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Qualcuno con cui scrivere

  • J Dilla – Donuts

    3 febbraio 2026

    Quarantatrè minuti di disco che mi hanno cambiato la vita, venti anni fa.

    Il 7 febbraio 2006 James Yancey muore a Detroit. Ha trentatré anni. È un corpo che si è spento mentre la testa continuava a produrre.

    Il 4 febbraio, tre giorni prima era uscito Donuts: trentuno tracce registrate in ospedale con una MPC ai piedi del letto. O almeno, questo è il mito. In Dilla Time, la biografia scritta da Dan Charnas dopo quattro anni di ricerca e quasi duecento interviste, emerge una storia diversa: Donuts nasce da un beat tape fatto a casa, editato dalla Stones Throw mentre Dilla era in ospedale. La romanticizzazione della genialità morente serve bene alla narrazione, ma oscura qualcosa di più importante: Dilla non era un artista ispirato che registrava in punto di morte. Era un perfezionista quasi spiritualmente devoto alla musica, che lavorava così da anni.

    Quarantatré minuti che non sono un testamento, non sono un addio commovente, non sono niente di quello che ci si aspetterebbe da un disco fatto da uno che sa di morire. Sono un manuale di estetica del beat, un trattato pratico su come si fa groove, un disco che vent’anni dopo continua a essere il metro di paragone per chiunque metta le mani su una drum machine.

    Donuts non funziona come funzionano i dischi. Non ha singoli, non ha featuring, non ha nemmeno il tempo di essere un disco. È una collezione di loop, di frammenti, di intuizioni che durano il tempo di stabilizzarsi e poi spariscono. “Waves” dura un minuto e trentasette, “Lightworks” uno e cinquantadue, “The Twister (Huh!)” uno e undici. Molti producer passano settimane su un singolo beat cercando di “finirlo”, di aggiungere variazioni, breakdown, ponti, tutti quegli artifici che servono a far durare un pezzo tre minuti e mezzo. Dilla dice: un loop che funziona non ha bisogno di andare da nessuna parte, deve solo respirare. E quei novanta secondi bastano.

    IL GROOVE CHE NON STA IN GRIGLIA

    La prima cosa che senti quando ascolti Donuts è che qualcosa non torna. Il tempo è giusto, i BPM sono coerenti, ma c’è un’instabilità di fondo che ti tiene sospeso. Prendi “Workinonit”: quel kick arriva sempre dove non te lo aspetti, un decimo di secondo dopo, o prima, non riesci nemmeno a capirlo con precisione. Non è un errore, è un pattern. E non è nemmeno swing tradizionale, quella cosa programmabile da manuale che sposti il quantize al 66% e ottieni il feel “umano”. È qualcos’altro.

    Questo è il marchio di fabbrica di Dilla, quello che lo aveva reso un producer rispettato e ricercato da anni. Dai primi lavori con Slum Village fino ai beat per Pharcyde, Common, Busta Rhymes – quel groove storto ma magnetico era la sua firma, la cosa che lo rendeva irreplicabile. In Donuts quel metodo arriva alla sua forma più pura, più estrema, liberato anche dalla necessità di sostenere strofe e ritornelli.

    Charnas nel suo libro smonta il cliché che riduce tutto a “Dilla non quantizzava”. È un’oversemplificazione che perde il punto. Dilla lavorava con l’MPC 3000, una macchina che ha una griglia temporale precisa: sedicesimi, trentaduesimi, triplets. La maggior parte dei producer lavora allineando tutto a quella griglia, magari con un tocco di swing preimpostato. Dilla invece programmava batteria per batteria, spostando ogni singolo colpo manualmente, fuori griglia, creando un groove che sembra ubriaco ma che in realtà risponde a una logica interna ferrea. La vera rivoluzione era il “Dilla time”: la sintesi tra tempo umano e tempo macchina, una fusione di swing e straight time che nessuno aveva mai fatto prima.

    Ascolta come gioca con i charleston in “Don’t Cry”: c’è un pattern di accelerazioni e rallentamenti micrometrici che crea tensione e rilascio senza che tu te ne accorga razionalmente. Il tuo corpo lo capisce prima della tua testa. E qui sta il punto: Dilla ha cambiato il modo in cui suonano anche i musicisti “tradizionali”, non solo i producer. Batteristi jazz come Karriem Riggins, bassisti, tastieristi: tutti hanno iniziato a suonare diversamente dopo aver ascoltato i suoi beat. Ha inventato un nuovo modo di concepire il tempo in musica.

    Questlove l’ha chiamato “drunk drumming”, ma non è casualità. È precisione applicata alla deviazione. È come se Dilla avesse capito che il groove non sta nella perfezione metrica ma nell’imperfezione controllata, in quello spazio sottilissimo tra l’errore e l’intenzione. Per questo quando oggi senti un producer dire “I got that Dilla bounce” nove volte su dieci sta solo mettendo un preset di swing. Il Dilla feel non si replica con un preset, è un modo di pensare il tempo.

    IL BEAT COME HAIKU

    Donuts è fatto di miniature. Trentuno tracce in quarantatré minuti significa una media di un minuto e ventidue a pezzo. Mentre Dre costruiva concept album mastodontici e Kanye stava per partire con “Graduation” (cinquantadue minuti, tredici pezzi), Dilla faceva l’esatto opposto. E non era una scelta dovuta ai limiti fisici della malattia – stava lavorando così da anni. Era una poetica.

    Il loop non è la base su cui poi costruisci strofe e ritornelli. Il loop è la forma compiuta. “Waves” è solo un sample di 10cc che respira per novanta secondi. Non succede nient’altro, non deve succedere nient’altro. C’è tutto: il sample pitchato verso l’alto, quel calore analogico che viene fuori quando forzi il giradischi, un kick minimo, qualche click. Fine. Ed è perfetto così.

    La ripetizione ossessiva del loop diventa quasi meditativa. Ascolti “One Eleven” e all’inizio ti sembra troppo corta, vorresti che continuasse, che si sviluppasse. Poi capisci che il punto non è dove va, ma dove sta. Il beat non è un veicolo per portarti da qualche parte, è un luogo. E Dilla ti ci fa stare il tempo necessario a capirlo, poi ti butta fuori. Next.

    Questa economia brutale dell’attenzione è anche incredibilmente moderna. Donuts anticipa l’era degli algoritmi, dei feed infiniti, della soglia di attenzione ridotta a secondi. Ma lo fa nel modo opposto: invece di adattarsi alla distrazione, crea concentrazione forzata. Novanta secondi di focus assoluto, poi reset. Trentuno volte.

    L’ARCHIVIO COME ORACOLO

    Poi c’è il cosa. Cosa campionava, dove andava a pescare, come trasformava. Dilla era un crate digger fanatico, passava ore nei negozi di dischi di Detroit a cercare oscurità, roba che nessuno aveva toccato da decenni. Soul degli anni Sessanta, jazz Settanta, colonne sonore dimenticate, quella zona grigia tra funk e easy listening che nessuno considerava cool.

    Prendi “Time: The Donut of the Heart”: è Dionne Warwick, “You’re Gonna Need Me”, un pezzo del ‘67 che probabilmente stava in qualche scaffale polveroso. Dilla isola quattro secondi di vocalizzo, li pitcha, li choppa, li fa diventare qualcos’altro. Non è una citazione riconoscibile come quando Puff Daddy campionava “Every Breath You Take” lasciandola identica. È trasfigurazione. Il sample diventa materia prima da plasmare, come argilla.

    “Airworks” viene da Gary Burton, “Sunset”, un pezzo di jazz fusion del ‘68. Dilla prende quelle vibes, le rallenta, le affoga nel fruscio del vinile, aggiunge quella batteria che cammina storta. Esce fuori un pezzo che sembra venire da un’altra dimensione temporale. Non è Sessanta, non è Duemila, è Dilla-tempo.

    La fisicità del vinile è fondamentale. Il fruscio, i click, le imperfezioni della testina – tutto questo entra nel suono e diventa parte dell’estetica. Oggi che campioniamo da Splice o YouTube, con file già puliti e pronti, abbiamo perso quella materialità. Dilla lavorava con oggetti fisici che avevano una storia: dischi comprati, trasportati, graffiati, vissuti. E quella storia si sentiva.

    EREDITÀ

    Vent’anni dopo, il DNA di Dilla è ovunque. Ogni volta che senti un beat che swinga in modo strano, ogni volta che un producer costruisce un pezzo intorno a un loop di novanta secondi e ha il coraggio di lasciarlo così, ogni volta che qualcuno pitcha un sample soul fino a farlo diventare alieno – c’è Dilla. Da Madlib a Flying Lotus, da Knxwledge a Alchemist, da Kaytranada fino a certa trap oscura.

    Ma l’eredità più profonda non è tecnica, è di attitudine. Dilla ha dimostrato che puoi fare musica radicale senza essere cerebralmente inaccessibile, che puoi essere un virtuoso dello strumento (la MPC) senza fare virtuosismi, che il vincolo – sia tecnico che fisico – può diventare metodo. Donuts è stato fatto in ospedale, con una macchina portatile, mentre moriva. Dice la leggenda.

    E come le leggende continua a vivere nei suoi dischi.

  • La musica come antidoto all’oblio

    12 gennaio 2026

    C’è un momento in Cent’anni di solitudine che ho sempre trovato insopportabile. Non il massacro di Ciénaga in sé – quello almeno García Márquez lo mette sulla pagina, lo fa esistere nella letteratura. Il momento peggiore è quello dopo: quando tutti dimenticano. Quando il governo dichiara che non è successo niente e la gente ci crede. La memoria cancellata per decreto.

    Pensavo a questa scena mentre guardavo i video dell’invasione americana del Venezuela, quelli che Trump ha postato su Truth Social con la musica sopra, come il trailer di un film d’azione. Quaranta morti civili a Caracas. Un presidente rapito nel sonno. Un’operazione militare che Trump chiama “brillante, spettacolare”. E poi mi sono chiesto: tra cinquant’anni, chi si ricorderà di quei quaranta morti? Chi saprà i loro nomi? Come si fa a resistere a questo oblio programmato?

    La risposta, forse, sta in un posto inaspettato. Nelle canzoni che i venezuelani cantano da secoli. Nella musica tradizionale che hanno portato con sé attraverso migrazioni, dittature, embarghi. Nella memoria culturale che nessun bombardamento può cancellare del tutto.

    Il joropo è considerato la musica nazionale del Venezuela. Nato nelle pianure – los llanos – è un genere che mescola influenze indigene, africane e spagnole. Arpa, cuatro, maracas e Uun ritmo sempre storto, 3/4 o 6/8. Ma il joropo non è solo folklore: è un atto politico di definizione identitaria.

    Quando il colonialismo spagnolo dominava il Venezuela, il joropo era la musica dei peones, dei lavoratori delle piantagioni, dei meticci che non avevano posto nella gerarchia coloniale. Era la colonna sonora di chi veniva considerato “nativo”, inferiore, prescindibile. Proprio come oggi i quaranta morti di Caracas sono considerati “danni collaterali” – numeri, non nomi. Decorazione di una storia che si racconta altrove.

    Ma c’è una cosa che il joropo faceva e che fa ancora: trasforma l’esperienza locale in voce collettiva. Ogni pianura, ogni regione ha le sue varianti – il joropo oriental, il joropo central, il joropo llanero. È musica che dice: “Io esisto. La mia terra esiste. La mia storia ha un suono.” È l’opposto dell’oblio programmato.

    Hugo Chávez lo sapeva. Non a caso usava sistematicamente il joropo nei suoi comizi e nelle sue apparizioni pubbliche. Lo cantava, lo ballava, ne rivendicava il valore simbolico. Perché il joropo era (ed è) il suono del popolo che il colonialismo aveva dichiarato inesistente. Era memoria viva contro il decreto di morte culturale.

    Se il joropo è identità territoriale, il gaita zuliana è resistenza esplicita. Nato nello stato di Zulia – quello dove ci sono le maggiori riserve petrolifere del paese, non a caso – il gaita è tradizionalmente musica natalizia. Ma è diventato qualcosa di più: uno strumento di protesta sociale, di denuncia, di memoria storica.

    I testi del gaita raccontano le condizioni dei lavoratori, la corruzione, le ingiustizie, le morti che nessuno registra. Sono cronache dal basso, archivi popolari che sfuggono alla narrazione ufficiale. Quando le sanzioni americane – partite nel 2017, inasprite nel 2019 – hanno bloccato le importazioni di medicinali, quando la gente moriva perché l’insulina non poteva entrare nel paese, non c’erano statistiche ufficiali. Ma c’erano canzoni. C’erano gaitas che raccontavano i morti per mancanza di cure, le file fuori dagli ospedali vuoti, la disperazione silenziosa.

    Le Nazioni Unite hanno stimato decine di migliaia di morti a causa dell’embargo, ma prima dei report ONU, prima dei dati, c’erano le voci dei cantanti di gaita che testimoniavano. Memoria orale contro oblio istituzionale. È quello che fa la musica tradizionale: sopravvive ai massacri perché sta nella gola delle persone, non nei database che possono essere cancellati.

    Mi viene in mente Walter Benjamin, Il narratore: la grande tradizione orale conserva una sapienza che la modernità ha perduto. Il gaita è questo: una forma di narrazione pre-moderna che resiste alla post-modernità dell’oblio algoritmico. Quando Trump posterà il prossimo video su Truth Social con musica d’accompagnamento, le vittime spariranno dai feed, ma qualcuno, in qualche barrio di Maracaibo, scriverà una gaita con i loro nomi.

    C’è un altro genere fondamentale: la musica llanera, quella delle pianure. Simone Weil scriveva che l’enracinement – il radicamento – è il bisogno fondamentale dell’anima umana. La musica llanera è puro radicamento sonoro. Parla di fiumi, di mandrie, di orizzonti infiniti. Di un rapporto con la terra che è esistenziale, non proprietario. Al contrario, Trump ha detto esplicitamente: “Governeremo il Venezuela. Saremo fortemente coinvolti nell’industria petrolifera.” Non c’è più l’ipocrita copertura ideologica della “esportazione della democrazia”. C’è solo l’acquisizione di risorse. Il petrolio venezuelano – le maggiori riserve del pianeta – diventerà americano. Come ai tempi della United Fruit Company che decideva chi viveva e chi moriva nelle piantagioni di banane.

    Greg Grandin – storico di Yale – ha scritto che per capire l’invasione del Venezuela non dobbiamo guardare alla guerra fredda ma molto più indietro: all’epoca coloniale, a quando gli Stati Uniti conquistavano territori senza fingere. È il ritorno del colonialismo esplicito. Ma è anche il ritorno di una domanda antica: cosa resta quando ti tolgono tutto? Cosa sopravvive all’espropriazione totale?

    La musica llanera, resta. Resta il modo in cui tuo padre ti ha insegnato a suonare il cuatro. Resta la melodia che tua nonna cantava. Resta la memoria incorporata, quella che sta nel corpo e non nei documenti ufficiali.

    Il massacro di Ciénaga del 1928 – quello che García Márquez racconta in Cent’anni di solitudine – è stato commissionato dalla United Fruit Company. Centinaia di lavoratori colombiani uccisi dall’esercito per difendere gli interessi di un’azienda americana. Governo colombiano dixit: zero morti. Non è successo niente.

    Ma è successo qualcosa che la United Fruit non aveva previsto: è nato il vallenato moderno. La musica popolare della costa caraibica colombiana ha trasformato quel massacro in memoria cantata. Le vittime di Ciénaga vivono nelle canzoni, hanno nomi nelle liriche, esistono nella tradizione orale. Il colonialismo economico non è riuscito a imporre il colonialismo culturale totale.

    È la stessa dinamica che vediamo con il Venezuela e il petrolio. Maria Corina Machado – premio Nobel per la pace, leader dell’opposizione amata dagli USA – ha detto chiaramente: “Trasformeremo il Venezuela nel polo energetico delle Americhe.” Traduzione: ExxonMobil e Chevron gestiranno i giacimenti. È la Compagnia delle Indie Orientali che trova finalmente un collaboratore locale.

    Ma c’è un’altra appropriazione in corso, più subdola. Quella culturale. Quando Trump posta video dell’invasione con musica epica sopra, sta compiendo un atto di colonialismo sonoro: assume la posa del vincitore volendo scrivere la storia e scegliendo lui la colonna sonora. Sta decidendo quale musica accompagnerà il ricordo (o l’oblio) di quegli eventi.

    La musica tradizionale venezuelana resiste a questo. Ha una sua autonomia semantica, una sua storia che non è modificabile a piacimento. È archivio vivente, non materiale bruto da riprocessare.

    C’è un suprematismo implicito in tutto questo. Non solo nel considerare alcune vite più importanti di altre, ma anche nel decidere quale cultura merita di essere preservata e quale può essere cancellata. La musica tradizionale invece opera un contro-movimento. Non chiede il permesso per esistere. Non si presenta come “world music” da consumare. Continua semplicemente a suonare, a raccontare, a far esistere ciò che i decreti ufficiali dichiarano inesistente.

    È quello che facevano i griots nell’Africa occidentale: conservavano la storia orale quando la scrittura era monopolio del potere coloniale. È quello che fa il joropo, il gaita, la musica llanera: mantiene una memoria parallela, una contro-narrazione che sfugge e sfuggerà al controllo.

    Torno a García Márquez. Il realismo magico non era fantasia. Era l’unico modo per raccontare l’orrore senza impazzire. Era dire: guardate, questo è talmente assurdo che sembra invenzione, ma è reale. La musica tradizionale venezuelana non è realismo magico. È terribilmente, dolorosamente realista perché racconta fame, morti, migrazioni, amori perduti, terre espropriate. Lo fa con metafore, con simboli, con il linguaggio della tradizione orale, ma sotto c’è sempre il referente reale, il dolore concreto, la vita vissuta.

    Fredric Jameson diceva che il postmoderno ha perso il senso della storicità, vive in un eterno presente senza passato né futuro. La musica tradizionale è pre-moderna e post-postmoderna insieme: mantiene una relazione con il tempo storico che la contemporaneità ha perso. Ogni canzone è uno strato geologico di memoria.

    Cosa ci resta quando il colonialismo smette di fingere?

    “Quando il colonialismo smette di fingere, cosa ci resta?” chiedevo nel podcast. La musica tradizionale venezuelana suggerisce una risposta: ci resta quello che hanno sempre avuto i colonizzati. Non la terra – quella gliela prendono. Non le risorse – quelle se le portano via. Non le istituzioni – quelle le distruggono o le comprano.

    Ci resta la cultura orale. Restano le canzoni. Resta il modo in cui nostra nonna cantava certe parole. Resta la memoria incorporata che nessun bombardamento può colpire direttamente.

    Non è consolatorio. Non è giusto. Non è abbastanza. Ma è qualcosa.

    Tra cento anni, quando i libri di storia racconteranno l’“operazione anti-narcotraffico” del 2026, quando i quaranta morti saranno spariti dalle statistiche, quando il Venezuela sarà ricordato come “transizione democratica”, ci saranno ancora vecchi in qualche barrio che canteranno canzoni su quei giorni. Avranno i nomi, le date, i dettagli che la storia ufficiale avrà cancellato.

    La musica tradizionale è testarda. Sopravvive ai massacri perché sta nella memoria collettiva, non negli archivi di stato. È ridondante: ogni generazione la reimpara, la trasmette, la modifica leggermente, ma mantiene il nucleo. È distribuita: non ha un centro che può essere distrutto, una sede che può essere bombardata.

    È, in fondo, l’unica forma di resistenza che funziona nel lungo periodo. Certo, non impedisce l’invasione e non ferma l’espropriazione. Purtroppo non salva le vite, ma impedisce l’oblio. E impedire l’oblio, quando il potere lavora sistematicamente per produrlo, è un modo per restare vivi.

  • Buoni propositi per la newsletter

    30 dicembre 2025

    Nel marzo del 2019 ho aperto Fantastico!, una newsletter su Substack che diventò rapidamente una comunità e poi una rivista DIY (anche grazie alle energie di Ilenia Adornato). La piattaforma era ancora relativamente giovane, prometteva una cosa semplice: uno spazio per scrivere, mandare email ai lettori, eventualmente farsi pagare. Niente algoritmi, niente engagement metrics ossessivi, niente simulazione del feed infinito. Solo parole e persone che volevano leggerle.

    Abbiamo chiuso F! nel 2022 e tre anni dopo –poche settimane fa– ho provato a rientrarci per portarci “Il capitale musicale”, ma ho deciso di tornare definitivamente al mio sito WordPress, beboguidetti.it, e di abbandonare per sempre Substack. Non è stata una decisione impulsiva, ma il risultato di un processo che chiunque abbia studiato le dinamiche del platform capitalism riconosce immediatamente.

    Nel 2019 Substack era esattamente quello che prometteva: un CMS per newsletter, punto. Crescere un pubblico era sorprendentemente facile perché l’ecosistema era piccolo, coeso, curioso. Pubblicavi, la gente si iscriveva, fine.

    Già nel 2022 con la chiusura di Fantastico!, una volta raggiunta la scala necessaria, la piattaforma aveva iniziato a cambiare. Prima in modi sottili, poi sempre più esplicitamente. Substack ancora oggi ha bisogno di crescere, di giustificare i round di finanziamento, di diventare “la prossima grande cosa”. E così inizia ad aggiungere features che nessuno aveva chiesto: like, repost, raccomandazioni, note (sostanzialmente tweet), leaderboard. Trasforma uno strumento di pubblicazione in un simulacro di social network. L’estrazione di valore parte dai lettori (paywall ovunque, pressione ad abbonarsi), poi si sposta sui creatori di contenuti, che devono competere in un’arena sempre più affollata e algoritmica.

    Alla fine arrivi al punto in cui la piattaforma massimizza l’estrazione fino al collasso qualitativo. Substack, a me pare sia lì.

    Il problema non è tecnologico, è ideologico. Substack ha deciso che per crescere doveva smettere di essere una piattaforma di publishing e diventare una piattaforma di engagement. Quando aprimmo Fantastico!, pubblicavi un pezzo e chi si era iscritto lo riceveva via email. Fine. Oggi pubblichi un pezzo e devi:

    • Sperare che l’algoritmo lo mostri nel feed “Discover”
    • Competere con centinaia di migliaia di altre newsletter
    • Giocare al gioco delle raccomandazioni incrociate
    • Guardare metriche di “engagement” che non significano nulla per chi scrive
    • Decidere se mettere un paywall (e dove, e come, e quanto e mollatemi diosanto)

    La piattaforma ha trasformato la scrittura in content, i lettori in audience, e gli scrittori in creator. Non sono sfumature linguistiche: sono paradigmi economici differenti.

    Se già questo non fosse sufficiente a levarmi la pazienza, c’è un problema più grave, che rende impossibile continuare a usare Substack in buona coscienza: la piattaforma ospita contenuti esplicitamente neonazisti, suprematisti bianchi, negazionisti.

    Nel 2023, dopo le pressioni di numerosi scrittori e giornalisti (tra cui Casey Newton e Platformer), Substack ha risposto sostanzialmente con: “Noi crediamo nella libertà di espressione”. Una posizione comoda quando sei la piattaforma e incassi il 10% di ogni abbonamento, anche quello alle newsletter che pubblicano la “Grande Sostituzione” o negano l’Olocausto. Una posizione comoda come quella di Kirk che parlava di libertà d’espressione per poter andare in giro a dire le pggiori nefandezze. Una roba così tanto lib che verrebbe da dire “una cosa davvero molto americana”.

    Non è un problema di censura o libertà di espressione. È un problema di monetizzazione dell’odio. Substack prende una commissione anche dai contenuti che incitano alla violenza razziale. E quando gli viene fatto notare, si nasconde dietro principi astratti che curiosamente non applica mai contro i propri interessi economici.

    Non voglio che il mio lavoro contribuisca, nemmeno indirettamente, al funzionamento di una piattaforma che lucra sull’estremismo.

    Oh, WordPress non è perfetto. È un CMS vecchio, a volte goffo, con una curva di apprendimento. Ma è mio. Il dominio è mio, il server è mio (o almeno lo controllo), i dati sono miei. Non c’è nessun intermediario che decide se i miei lettori vedranno o meno quello che scrivo. Non c’è nessun algoritmo che mi dice “questo post ha performato bene” come se scrivere fosse fare TikTok. E soprattutto, se ti iscrivi, non vendo i tuoi dati per proporti di regalare Il Capitale di Marx come strenna natalizia (e questo è un peccato, ma tant’è).

    Soprattutto: non sto finanziando neonazisti con il mio traffico e la mia presenza!

    Il paradosso è che per molto tempo abbiamo pensato che le piattaforme ci liberassero dalla fatica tecnica del self-hosting. “Concentrati sui contenuti, al resto pensiamo noi”. Ma quel “resto” include anche decidere chi può parlare, come, a quale prezzo, con quale visibilità. Include trasformare il publishing in performance metrics. Include, letteralmente, dare un tagliando economico all’estrema destra.

    Fantastico! da anni rimane online su Substack come archivio, è stata un’esperienza straordinaria e fotografa ancora oggi “una possibilità”. Ma tutto quello che ho scritto su quella piattaforma come “Il capitale musicale” ora andrà su beboguidetti.it: RSS, newsletter autogestita, nessun intermediario. Meno comodo? Forse. Più lento a crescere? Sicuramente. Ma almeno so che quando qualcuno legge qualcosa che ho scritto, è perché ha deciso di cercarlo, non perché un algoritmo ha deciso che era il suo turno di “engagement”. Quello che sta lì sopra, tra poco lo cancellerò, perché è meglio così.

    L’enshittification è un processo inevitabile per le piattaforme venture-backed. Substack non fa eccezione. La domanda non è se degraderanno ulteriormente, ma quanto tempo ci vorrà. E se vogliamo ancora essere lì quando succederà. Io ho deciso di no.

    Ciao, da qui: nessun paywall, nessun algoritmo, nessun neonazista nelle vicinanze.

  • La politica del desiderio (e il Sanders che non abbiamo mai avuto)

    23 dicembre 2025

    Nel 1972, Gilles Deleuze e Félix Guattari diedero alle stampe L’Anti-Edipo, un’opera che Michel Foucault avrebbe poi consacrato come un vero e proprio “manuale di etica”. Il cuore pulsante di quel libro risiede in una tesi tanto semplice quanto dirompente: il desiderio, nella sua essenza più pura, è rivoluzionario. Per i due filosofi, non si tratta di intendere il desiderio come una “mancanza” — quella visione codificata dalla psicanalisi che lo riduce a un eterno dramma familiare — ma come una forza produttiva, una vera e propria macchina. L’inconscio non deve essere visto come un teatro dove si mettono in scena vecchi traumi, bensì come un’officina in cui si fabbricano mondi possibili.

    Questa visione filosofica trova oggi un’eco sorprendente nella prassi politica. Immaginiamo, ad esempio, la vittoria di Zohran Mamdani a New York: un successo costruito non sulla critica tecnica al neoliberismo, ma sulla capacità di dire cosa possiamo costruire insieme, dai supermercati comunali ai trasporti gratuiti. È un rovesciamento di prospettiva che ci costringe a tornare alla domanda posta da Spinoza nel 1670 e ripresa da Wilhelm Reich nel 1933: perché le masse lottano per la propria oppressione come se fosse la loro libertà?

    Reich comprese che il fascismo non era solo un’imposizione esterna, ma l’esito di un desiderio represso che, attraverso la negazione della vitalità e della sessualità, finisce per sublimarsi nell’idealismo autoritario. Il capitalismo ha imparato questa lezione: esso agisce a livello molecolare, facendo sì che il soggetto desideri ciò che lo opprime. Per questo, la vera domanda politica oggi non riguarda ciò che le persone pensano, ma ciò che le persone desiderano.

    Il desiderio, tuttavia, per diventare forza politica ha bisogno di una forma e di un linguaggio. Barack Obama lo intuì nel 2008, non limitandosi a una campagna elettorale, ma costruendo una vera macchina culturale. “Yes We Can” divenne un video musicale con will.i.am, Scarlett Johansson e John Legend, 74 milioni di visualizzazioni, un logo che divenne icona pop dalle t-shirt ai graffiti. Obama trasformò uno slogan dei lavoratori agricoli di César Chávez in ciò che Deleuze e Guattari avrebbero chiamato una “sintesi disgiuntiva”: un punto dove convergono traiettorie diverse, dove textile workers della Carolina del Sud e dishwashers di Las Vegas si riconoscono nella stessa lotta. Non vendeva un programma — vendeva un desiderio collettivo di futuro che prendeva forma estetica, musicale, visiva. In questo senso, la politica non è comunicazione, ma produzione culturale che genera desiderio.

    Ma questa produzione di desiderio richiede un’infrastruttura materiale e una pazienza metodica. Mamdani non è spuntato dal nulla: 100.000 volontari hanno bussato a 3 milioni di porte in un’operazione che NYC-DSA ha costruito in dieci anni. Il meccanismo è radicalmente semplice: formi field leads che coordinano canvass, questi accolgono nuovi volontari, li formano, e dopo qualche sessione chiedono “vuoi imparare a fare il field lead?” È il “modello a fiocco di neve” — replicazione di leadership, non centralizzazione del controllo.

    Ma non è solo logistica — è cultura. Tascha Van Auken, la campaign director di Mamdani, racconta a Jacobin che ogni attività porta a porta inizia con i volontari che condividono perché sono lì, cosa significa per loro. Non è transazionale, è trasformativo: stai costruendo relazioni, chiedendo alle persone quale sia la loro visione, se vogliono costruirla con te. Questo è il desiderio produttivo di cui parlavano Deleuze e Guattari: quello che costruisce, assembla, crea connessioni nuove. Non desidera un oggetto ma produce realtà. È l’opposto del desiderio edipico — quello che opera per mancanza, che il capitalismo produce per mantenerti sempre insoddisfatto, sempre in cerca del prossimo acquisto.

    Mettendo le mani nella comunicazione politica mi domando: come si traduce questa teoria nella prassi quotidiana di una città come Bologna? Il rischio dell’amministrazione è quello di restare intrappolata nella gestione del presente, parlando solo alla ragione e mai all’immaginario. Quando risolviamo la vertenza de La Perla, non stiamo solo salvando posti di lavoro, ma affermando il desiderio di un mondo dove il sapere delle maestranze e la dignità artigiana valgono più della speculazione finanziaria. Allo stesso modo, l’edilizia popolare e la mobilità sostenibile non sono semplici “voci di spesa”, ma la risposta fisica al bisogno di radicamento e di bellezza contro la precarietà degli affitti brevi e la città-albergo.

    Il problema non è cosa comunicare, ma come produrre desiderio collettivo attorno a ciò che facciamo. E questa produzione di desiderio richiede di abbandonare il linguaggio della mancanza per abbracciare quello del divenire. Non “ti manca la casa”, ma “immagina una città dove abitare non dipende dalla speculazione”. Non “il sistema sanitario è ingiusto”, ma “assistenza sanitaria universale, gratis, per tutti”. Il desiderio ha bisogno di forma: Mamdani parla di supermercati comunali e produce immaginari — foto dei mercati contadini, storie dei food deserts nel Bronx, mappe di dove potrebbero sorgere questi spazi. Obama fa “Yes We Can” e will.i.am produce il brano. È produzione culturale che fa politica (e non la politica come oggetto culturale), è desiderio che prende forma estetica e diventa contagioso.

    Questa officina, però, non si improvvisa. NYC-DSA ha impiegato dieci anni per arrivare a quei numeri, costruendo qualcosa che non esisteva: un’infrastruttura democratica di massa che permette a chiunque di entrare, imparare, crescere, replicarsi. Ogni campagna — Julia Salazar nel 2018, Tiffany Cabán nel 2019, etc. — ha aggiunto un pezzo. Ogni sconfitta ha insegnato qualcosa. Quando Mamdani annuncia la candidatura, l’officina è già lì. Serve solo moltiplicarla.

    Van Auken racconta che al primo grande kickoff si aspettavano 200 persone e ne sono arrivate 500 su un prato gelato. Racconta di aver passato ore a impacchettare materiali nel suo appartamento mentre i driver volontari arrivavano a ritirare tutto per portarlo nei quartieri. Questa è la dimensione affettiva e corporea della costruzione politica. Reich aveva capito che la repressione sessuale produce fascismo non per un meccanismo ideologico ma perché il desiderio represso cerca sublimazioni autoritarie. La politica progressista non può ignorare questa dimensione: quando bussi a tre milioni di porte, quando passi ore a camminare per i quartieri, quando costruisci relazioni faccia a faccia, stai facendo politica incarnata. Non è populismo — è materialismo.

    In definitiva, il problema non è cercare il “nuovo Sanders”, ma moltiplicare queste officine della solidarietà. La Perla che riassume le sue maestranze è officina. Gli organizzatori degli inquilini nel Queens sono officina. I 700 field leads che coordinano azioni sul territorio quotidiane sono officina. Le dispense alimentari di Nonna Roma durante il Covid sono officina. Il collettivo di Fabbrica GKN è officina. Ogni spazio dove si costruisce solidarietà concreta e si immaginano mondi diversi è una macchina desiderante.

    Non serve genio. Serve pazienza materiale: accettare che questa roba è intima, trasformativa, nervosa — ogni volta che distribuisci volantini sei teso, anche dopo anni. Ma serve anche capire che il desiderio ha bisogno di forma. I supermercati comunali non sono solo una proposta di policy — sono l’immagine concreta di un mondo dove il cibo non è merce ma diritto. “Yes We Can” non è solo uno slogan — è un video musicale, un logo, un movimento estetico. Il desiderio si produce dove l’immaginario incontra la prassi, una strada alla volta.

  • La gioia nella comunicazione politica

    29 novembre 2025

    Riordino e pulisco la cucina mentre Arianna è fuori casa, per motivarmi metto su “Joy as an Act of Resistance” degli IDLES.
    Forse perché più o meno irrazionalmente quel titolo è diventato una riflessione che mi accompagna da quando lavoro alla comunicazione di Coalizione Civica Bologna, e che credo meriti di essere sviluppata perché tocca uno dei nodi irrisolti della comunicazione progressista contemporanea.

    Il problema è chiaro a chiunque si occupi di comunicazione politica per la sinistra: ci troviamo intrappolati in una dinamica reattiva. Le politiche del governo Meloni sottraggono risorse alle classi medie e deboli, i decenni di disillusione verso la politica hanno sedimentato un rancore diffuso e il risultato è un racconto pubblico dove la rabbia sembra essere l’unico veicolo sentimentale legittimo. Alessandro Gandini lo spiega bene ne “L’età della nostalgia”: le destre costruiscono la loro egemonia culturale accoppiando la perpetua individuazione di un nemico con il richiamo a una mitologia del passato da rivendicare e difendere. Funziona, maledettamente.

    E noi cosa facciamo? Inseguiamo. Non solo sull’agenda politica, ma anche sul registro emotivo. Ci ritroviamo a produrre comunicazioni difensive, dal tono dimesso, che tentano di raccontare l’inestricabile complessità del mondo – senza però avere il vantaggio di Gadda e della sua opera-garbuglio. Ci confrontiamo con una platea che non ha più la pazienza di ascoltare l’ennesima spiegazione articolata, per quanto giusta possa essere. Quella pazienza è stata erosa dal contesto reazionario e cinico che ci circonda.

    Ma c’è anche un altro problema, forse più insidioso: tendiamo a comunicare con le persone ribadendo loro che sono sbagliate, che sbagliano. La grammatica della sinistra contemporanea sembra ridursi spesso a un catalogo di errori altrui: sbagli se voti quello, se compri questo, se non ti indigni abbastanza, se ti indigni troppo poco, se non hai capito la complessità del mondo. Chiaro che poi la gente si rompe il cazzo. Me lo rompo anche io che ho una santa pazienza. È una comunicazione che presume un deficit morale o cognitivo nell’interlocutore e che finisce per essere profondamente anti-pedagogica proprio mentre si atteggia a maestra.

    Questa trappola era stata individuata con precisione già da Raymond Williams, che nei suoi scritti sulla cultura e la società aveva messo in guardia contro la tentazione di sostituire la costruzione di un desiderio collettivo con la gestione della colpa individuale. Williams insisteva sul fatto che la politica progressista deve articolare “structures of feeling” condivise, non limitarsi a denunciare l’inadeguatezza morale delle persone. Invece di costruire cosa vogliamo insieme, passiamo il tempo a spiegare alle persone tutto quello che stanno facendo di sbagliato. È una postura moralmente superiore ma politicamente suicida, perché presuppone che le persone abbiano infinite energie da dedicare all’autoflagellazione prima di poter immaginare un cambiamento.

    La richiesta che mi arriva quotidianamente come professionista è sintomo di tutto questo, ma è anche qualcosa di più: è il tentativo di riprendere coscienza che gli ideali di sinistra sono intrinsecamente legati alla progettualità di medio-lungo termine. Un esercizio cognitivamente difficile per l’essere umano, che richiede – e qui sta il punto – un armamentario emotivo propositivo per essere raccontato efficacemente.

    Rivendicare le “piccole” vittorie quotidiane viene percepito come banale, adolescenziale, naïf. C’è una sorta di pudore autoimposto, aggravato dal fatto che ci rivolgiamo a un elettorato tendenzialmente razionale, se non iper-razionale, affezionato all’idea che ogni cosa debba essere materialmente spiegabile. Una deriva illuminista che finisce per negare la legittimità delle emozioni, compresa quella della gioia.

    Questa deriva mi ossessiona (e per riflesso io ossessiono i miei affetti con essa), perché non si tratta semplicemente di difendere l’irrazionalità contro la ragione. Il problema è più sottile: l’idea che la politica possa e debba essere condotta esclusivamente attraverso argomenti razionali, dati verificabili, spiegazioni logiche, presuppone un soggetto politico che non esiste – un individuo puramente razionale, non condizionato da affetti, paure, desideri, esperienze vissute. È quella che potremmo chiamare, con Bourdieu, una forma di “illusione scolastica”: l’idea che tutti i soggetti sociali abbiano accesso agli stessi strumenti cognitivi e la stessa disponibilità a impiegarli in ogni contesto.

    Le persone reali non funzionano così! Mollateci! Non perché siano irrazionali o stupide, ma perché l’esperienza umana è sempre corporea, situata, attraversata da emozioni che non sono optional rispetto al pensiero ma ne costituiscono la struttura portante. António Rosa Damásio, neuroscienziato che difficilmente può essere accusato di derive new age, ha dimostrato come le emozioni siano fondamentali per qualsiasi processo decisionale, compreso quello che ci sembra più “razionale”. La razionalità pura è un mito che fa comodo a chi vi vuole vendere un abbonamento e inseguirla nella comunicazione politica significa condannarsi all’inefficacia.

    La sinistra iper-razionale finisce così per comunicare come se stesse scrivendo una relazione tecnica per esperti del settore, dimenticando che la politica si gioca sul terreno del senso comune, dell’esperienza quotidiana, di quella che Gramsci chiamava la “filosofia spontanea” delle masse. Non si tratta di rinunciare alla complessità o di abbassare il livello del discorso, ma di riconoscere che un’idea politica diventa egemonica non quando è inconfutabile sul piano logico, ma quando riesce a dare forma e dignità ai sentimenti diffusi, quando li organizza in una narrazione che permette alle persone di riconoscersi e agire.

    La gioia di esserci, di partecipare a qualcosa di bello – perché la politica, malgrado tutto, rimane per me bella e avvincente – non è un accessorio emotivo da aggiungere a un discorso altrimenti razionale. È parte costitutiva di un progetto politico che prende sul serio le persone nella loro interezza.

    Stuart Hall, teorico della cultura e intellettuale della fu nuova sinistra britannica, sosteneva che la politica si gioca sempre sul terreno del senso comune e dell’affettività, non solo su quello della razionalità. La sua lezione – spesso dimenticata – è che non si vince convincendo le persone che hanno torto, ma costruendo narrazioni capaci di dare senso alla loro esperienza del mondo e di articolare un orizzonte desiderabile. Non si tratta di manipolazione emotiva, ma di riconoscere che le persone sono mosse da bisogni, paure, speranze che hanno pari dignità rispetto agli argomenti razionali.

    Ma rimarcare la necessità di un armamentario non solo politico, ma anche emotivo, opposto a quello degli avversari, non è ingenuo populismo. È la possibilità di costruire un’identità chiara e riconoscibile. Sollecitare questo armamentario emotivo può aiutare a colmare la disillusione nei confronti del processo democratico, proprio perché guarda alle persone in quanto tali: non solo come macchina di consenso, ma come sistemi complessi che sanno notare ciò che di sbagliato c’è nel nostro mondo e sanno comunque esprimere amore e compassione.

    La passione della sinistra per prendere a mazzate emotive il proprio elettorato è nota. Non per questo dobbiamo farci fregare l’opportunità di costruire una comunicazione che graviti su valori politici e progettuali sani, organizzata in un discorso che sia nutriente per le persone che l’ascoltano, non solo edificante o didascalico.

    La gioia come atto di resistenza, quindi. La capacità di riconoscere e celebrare quello che funziona, quello che costruiamo insieme, le vittorie quotidiane che ci avvicinano al mondo che vogliamo. È un atto di resistenza perché rifiuta il cinismo, perché oppone alla mitologia reazionaria del “si stava meglio quando si stava peggio” la capacità di immaginare e costruire un futuro migliore. Una forma di comunicazione resistente come autodifesa perché, banalmente, è molto più difficile mantenere la gioia in tempi cupi che arrendersi al rancore.

  • La Voglia La Pazzia L’Incoscienza L’Allegria

    24 novembre 2025

    Fiò, uno dei miei più cari amici, ha una teoria fisio-etno-musicale: dentro l’ombelico di noi appassionati di musiche tropicali abita una vongola che, al manifestarsi di certi suoni, si eccita e ci fa felici.
    Non mi sento di dargli torto.

    Nel monologo “Qualcuno con cui parlare” chiudevo con un pezzo dedicato al mio amico Matteo Romagnoli, un pezzo un po’ triste e leggero che terminava con l’accenno di un brano di Paulinho de Viola: Coração Leviano.

    Nel furgone de Lo Stato Sociale tropicália, raggae, samba e molti altri generi compresi tra tropico del Cancro e del Capricorno –che hanno in comune quella malinconia post-coloniale che raccorda tutte le musiche tropicali– sono stati di casa in tantissimi momenti.

    La Voglia La Pazzia L’Incoscienza L’Allegria di Ornella Vanoni non è entrato nelle mie orecchie in un momento preciso. Non c’è un aneddoto magico e un po’ mi spiace, ma forse è anche giusto che un disco del genere si imponga tra i dischi più belli della storia della musica italiana senza doverlo associare a chissà quali ricordi. Alle volte la potenza delle cose belle è sufficiente in quanto tale.

    Stefano Nazzi vi racconta Ornella Vanoni

    Siamo nel 1976. L’Italia è nel pieno del riflusso post-68, la violenza politica è quotidiana, l’utopia è diventata piombo. Il Brasile vive sotto la dittatura militare dal ‘64, con uno slogan che è tutto un programma: “Brasil, ame-o ou deixe-o” (Brasile, amalo o lascialo). Vinicius –già gigante tra i giganti grazie a dischi come Os Afro– è spesso in Europa non per turismo ma per “viaggi tattici”, perché restare in patria significherebbe dover essere “docile ai nuovi dettami”. Caetano Veloso e Chico Buarque, solo per citarne due, hanno già scelto l’esilio per evitare arresti e violenze.

    In questo contesto, fare un disco di “filastrocche d’amore” sembra un gesto di disimpegno. E invece è esattamente il contrario. Bardotti, intellettuale sofisticato che aveva già lavorato con Ungaretti per le traduzioni di Vinicius, sa che nel 1976 l’impegno esplicito nella canzone d’autore italiana si è incartato nelle sue contraddizioni. La militanza culturale rischia di diventare retorica, la denuncia si trasforma in slogan. “Chiedi al ’77 se non sai come si fa” avrebbero detto i CCCP in Emilia Paranoica, ma il ’77 è ancora da arrivare.

    Questo disco fa una cosa diversa da quello che ci si aspetterebbe da una manovra culturale: si sottrae. Ma è una sottrazione strategica, non una fuga. Rivendica dal titolo il diritto alla voglia, alla pazzia, all’incoscienza, all’allegria quando tutto attorno chiede di essere seriosi, di militare anche senza sapere. Dice una cosa che noi persone del 2025 conosciamo benissimo: esiste una dimensione dell’umano che né il capitale né lo Stato possono colonizzare completamente, e quella dimensione va difesa praticandola, non dichiarandola.

    E c’è anche una politica dell’internazionalismo in questo progetto. Non il solidarismo terzomondista di maniera, non l’esotico come decorazione, ma la costruzione paziente di un dialogo paritario tra culture. Vinicius non è qui come “ospite brasiliano” da esibire, è co-autore a pieno titolo. Bardotti non “adatta” i testi per renderli “accessibili agli italiani”, ma cerca di farli risuonare in una lingua diversa senza tradirne la complessità. È un internazionalismo dal basso, costruito sulla frequentazione, sull’amicizia, sul rispetto reciproco.

    Il fatto che il disco esca per Vanilla, etichetta personale della Vanoni, è l’ultimo tassello di questa autonomia culturale. Non è un prodotto confezionato dall’industria discografica per intercettare il mercato della bossa nova – è un progetto artistico che si prende il lusso di non dover piacere a tutti, di poter essere esigente, sofisticato, lento.

    La lingua in bocca

    Facciamo un passo indietro.
    La storia di questo disco inizia con un rifiuto. Sergio Bardotti è produttore, traduttore, figura chiave della canzone d’autore italiana. È quello che aveva coordinato “Non al denaro non all’amore né al cielo” di De André e voleva fare un disco di bossa nova cantata in italiano. Aveva pensato a Mina ma era troppo enfatica) o ad Anna Identici… Troppo militante. Attorno tutti rifiutano, come se l’idea stessa di tradurre la bossa nova in italiano provocasse terrore panico. Perché?

    Perché tradurre la bossa nova non è un’operazione neutra. È un campo minato culturale. La bossa nova negli anni ‘70 porta già con sé una storia complessa di traduzioni, appropriazioni, negoziazioni tra autenticità e mercato. Negli Stati Uniti era diventata “easy listening” per la middle class, perdendo il suo potenziale sovversivo. In Francia era diventata colonna sonora del jet-set, eleganza senza contenuto. In Italia rischiava di diventare esotico decorativo, l’ennesima importazione di una cultura “altra” da consumare senza capire. Anche perché c’erano precedenti illustri.

    La bossa nova in Italia aveva già una sua storia: era stata importata nel decennio precedente come musica da jet-set, colonna sonora della Dolce Vita, eleganza da aperitivo in terrazza. Tra i più grandi compositori di colonne sonore italiani – Morricone, Piero Piccioni, Piero Umiliani – ne avevano fatto una versione strumentale ancora più sofisticata, più “italiana”, che funzionava perfettamente come lounge music per la borghesia del boom economico. Era un’elaborazione di altissimo profilo musicale che aveva consegnato capolavori attraverso gli studi e le visioni di un mondo musicale che era diventato “nostro”.

    Bardotti lo sa, e per questo cerca qualcuno che non si limiti a “cantare in italiano” la bossa nova, ma che sia in grado di costruire un terzo linguaggio: non brasiliano, non italiano, ma qualcosa di nuovo che contenga entrambi senza tradire nessuno dei due. Trova Ornella Vanoni, che già da anni frequenta quei territori (aveva adattato “Detalhes” di Roberto Carlos nel suo bestseller del ‘73), e soprattutto trova la sua disponibilità a prendersi quattro mesi per conoscere, frequentare, diventare amica di Vinicius e Toquinho prima ancora di entrare in studio.

    Qui sta la prima chiave critica del disco: la lunga frequentazione che precede la registrazione. Non è solo anedottica, è metodologia. Bardotti sa che per evitare l’appropriazione culturale che aveva annacquato la bossa nova negli USA, serve che i tre artisti costruiscano un’intesa reale, un dialogo paritario. E infatti quando entrano in studio a Roma (studi Fonit-Cetra), registrano tutto in presa diretta, voce-chitarra-basso-batteria, con i brani che si susseguono senza stacchi come se fossero una conversazione ininterrotta. Solo dopo, Gianfranco Lombardi (già arrangiatore, tra le altre cose, de L’appuntamento) aggiunge gli arrangiamenti orchestrali, ma con una leggerezza, un rispetto del nucleo originario, che è quasi commovente.

    Il disco che ne esce non è “la bossa nova italiana” – è un oggetto culturale ibrido che rifiuta di essere catalogato. Le traduzioni di Bardotti non cercano di “rendere comprensibile” Vinicius al pubblico italiano (come avevano fatto le traduzioni commerciali in inglese per il mercato USA), ma provano a far risuonare in italiano quella qualità specifica della poesia di Vinicius: il lirismo amoroso attraversato da consapevolezza tragica, la leggerezza che nasconde profondità abissali.

    Vincere non conta niente

    Il disco debutta sesto in classifica, riceve critiche entusiastiche, vende discretamente. E poi sparisce. Non diventa un classico popolare come “Dettagli” o “L’appuntamento”. Non entra nel canone della canzone italiana condiviso. Resta un oggetto di culto, conosciuto dagli appassionati, ignorato dai più. Nel 2012 Rolling Stone Italia lo piazza al 76° posto nella lista dei cento migliori album italiani – un riconoscimento tardivo che suona quasi come una riscoperta archeologica.

    Perché questo fallimento commerciale? Le risposte facili sarebbero: troppo sofisticato, troppo esigente, troppo brasiliano per il pubblico italiano, troppo italiano per gli appassionati di bossa nova. La vera ragione forse è più profonda e ha a che fare con il tipo di operazione culturale che questo disco rappresenta.

    “La Voglia La Pazzia L’Incoscienza L’Allegria” arriva in un momento storico in cui l’Italia ha bisogno di certezze, non di sfumature. Il pubblico della canzone d’autore vuole impegno esplicito o evasione dichiarata, militanza o intrattenimento, Guccini o Battisti. Questo disco propone invece una terza via che nessuno aveva chiesto: la complessità emotiva spacciata per semplicità, la profondità filosofica nascosta in filastrocche apparentemente innocue, l’impegno politico che rifiuta di nominarsi tale.

    È un disco che chiede tempo, in un’epoca che non ne ha. Chiede disponibilità al silenzio, in un momento in cui tutti urlano. Chiede di accettare che si possa essere politici senza parlare di politica, militanti senza fare propaganda, impegnati nella leggerezza. È una proposta culturale troppo sottile per un paese che precipitato negli anni di piombo e sull’orlo di una scossa musicale come quelal del punk.

    Il disco di Vanoni, Vinicius e Toquinho arriva quando il jet-set è diventato grottesco: la Dolce Vita è morta con Pasolini assassinato l’anno prima, la borghesia illuminata che frequentava il Piccolo Teatro e ascoltava bossa nova sta scoprendo che i suoi figli sono nei collettivi o simpatizzano per le BR. In questo contesto, un disco che propone la bossa nova non come evasione elegante ma come territorio di riflessione esistenziale, non come intrattenimento ma come poesia, semplicemente non ha pubblico. È troppo serio per chi cerca leggerezza, troppo leggero per chi cerca impegno.

    E poi c’è sempre il problema della lingua. Le traduzioni di Bardotti sono magnifiche proprio perché non sono “naturali” – mantengono una certa estraneità, un sapore di traduzione che è parte integrante del progetto. Ma questo significa che l’ascoltatore italiano non può semplicemente “cantare” queste canzoni come se fossero sue. Sono canzoni che richiedono di essere abitate con cautela, rispettando la loro origine straniera. È l’opposto di quello che fa la canzone italiana di successo, che lavora sulla presa diretta, sull’identificazione immediata, sul “questo lo sento mio”.

    La Vanoni stessa, con la sua carriera successiva, sembra accettare questo verdetto. Non torna su quel territorio, non cerca di replicare l’esperimento. Continua la sua carriera da grande artista, ma in direzioni più rassicuranti per il pubblico. È come se anche lei avesse capito che “La voglia La pazzia L’incoscienza L’allegria” è un unicum irripetibile, un momento di grazia che non può diventare formula. Un momento di grazia che per Vanoni non si esaurisce, visto che “Io fuori”, con l’immortale “Ti voglio” uscirà l’anno seguente (ed è un disco iper-moderno, lucido, mannaggia a lei, come faceva).

    Il disco resta lì, perfetto nel suo isolamento. Non genera una scuola, non crea epigoni, non apre una strada che altri percorreranno. È un vicolo cieco splendente, un esperimento riuscito che non può essere replicato perché le condizioni che l’hanno reso possibile – l’amicizia tra Bardotti e Vinicius, l’esilio politico del poeta brasiliano, la disponibilità della Vanoni a mettersi in gioco, la finestra storica di quattro mesi in cui i tre si sono frequentati – sono irripetibili.

    E forse è proprio questo il suo trionfo nascosto. Il fatto che non sia diventato popolare, che non sia stato consumato, digerito, trasformato in patrimonio condiviso fino a pochi anni fa, lo ha preservato da ogni forma di banalizzazione. È rimasto esattamente quello che era: un gesto culturale aristocratico nel senso migliore del termine, un’operazione per intenditori che ha avuto la dignità di non voler piacere a tutti. È un disco che non invecchia perché non è mai stato giovane, che non passa di moda perché non è mai stato di moda.

    Oggi, quasi cinquant’anni dopo, il disco continua a esistere in quella stessa dimensione: non è un classico che tutti conoscono, è un segreto largo. Chi lo scopre, lo scopre per caso o per passaparola, mai per imposizione canonica. O qualcuno che lo mette su nel furgone della tua band.

    E questa scoperta ha sempre la qualità dell’innamoramento improvviso: non capisci subito cosa ti stia succedendo, ma qualcosa è cambiato, hai accesso a un tipo di bellezza che prima non c’era.

    P.S. da vecchio dj: come gran parte dei dischi di Vanoni c’è una quantità irragionevole di canzoni che potrete dedicare alla persona che amate, di cui vi state innamorando o che, più terra terra, volete portarvi a letto.

  • “Te l’avevo detto”

    20 novembre 2025

    Nei prossimi mesi pubblicherò un libro sulla musica travestito da saggio di filosofia politica (o forse un saggio di filosofia politica travestito da libro sulla musica) grazie a quella bella gente di Timeo.
    Un paio di giorni fa mi sono messo il costume da topo nel mio stesso laboratorio e ho fatto cavia di me stesso.

    […] Il 18 novembre 2025 ero già ad un punto molto avanzato della scrittura di questo libro e da qualche tempo avevo tra le mie attività lavorative una consulenza stabile sulla comunicazione di una società. Parlando con le persone che quotidianamente seguono i social di questa azienda, abbiamo convenuto che sarebbe stato giusto provare ad alleggerire il tono delle relazioni pubbliche sfruttando le richieste dell’algoritmo di IG. Tra le best practice che Meta suggerisce, oltre al formato video reel, ci sono una serie di canoni estetici facilmente desumibili con un po’ di attenzione e frequentazione della piattaforma. Perciò, prima di lanciarmi nel fare disastri sulla comunicazione di un cliente mi sono detto che sarebbe stato divertente fare finalmente il gioco dell’algoritmo. Ho passato tempo a guardare questa macchina funzionare, ad abboffarmi di letture che ne criticavano i meccanismi più evidenti e quelli più profondi, anche speculando. Ho scritto a mia volta centinaia di pagine speculative sull’oscenità di questo tempo presente. Giunto a quel punto, potevo finalmente mettermi la divisa del bravo content creator, appoggiare bene i piedi sui miei 19mila followers guadagnati in anni di servitù digitale grazie ai tour, un secondo posto a Sanremo e una quantità incalcolabile di foto delle vacanze con mia moglie.

    E così ho fatto.

    Ho acchittato la libreria con un po’ di bei dischi –alcuni molto famosi, qualcuno no– e mi sono seduto per terra con due pile di vinili da 12 e 7 pollici. Un setting casalingo, comodo, sicuro e però ricco di sfumature per chi guarda. Ho iniziato a scorrere i dischi che avevo accanto a me mostrandoli di tanto in tanto alla fotocamera che mi riprendeva. Non dicevo niente, ogni tanto qualche espressione di soddisfazione e stop.

    A questi 2 minuti e 7 secondi di filmato ho poi aggiunto un voiceover in cui facevo a pezzi il capitolo sul possedere le cose. Un capitolo che, tra le tante cose che ho scritto qui dentro, è quello che mi rende maggiormente insicuro perché sposta l’asse da una intellettualizzazione del servizio digitale ad una intellettualizzazione del bene materiale. Sento una buona distanza –anche etica, anche morale– nel tentare di risignificare una app e il processo emotivo e materiale che mi ha portato all’acquisto di un disco. Tant’è, mi sono detto che questa mia dissonanza potesse essere molto utile in questa sede: cos’è la comunicazione via social se non un’infinita dissonanza contenutistica?

    Per ridurre a soli due minuti un capitolo che qui occupa numerose pagine mi sono imposto dei dictat lessicali: parlare semplice, usare un gancio comunicativo forte e quotidiano, fare name dropping di almeno un filosofo pop, tirarci in mezzo i maranza che in questi mesi sono un argomento trigger.
    Ho esportato il video e l’ho pubblicato. Senza voler fare il cinema, né inseguire chissà quale qualità audio (ho usato le note vocali del telefono), questo processo mi ha portato via circa 40 minuti. 40 minuti che potevo dedicare ad altre attività, tipo iscrivermi ad una scuola di danza.

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    Come chiunque sono immerso nella logica capitalista, siamo i suoi pesci e lei è la nostra acqua. Cerchiamo di fare  il salto di specie, come miliardi di anni fa per dare corso all’evoluzione che ci ha portato fino ad oggi, ma è una fatica e quando non ci riusciamo riconosciamo che malgrado tutto siamo parte della questione.
    Il 18 novembre 2025, il mio profilo Instagram languiva da anni in un interstizio digitale di grande comfort, non andava da nessuna parte ed era il deposito degli infiniti wall of text che scrivo con costanza. Ogni tanto passava qualcuno a commentare, ma percentualmente davvero poche persone si prendevano la briga di leggere e dibattere. Anzi, spesso succedeva che quello che appoggiavo lì dentro diventasse argomento di chiacchierate via chat o al bar con gli amici e le amiche più interessate all’argomento. L’algoritmo non mi premiava né mi menava.

    Sono bastati 2 minuti e 7 secondi di video per accendere una macchina che non vedeva l’ora di ricevere il giusto carburante, premiare il creator e produrre engagement e retention. In 48 ore il contenuto è stato riprodotto 77mila volte per un totale di 19 giorni e mezzo di visione, raggiungendo 52mila persone, venendo commentato 130 volte e portandomi 140 followers in più.

    Cosa ci potrei fare e cosa ci faccio con questi numeri? Come prima cosa ho fatto la cosa più sensata secondo l’algoritmo: un secondo reel “collegato” al primo, sfruttando il cosiddetto gancio e finendo per promuovere una replica del mio monologo. Ed è più o meno quello che dovrei e potrei continuare a fare per alimentare il circolo vizioso di cui ho parlato anche troppo lungamente in queste pagine: spostare il focus della mia attività per costruire capitale simbolico nella speranza di estrarre capitale economico, non più seguendo quello che sarebbe il mio desiderio, la mia immaginazione e –infine– ciò che mi fa felice, ma adeguando la mia identità creativa alle richieste di un’enorme corporation digitale che indietro non mi ha dato nulla. Se avessi impiegato quei 40 minuti –facciamo 60 per comodità, per arrivare ad un’ora– per scrivere altre pagine di questo libro sarebbe stato più utile per la mia anima e anche per le mie tasche. Se avessi impiegato quei minuti nell’inseguire le cose che mi piacciono, oppure nell’espletare alcune questioni di dovere lavorativo, avrei idealmente anticipato di 60 minuti il momento della fattura. Invece ho ceduto gratuitamente il mio lavoro a qualcosa che ha un disperato bisogno di me di certo non perché indigente e marginalizzato, ma perché magnificazione ultima dell’estrazione di plusvalore dall’esperienza umana.

    Per fortuna il tempo in cui ho –come artista– e abbiamo –come band– ascoltato le richieste di chi rappresenta gli algoritmi e lo stack sono finiti. Ho molto più tempo per fare le cose che mi piacciono, tra cui pensare oltre il capitale musicale.

    Mi dico da solo: “te l’avevo detto”.

  • Estratto conto e conflitto

    17 novembre 2025

    Pochi giorni fa, Jonathan Bazzi ha pubblicato sui suoi social uno screenshot del suo estratto conto: trentacinque euro di entrate. L’avete visto tutti perciò la faccio breve. Ha innescato l’ennesimo dibattito virale sul lavoro culturale precario in Italia con migliaia di commenti, condivisioni, prese di posizione. Gente che citava Bourdieu, altri che tiravano fuori il capitale culturale, qualcuno che accusava Bazzi di cercare visibilità, molti altri che esprimevano solidarietà.

    Christian Raimo ha notato, nel suo pezzo su Appunti di Feltri su Substack (una matrioska di strutture del capitale), che era morto Paolo Virno proprio in quei giorni –uno dei filosofi italiani che più hanno ragionato sul lavoro cognitivo nel postfordismo– e che praticamente nessuno, in tutto quel dibattito, l’aveva citato. Sosteneva, a ragione veduta, che abbiamo perso anche il vocabolario per pensare strutturalmente questi problemi.

    La posizione che mi ha colpito di più (come coccola) è stata l’osservazione di Silvia Gola su Medium: questo stesso dibattito si ripete tale e quale ogni due-tre mesi. Stessi argomenti, stessi filosofi francesi citati, stesse posizioni performate. E il risultato? “Nulla, niente, qualcuno ci tirerà fuori un’ospitata, qualcun’altra un invito a un panel. Per il resto di noi, non cambia nulla.”

    Chiamiamo questa cosa “dibattito pubblico”. Ma è questo dibattito, è fisicamente un dibattito?

    La confutazione come pratica materiale

    Per capire cosa abbiamo perso, basta guardare a forme di confronto che non sono mediate dal capitale. Prendiamo il dibattito monastico tibetano–il rtsod pa. Non perché i monaci siano più saggi, ma perché ci mostra cosa succede quando la ricerca della verità non passa attraverso l’estrazione di valore.

    Il metodo è semplice: devi accettare le premesse del tuo avversario e dimostrare che portano a una contraddizione interna. Non puoi invalidare la persona, devi confutare la posizione. E chi perde impara qualcosa sulla debolezza del proprio ragionamento. È un processo che produce conoscenza, non engagement.

    Qui il punto non è copiare i monaci. Il punto è capire le condizioni materiali che rendono possibile quella pratica: un’istituzione che non estrae profitto dal confronto, un tempo non frammentato dall’economia dell’attenzione, un’infrastruttura costruita per la ricerca della contraddizione logica invece che per la valorizzazione del capitale.

    Non un social, ohibò, in cui non abbiamo nessuna di queste condizioni.

    Il dibattito come produzione di plus-valore

    Torno al post di Bazzi. Cosa è successo davvero?

    Praticamente nessuno ha affrontato le sue premesse. Invece: si è letto “Ma perché vuoi essere pagato?”, “È la smania di esserci”, “I soldi non ci sono”, “È sempre stato così”. Il primo movimento è sempre invalidare. Ma questo non è un bug, è una feature.

    Jodi Dean ha spiegato bene il “capitalismo comunicativo”: sui social media ogni contributo–anche il più sincero, il più argomentato–diventa immediatamente valore economico per la piattaforma. Il dibattito sul lavoro precario è lavoro precario. Bazzi denuncia di guadagnare 35 euro al mese e mentre lo fa produce migliaia di interazioni che generano profitto per Meta. L’ironia è perfetta, ma non è casuale.

    Il contenuto è intercambiabile: che tu stia esprimendo solidarietà o insultando, stai comunque producendo engagement. La piattaforma non distingue tra “dibattito costruttivo” e “flame war” –conta solo il tempo di permanenza, i click, la circolazione. Il plus-valore non viene estratto dalla qualità del ragionamento, ma dalla quantità di attenzione catturata.

    Attenzione però, questo non è un problema tecnico che si risolve con una migliore architettura delle piattaforme. È un problema strutturale. Le piattaforme sono progettate per atomizzare, non per aggregare. Per individualizzare, non per organizzare. Per trasformare ogni potenziale collettivo in una somma di monadi che performano identità.

    L’ideologia del dibattito social

    Credo ci sia un livello più profondo. Il “dibattito social” stesso è diventato una forma ideologica che nasconde i rapporti materiali e impedisce l’organizzazione.

    Gola lo dice esplicitamente: “Ho letto 350 persone scrivere su Facebook che bisogna organizzarsi ma solo 35, poi, si organizzano.” Il dibattito social diventa sostituto dell’azione poiché parlare di organizzazione diventa il modo per non organizzarsi. Discutere di conflitto di classe diventa il modo per evitare il conflitto.

    Questa è l’ideologia secondo Marx: non una falsa coscienza, ma una forma di coscienza funzionale ai rapporti di produzione esistenti. Il “dibattito social” ci fa sentire politicamente attivi mentre siamo materialmente impotenti. Ci fa credere di partecipare alla sfera pubblica mentre stiamo solo producendo contenuto gratis per miliardari.

    Basta guardare come il caso Bazzi è stato trattato: psicologizzato, individualizzato, moralizzato. “Vuoi visibilità”, “Sei privilegiato”, “Dovresti dire di no”. Rarissimi i casi di “Questo è un problema di classe che richiede organizzazione collettiva”. Altrettanto rari i “Dobbiamo costruire forme di contropotere materiale”.

    Gola ha ancora ragione quando dice: “[…] unico settore in cui lavoratori e lavoratrici pensano di non potersi permettere il conflitto perché ‘poveri editori’. Unico settore in cui si pensa che siamo sulla stessa barca e dobbiamo unirci.” Questa è ideologia pura. Gli editori non sono “sulla nostra barca” –sono imprenditori che estraggono valore dal nostro lavoro. Il “dibattito” culturale ha trasformato un rapporto di classe in una questione di amicizia tradita.

    Il realismo capitalista e la fine dell’immaginazione

    Mark Fisher (ora pro nobis) parlava del realismo capitalista come dell’impossibilità di immaginare un’alternativa al sistema presente. Il dibattito pubblico contemporaneo è realismo capitalista applicato alla prassi politica. Non riusciamo più a immaginare una confutazione che non sia mediata dall’economia dell’attenzione. Non riusciamo più a immaginare un’organizzazione che non passi attraverso la performance identitaria sui social. Non riusciamo più a immaginare un conflitto che non sia spettacolarizzato.

    E allora cosa facciamo? Ripetiamo il ciclo. Ogni due mesi qualcuno posta l’estratto conto, tutti commentano, nessuno si organizza. “La mamma dei post di lamentele sul lavoro culturale è sempre incinta”, scrive Gola. È una gravidanza eterna che non partorisce mai nulla.
    Il problema non è la mancanza di analisi. L’analisi c’è, è ovunque. Virno –come ricorda Raimo– l’aveva già fatta vent’anni fa. Il problema è che l’analisi è diventata merce: si consuma, si condivide, si accumula come capitale culturale. Ma non si traduce in organizzazione materiale.

    Dall’io al noi (per davvero stavolta)

    “Finché ‘uno’ rimane il numero più importante della nostra scala di valori, non cambia nulla”, scrive Gola. “Possiamo anche ridere di chi dice di ‘essersi fatto da solo’ e pensare sia molto anni Ottanta. Dopodiché, dire sempre ‘io’ è una riproposizione à la page della stessa solfa.”

    Questa è la contraddizione centrale del dibattito contemporaneo: parliamo di problemi collettivi usando grammatiche individuali. Bazzi posta il suo estratto conto, altri postano i loro, ognuno performa la propria precarietà. Il risultato è una collezione di solitudini, non un soggetto collettivo.

    L’organizzazione richiede l’opposto: l’abbandono dell’“io” come unità di misura. Richiede che chi ha il privilegio di dire “no” lo usi strategicamente, non moralisticamente. Richiede che si smetta di pensare agli editori come amici e si cominci a pensarli come imprenditori con cui si ha un conflitto di interessi strutturale. Soprattutto richiede questo: smettere di produrre valore per le piattaforme mentre si discute di come si è sfruttati. Organizzarsi significa costruire infrastrutture alternative–non perfette, non pure, ma fuori dalla logica dell’engagement come valorizzazione del capitale.

    “Mi ricordavo che gli intellettuali erano quelli che provavano a cambiare il sistema, magari mi ricordo male io”, scrive Gola alla fine del suo pezzo. Non ha torto. Secondo me il punto è ancora più radicale: il “dibattito” contemporaneo non è solo inefficace nel cambiare il sistema, è parte del sistema. È uno dei modi attraverso cui il capitalismo contemporaneo estrae valore e impedisce l’organizzazione.

    Non ci sono soluzioni individuali. “Dibattere meglio” sui social non serve. “Essere più consapevoli” dell’algoritmo non serve. Citare i filosofi giusti non serve. Tutto questo è ancora dentro la logica della performance e della valorizzazione.

    Quello che serve è banale e neanche troppo difficile: organizzazione materiale. Riunioni, non post. Conflitto, non dibattito. Costruzione di contropotere collettivo, non accumulo di capitale culturale individuale.
    Il monaco batte le mani per tagliare via l’ignoranza. Noi battiamo le dita sulla tastiera per nutrire l’algoritmo. Tra due mesi, qualcun altro posterà il proprio estratto conto. E il ciclo ricomincerà, identico, funzionale.

    Sapere la differenza è il primo passo. Ma solo il primo. Il secondo è smettere di confondere la parola con l’azione, il dibattito con l’organizzazione, la performance con la prassi.

    Il terzo è chiedersi: ci vediamo in riunione?

  • Rosalìa, LUX, il pop

    8 novembre 2025

    C’è qualcosa di profondamente problematico che LUX muove in me e che va oltre la semplice questione del gusto musicale. Il disco si presenta come un’operazione di “ridefinizione del pop”, ma la contraddizione è evidente: cerca di ridefinire il pop abbandonandolo completamente. Non sorprende che il primo singolo “Berghain” abbia immediatamente diviso i fan della musica classica, con molti che hanno liquidato gli sforzi di Rosalía come “kitsch”. Hugh Morris è stato ancora più diretto: ha accusato Rosalía di perpetuare la “genrefication” della musica classica e di usare “gesti musicali pre-digeriti come scorciatoia alla profondità o al potere emotivo”.

    Questa osservazione coglie un punto cruciale: la differenza tra sperimentazione come necessità espressiva e sperimentazione come manovra di posizionamento culturale. Il pop, nella sua essenza, ha sempre saputo essere simultaneamente accessibile e innovativo. Prince, Bowie, i Beatles nei loro momenti migliori – tutti hanno dimostrato che si può spingere i confini senza perdere l’elemento “popular”, quella connessione diretta e immediata con l’ascoltatore che non richiede un dottorato in musicologia per essere apprezzata. Rosalía stessa ha parlato di LUX come di qualcosa che “richiede più impegno da parte dei fan – una reazione deliberata contro i picchi di dopamina delle piattaforme di streaming”. È proprio qui che mi chiedo: quando la sfida diventa il punto, quando l’inaccessibilità diventa la strategia, ci stiamo davvero muovendo nel territorio del pop?

    La questione non è l’ambizione in sé – l’ambizione può essere meravigliosa quando nasce da un bisogno espressivo autentico. Il problema è quando l’ambizione si manifesta come accumulo con quattordici lingue, la London Symphony Orchestra, quattro movimenti, diciotto tracce. È la logica del CV culturale applicata alla musica: più elementi “prestigiosi” accumuli, più il lavoro acquista valore artistico.

    Quando Rosalía cita Björk come una delle “guiding lights” dietro LUX, e la critica nota che le atmosfere effettivamente rimandano a Björk di Homogenic (più o meno, ci piacerebbe, dai), si apre uno squarcio illuminante. Homogenic non era un’operazione di legittimazione culturale – era Björk che bruciava ponti, che rompeva qualcosa e spingeva in avanti. Qui sembra invece che la collaborazione di Björk su LUX serva quasi come un timbro di autenticità, una validazione esterna che dice al pubblico: “guardate, questa è sperimentazione vera, lo sappiamo perché c’è Björk”.

    Epperò la sperimentazione porta sempre con sé qualcosa di irrisolto. Diamanda Galás, quando usava la voce come “arma” ed esplorava gli spazi liminali tra il canto blues e il suono dell’asfissia lenta, non stava costruendo passerelle eleganti verso la legittimazione accademica. La giapponese Tujiko Noriko, quando nei primi anni 2000 componeva pop elettronico dove dietro la maschera dell’accessibilità si nascondevano elementi dissonanti e destabilizzanti, abbondanti di fratture soniche, stava esplorando territori genuinamente pericolosi. Queste artiste hanno tracciato percorsi compositivi sinceramente sperimentali, non artificialmente sperimentali.

    Il problema di LUX è che suona troppo perfetto, troppo levigato, troppo orchestrato. Anche le recensioni entusiastiche ammettono che “il disco è in costante pericolo di crollare sotto il peso della propria ambizione”. Quando tutto è così meticolosamente costruito – un anno dedicato solo ai testi, traduttori professionisti per ogni lingua, l’orchestra – viene il sospetto che l’obiettivo non fosse esplorare ma dimostrare. Non cercare ma certificare.

    Ed è proprio qui che il disco tradisce l’idea di “popular” alla base della musica pop. Il pop, storicamente, è stato una forma democratica: la canzone che ti entra in testa, il ritornello che si può cantare, l’emozione che colpisce senza mediazioni. Anche quando era sperimentale – e lo è stato spesso – manteneva questo nucleo di immediatezza. Il pop è servito a costruire la società mentre ne era l’espressione. LUX invece chiede homework: devi conoscere i riferimenti, devi avere la pazienza per un’ora di ascolto concentrato, devi apprezzare la complessità orchestrale. È un disco che funziona meglio come oggetto da studiare che come esperienza da vivere.

    Questo non significa che non ci sia spazio per la complessità nella musica popolare, ma c’è una differenza tra complessità che emerge organicamente dall’urgenza espressiva e complessità come dimostrazione di competenza. Quando Yasmine Hamdan dei Soapkills passava da underground libanese a fenomeno internazionale, o quando la tunisino-belga Ghalia Ben Ali diventava “il prodotto ultimo dell’incontro tra Est e Ovest in termini di cultura musicale”, l’ibridazione culturale nasceva da una necessità esistenziale, non da un progetto curatoriale.

    La storia della musica sperimentale è piena di artiste non occidentali che hanno tracciato percorsi radicali proprio perché dovevano – perché stavano negoziando identità complesse in tempo reale, perché stavano inventando linguaggi per esperienze che non avevano ancora parole. Umm Kulthum, che registrava oltre 300 canzoni in una carriera di sei decenni, con performance che potevano durare fino a cinque ore, non stava facendo un’operazione di world music – stava definendo cosa significasse il concetto stesso di ‘tarab’, quello stato di trance emotiva che la musica può indurre. Era sperimentale nella durata, nella forma, nell’intensità, ma rimaneva profondamente radicata in una tradizione viva e in un pubblico reale.

    Il paradosso di LUX è che, nel tentativo di essere universale – tutte quelle lingue, tutte quelle tradizioni, tutte quelle sante di culture diverse – finisce per essere stranamente disincarnato. Rosalía stessa dice “se avessi potuto far entrare il mondo intero in un disco, l’avrei fatto”. Il mondo, però, non entra in un disco attraverso l’accumulo enciclopedico. Entra attraverso la particolarità, attraverso la specificità di un’esperienza così profondamente sentita da diventare universale.

    C’è una differenza fondamentale tra un’artista che esplora nuovi territori perché deve, perché c’è qualcosa dentro che non può essere espresso nei linguaggi esistenti, e un’artista che esplora nuovi territori perché è la mossa giusta nel gioco del capitale culturale, utilizzando risorse economiche pressoché infinite (i traduttori, l’orchestra, lo ripete lei, lo ripeto anche io). LUX, con tutta la sua ambizione dichiarata, sembra appartenere più alla seconda categoria. Non coglie l’urgenza e la ferocia del tempo in cui si colloca – e questa è forse il suo limite più grande: che sia perfettamente eseguito ma esistenzialmente superfluo.

  • La cultura come utility secondo ENI

    29 ottobre 2025

    “A nessuno. Il permesso di un ballo con lei. È gente per cui le arti. Stan nei musei.” Paolo Conte – Sijmadicandhapajiee
    La cultura, non quella dei musei, ma quella cosa più sfuggente che chiamiamo sapere, conoscenza, comprensione del mondo. Quella roba che ti serve per capire dove sei, cosa sta succedendo, e magari – se va bene – cosa fare. Quella cultura lì, da un po’ di tempo, è diventata utility. Una cosa utile. Pratica. Come l’acqua o l’elettricità: la apri, la usi, la chiudi. Bella lì.

    Non è una novità assoluta, sia chiaro. La trasformazione della cultura in merce è un processo che ha radici profonde nel capitalismo culturale – quel fenomeno per cui il mercato diventa il patrón generale di quasi tutto, cultura compresa, ma negli ultimi anni c’è stato un salto qualitativo. La cultura non è solo diventata qualcosa che si compra e si vende: è diventata qualcosa che si consuma nel senso più immediato del termine. Come un pacchetto di informazioni preconfezionate, ottimizzate per il tuo feed, pronte da digerire mentre scorri col pollice.

    Quando tutto diventa contenuto

    Qui entra in gioco una cosa che i teorici chiamano “capitalismo cognitivo”, e che nella vita reale si traduce più o meno così: tutto ciò che comunichi, tutto ciò che produci a livello simbolico, tutto ciò che esprimi, è potenzialmente valorizzabile. È lavoro. È capitale.

    E questa forma del capitale – la sua forma comunicativa – ha una caratteristica interessante: non è strettamente legata all’idea di conoscenza. O meglio, non alla conoscenza nel senso classico del termine. Non quella che ti emancipa, che ti fa pensare, che ti mette in crisi. Questa è la conoscenza come servizio: veloce, fruibile, ottimizzata. Utility, appunto.

    Il problema non è tanto che esistano contenuti divulgativi o semplificati. Il problema è quando questa semplificazione diventa l’unica forma possibile di accesso al sapere. Quando la complessità viene appiattita non per renderla accessibile, ma per renderla vendibile. Quando la cultura diventa un prodotto e il prodotto deve funzionare, deve piacere, deve convertire.

    E qui arriviamo al punto.

    ENI e la scuola per influencer

    ReCommon, associazione che da anni si occupa di giustizia ambientale e diritti umani, ha pubblicato un post su un’operazione che ENI ha messo in piedi: il Plenitude Creator Bootcamp, una vera e propria scuola per influencer e content creator sui temi dell’energia e dell’ambiente.

    L’obiettivo dichiarato? “Consolidare ulteriormente il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi.”
    Tradotto: formare una generazione di divulgatori che parlino di transizione energetica con la nostra narrativa. Con la narrativa di ENI.

    Ora, è legittimo che ENI parli di energia. È il loro business. Qui però non stiamo parlando solo di vendere energia, stiamo parlando di costruire un immaginario, di plasmare il discorso pubblico su uno dei temi più cruciali del nostro tempo: la crisi climatica. E di farlo attraverso la voce di persone che godono della fiducia delle loro community.

    Come ha scritto ReCommon in un commento che sintetizza il problema:

    “ENI non si limita a parlare di energia solo a fini commerciali. Quello che ci appare molto pericoloso è che ENI, da un’assoluta posizione di forza rispetto a qualsiasi altro attore nella società italiana, utilizzando la voce di divulgatori, content creator, influencer e giornalisti diffonda la propria idea di transizione energetica, che tutto sembra fuorché giusta.”

    Il punto chiave è questo: ENI non sta solo vendendo un prodotto. Sta vendendo una visione del mondo.

    Il greenwashing come forma comunicativa

    ENI è il primo emettitore italiano di CO2. Nel 2021, da sola ha prodotto 456 Mt CO2eq – più dell’Italia nel suo complesso. Per ogni euro investito in rinnovabili, ne mette sette in combustibili fossili. I suoi piani industriali prevedono una produzione di idrocarburi superiore del 70% rispetto ai livelli compatibili con gli scenari Net Zero dell’Agenzia Internazionale dell’Energia.

    Questi sono numeri che, in una discussione onesta sulla transizione energetica, dovrebbero essere al centro del dibattito. Ma non lo sono.
    Perché nel frattempo ENI sponsorizza Sanremo, la Serie A, content creator, divulgatori. Costruisce una presenza mediatica capillare. Crea un’associazione automatica tra il suo brand e concetti positivi: innovazione, futuro, sostenibilità. E lo fa bene. Perché ha i soldi, le competenze, e una comprensione profonda di come funziona la comunicazione oggi.

    E qui torniamo alla cultura come utility. Quando la conoscenza diventa un servizio, quando la divulgazione si trasforma in contenuto ottimizzato per l’engagement, quando l’informazione è strutturata per piacere e non per problematizzare, diventa molto più facile per il capitale – in questo caso, per uno dei maggiori responsabili della crisi climatica – occupare quello spazio. Riempirlo con la propria narrativa. Omettere quello che non conviene raccontare.

    L’informazione al servizio di chi?

    C’è un esercizio che dovremmo fare più spesso e che nella cultura dell’utility diventa sempre più difficile: chiederci per chi esiste quell’informazione. A chi serve. Chi la sta finanziando. Qual è l’interesse che la muove.
    Non è cinismo. È difesa dell’informazione libera. È riconoscere che viviamo in un ecosistema comunicativo saturo, dove distinguere tra informazione e pubblicità è sempre più complicato. Dove un post sponsorizzato su Instagram può sembrare indistinguibile da un contenuto editoriale. Dove la fiducia che nutri verso un creator può essere facilmente strumentalizzata.

    Sempre citando ReCommon: “Ci chiediamo – e chiediamo a chiunque – se sia giusto (ne facciamo proprio una questione di giustizia sociale) che uno dei principali responsabili della crisi climatica – attraverso il suo operato improntato sui combustibili fossili – parli di transizione verde.”

    È la domanda giusta.

    La cultura come terreno di predazione

    La trasformazione della cultura in utility non è solo un problema estetico o intellettuale. È un problema politico. Perché rende la cultura – e quindi la conoscenza, l’informazione, il dibattito pubblico – un terreno fertile per l’attività predatoria del capitale nella sua forma comunicativa.

    Quando la cultura diventa servizio, quando il sapere si riduce a contenuto consumabile, quando la complessità viene sacrificata sull’altare dell’engagement, stiamo cedendo spazio. Stiamo permettendo che i grandi player – quelli che hanno i soldi per pagare influencer, per sponsorizzare eventi, per saturare lo spazio mediatico – controllino la narrazione.

    Non sto dicendo che tutti i divulgatori o content creator che collaborano con aziende siano in malafede. Molti sono professionisti seri, che credono in quello che fanno, il punto è: in un sistema dove la cultura è utility, dove l’informazione è merce, anche le migliori intenzioni rischiano di essere assorbite da una logica più grande. Una logica dove quello che conta non è la verità, ma la versione più vendibile della verità.

    Che fare?

    Non ho soluzioni facili. Nessuno le ha, credo. Forse possiamo provare a chiederci: cosa mi stanno dicendo? E soprattutto, cosa non mi stanno dicendo? Quando un’informazione arriva da una fonte con un interesse economico diretto, quali pezzi del puzzle mancano? Non è complottismo, è cedere ragionevolmente al dubbio.

    La complessità non può essere eliminata. Può essere spiegata, certo, ma quando viene appiattita di solito è perché qualcosa viene nascosto. Nessun carosello Instagram può restituire davvero la complessità della transizione energetica o della crisi climatica.

    E infine, forse il punto più concreto: organizzazioni come ReCommon esistono perché qualcuno le sostiene. Non hanno gli sponsor di ENI, non hanno i budget per i bootcamp per creator. Ma fanno un lavoro fondamentale. E per farlo hanno bisogno di persone che credano che valga la pena pagare per avere informazione che non è al servizio di nessun interesse particolare.

    Conclusione (o forse no)

    Anch’io vivo dentro questo sistema. Anch’io consumo contenuti, scorro feed, mi fido di fonti che magari dovrei controllare meglio. Anch’io, probabilmente, ho interiorizzato la cultura come utility più di quanto mi piacerebbe ammettere. Non è forse questo pezzo un’utility, forse? Forse. Questo disagio è il punto di partenza. Riconoscere che siamo dentro, che non c’è una posizione esterna da cui giudicare con purezza e che proprio per questo dobbiamo fare lo sforzo di capire come funziona il gioco. Chi lo sta giocando. E a beneficio di chi.

    Perché la cultura, alla fine, non dovrebbe essere utility. Dovrebbe essere quello spazio – scomodo, faticoso, pieno di dubbi – dove ci fermiamo a pensare davvero. Dove mettiamo in discussione quello che ci viene raccontato. Dove impariamo a distinguere tra informazione e propaganda, tra divulgazione e pubblicità, tra conoscenza e marketing.

    E quando uno dei maggiori inquinatori del pianeta ti vuole spiegare come salvarlo, forse è il caso di drizzare le antenne.

    Link utili per approfondire:

    • La lobby fossile italiana presente in forze alla COP29 di Baku
    • Big Oil Reality Check
    • ENI Climate Strategy Assessment
    • ENI presenta il piano industriale 2025-2028
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