve a tradurla in una lingua che la macchina pubblica sappia contabilizzare. È un passaporto, non una giustificazione. E qui i due fili si annodano: il prelievo sul grande evento è il modo in cui lo spettacolo che accumula paga il pavimento sotto la festa che spende. È il caso Hellwatt esattamente al contrario: non più la città che sussidia l’arena privata, ma l’arena che finanzia la perdita pubblica.

Flavia chiude chiedendo cosa vogliamo che la musica dal vivo faccia ai nostri territori e chi se ne assume la responsabilità politica. Una parte di quella responsabilità ha una forma precisa e disponibile da subito: decidere chi paga la perdita. Oggi la risposta è che la città paga, l’operatore incassa, e quando si rompe la città ripaga. L’altra risposta è che il grande evento metta nel portafoglio del Comune una quota vincolata a tenere aperta la pista. Non perché la cultura debba meritarsi di esistere giustificandosi, ma perché una città che non può più permettersi il proprio spreco ha già smesso di essere una città. È diventata un fondale. E sui fondali, si sa, non balla nessuno.


Iscriviti a Qualcuno con cui scrivere

Gli articoli del sito, inviati alla tua e-mail.


Rispondi

Scopri di più da Qualcuno con cui scrivere

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere