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Qualcuno con cui scrivere

  • Aborto magico

    17 Aprile 2024

    estratto da “Qualcuno con cui parlare”

    Arianna è agitata: un po’ piange, un po’ fa la dura per darsi forza.

    Attraversiamo via Salaria e ci salutiamo per la seconda volta sull’uscio di questa clinica. Dentro non posso entrare perché, nel mondo dell’autodeterminazione femminile, noi maschi dobbiamo stare fuori, non esprimere pareri, non rompere il cazzo. Vorrei esprimere il parere dell’amore e della solidarietà all’interno di un percorso condiviso con quella persona che non è solo legalmente mia moglie, ma è, più informalmente, l’amore della mia vita e con cui è facile stare assieme in riva al mare al Frigidaire di Capalbio, mentre sarebbero queste le situazioni in cui ci sarebbe bisogno di reale vicinanza. Anche solo fisica, con la bocca chiusa a farsi compagnia. Un antidoto alla solitudine.

    Mi domando che educazione possiamo dare agli uomini mettendoli sull’uscio, poi penso che nel mondo la violenza è in carico agli uomini. Tengo per me questo malumore e cerco di essere il più pragmatico.

    Arianna mi scrive dall’accettazione mentre vado a sedermi in un bar aspettando arrivi l’ora di collegarmi ad una riunione. Il tempo passa con lentezza e sposto tonnellate di pensieri magici a destra e a sinistra. Cerco di non lasciare spazio alla rabbia che si allarga dentro di me. Mi sento escluso dalla possibilità di stare con lei, di tenerle compagnia senza nessuna pretesa di sostituirmi a medici o farmaci, provando ad essere un essere umano decente.

    Arianna mi scrive che ha preso la seconda prima pillola, questa volta con un dosaggio superiore e speriamo che vada tutto per il verso giusto, ma ha bruciore in gola e ­temendo una reazione allergica­ le fanno una siringa di cortisone: “che non si nega a nessuno” o almeno così le dicono.

    Poi passa un po’ di tempo, la riunione non la seguo davvero finché non mi scrive che la dimettono: corro a prendere la macchina e aspetto davanti alle porte scorrevoli del Centro Tutela Salute della Donna e Del Bambino, Asl di competenza Roma 1, via Garigliano 55. Virgola. Roma nord. Punto. A poca distanza da Villa Borghese. Punto.

    Sono di nuovo lì. Assieme ad altre persone: immagino parenti. Donne, uomini, ragazzini: nessuno riesce a stare fermo. Chi cammina e chi balla sui piedi e tutti ogni tanto prendono in mano il telefono. Nessuno parla, nessuno. Nemmeno il corriere che consegna una decina di pacchi sull’uscio.

    Arianna sbuca dalla porta con la faccia bianca e l’andatura più a zig-zag del solito e mi fa: “Non ci capisco niente, è come se non sentissi il mio corpo, andiamo via”. Andiamo via e, mentre chiacchieriamo, all’incrocio con l’Aurelia si mette le mani in mezzo alle cosce e mi dice “corri corri che mi sto perdendo tutto!”.

    Tutti, in quelle settimane, hanno un’opinione al riguardo. Chiunque ha un’opinione, un appunto, una virgola da restituire sulle tue scelte, su cosa provi, su come cerchi di stare in piedi e, se non riesci a stare in piedi, hanno un’opinione su come stai seduta. Tutti, se non ci sono passati, hanno almeno due opinioni, perché possono immaginarsi difensori di ogni eventualità, mentre la verità è un’altra: la vita, se vuole, ti spezza ogni secondo in maniera imprevedibile lasciandoti senza parole e senza immaginazione.

    Si può essere trascinati alla deriva tentativo per tentativo, pragmaticamente.
    RU486 dopo RU486, arrivando a prenderla in farmacia, autonomamente, va bene, non mi opporrò di certo io che sono 38 anni che vivo sperando che chiunque sia autonomo a sufficienza per occuparsi di sé.

    Però poi, se l’autonomia è al massimo, ma la capacità di orientamento è al minimo, con chi sei?
    Quando tutto è imprevedibile, con chi sei?
    Quando si rimane da soli con le proprie scelte, chi ci dev’essere a rispondere alle domande di conforto?
    Quando sei davvero solo e autonomo, con chi sei?

    Io non le ho le risposte, ho solo le sue domande.

  • Santarcangelo

    16 Aprile 2024

    estratto da “Qualcuno con cui parlare”

    […] la stazione di Santarcangelo di Romagna è orribile.

    È una stazione da fine del novecento, quando il secolo migliore della storia già imbruttiva e si faceva mangiare dal capitalismo funzionalista peggiore: quello delle archistar che progettano le stazioni del futuro, ma su un treno non ci sono mica mai salite.

    Così come queste stazioncine di provincia sono evidentemente frutto di geometri annoiati, grigi burocrati delle Reti Ferroviarie Italiane condotti al pascolo per fare sopralluoghi che non vorrebbero fare, abbandonando i loro cubicoli razionali e climatizzati per avventurarsi nelle lande malinconiche della provincia italiana.

    Una merda.
    Stazione di Santarcangelo di Romagna, recensione su TripAdvisor di Alberto bebo Guidetti, voto: 4.

    È un peccato quando le stazioni sono mal curate, povere.
    Anche il bar è misero: la luce del posto sfarfalla e me ne accorgo anche se è giorno pieno, perché sento il classico rumore da luce al neon intermittente. Clàclàng. Clàclàng.

    Vendono le sigarette e penso che ieri sera volevo comprarle, ma vicino al palco non c’era alcun tabaccaio, adesso invece non ho alcuna voglia di fumare ma vorrei comprarmi il pranzo. Cosa che mi è impedita perché nella vetrinetta dei cibi salati c’è una sola tristissima pizzetta che non invoglierebbe neanche un morto di fame.

    Volevo una piadina: in venti minuti di attesa mi sembrava ragionevole ­non dico farne preparare una su misura con squacquerone e rucola­ ma quantomeno farne scaldare una già assemblata secondo il gusto locale, buttarla in un sacchetto bianco e mangiarla in questo deserto cementizio.
    Guardo oltre il bancone e chiedo un succo di frutta, lo bevo in un sorso e saluto la barista che mi ha sorriso per tutto il tempo: lei, l’unico respiro umano di un posto perturbante.

    In questi luoghi si consumano le vite delle persone: la voglia di lasciare casa, la fretta di tornarci, i necessari baci e abbracci che non bastano mai, le attese solitarie a smaltire chili di pensieri mentre sono più i treni che transitano che quelli che fermano e io resto lì, a pensare alle mie cose: ai ritardi accumulati, alle date del tour, a Matteo che è morto, ai miei genitori che non li sento quasi mai, a mio fratello che non lo sento mai, ai soldi, alle ferie, al governo, a questi cazzo di biglietti cartacei che ho il terrore mi volino via e non li ho timbrati e sicuro il controllore mi s’incula.

    In Emilia-Romagna ce la meniamo molto con la buona amministrazione e la qualità della vita, ma se volete misurare la provincia, prendetevi un regionale e cercate una macchinetta timbratrice alla stazione di Santarcangelo. Ci sono, ma sono tutte fuori uso.

  • Vado al Todis!

    15 Aprile 2024

    estratto da “Qualcuno con cui parlare”

    Ho 38 anni e un blocco creativo da almeno 5: ogni tanto però scrivo qualcosina per la mia band e se mi guardo allo specchio per troppo tempo non vedo più me stesso, ma appare un macigno enorme che chiude l’ingresso ad una grotta misteriosa dentro la quale ci sono tutti quelli migliori di me.

    I più giovani: che hanno un vantaggio anagrafico.
    I più vecchi: che hanno carriere rispettate e ancora producono.
    E poi i coetanei: che rilanciano e si rilanciano. Chi fa un tour sontuoso, chi fa cinema, chi fa i dischi per altri, l’autore per altri, chi insegna, chi collabora, chi sponsorizza, chi razionalizza, chi fa meditazione, immaginazione, colorazione, industrializzazione, produzione, produzione, produzione, produzione, massima produzione, massima monetizzazione…

    Gente che ha proprio, secondo me, le mani a forma di simbolo dell’€. Sono come delle palette. Ci tirano su le monete del deposito di Zio Paperone.

    Ai soldi ci penso un casino. Non sono avido, anzi forse sono anche più sciocco di molti altri nell’offrire, fare beneficienza, farci anche cose giuste con quel poco di privilegio economico costruito in questi anni.

    Oltre a pagare un botto di tasse.

    E su questo, permettetemi, sono davvero uno del popolo: rancoroso e invidioso del malaffare altrui.

    Pago molte più tasse di quante ne paga l’estetista qui dietro che non batte uno scontrino, o il barbiere, o il bar, o l’autolavaggio o il tizio che sta facendo i lavori nell’abitazione di fronte con cui mi sono fermato a fare due parole, perché magari uno che fa ristrutturazioni poi mi torna comodo.

    Ha detto tutto tronfio che lui non fa fattura. Io però me lo scarico dalle tasse, gli faccio. Lui me lo toglie subito dal prezzo, che mi frega?

    Che mi frega? Certo che mi frega, brutto evasore del cazzo, bastardo, criminale, rovina del paese!

    Volevo dirgli così. Ma lui era una montagna d’uomo e con un ceffone mi avrebbe tolto l’orologio.

    Infatti gli ho detto: “hai ragione te, vado, ciao”. E me ne sono andato.

    Dev’essere l’avere sogni modesti che mi fotte, che non mi fa pompare egocentrismo quando dovrei pomparlo, cacciando fuori le palle.
    Che poi è una figura oscena, questa cosa del mettere fuori le palle, che sono anche un organo bruttarello da vedere. Vacci te a fare la spesa con i maroni di fuori, se hai il coraggio.

    Non ho il fegato per farlo, ecco.

    Dovrei avere più fegato, più grinta, più sorrisi, ma anche più immaginazione.
    Ché mi sa è questo, il problema.

    Mentre scorrevo gli annunci di lavoro pensavo soprattutto che non ho più immaginazione e volevo un lavoro dove nessuno mi cacasse il cazzo aspettandosi qualcosa dalla mia immaginazione. Immaginate voi al posto mio, amici miei, perché io vado in malattia. Sì sì, gli dico proprio così a

    FeltrinelliSaggiatoreRizzoliGarrinchaUniversal e tutti quelli che mi danno fiducia ma indietro vogliono qualcosa dalla mia immaginazione. Li chiamo e glielo dico.

    – Pronto?
    – Eeeh, pronto, buongiorno, è l’istituto raccolta cose immaginate?
    – Sì, con chi parlo?
    – Sono Alberto bebo Guidetti, matricola 217100
    – Mi dica pure.
    – Eh, guardi. Mi sono ammalato
    – Ha la febbre?
    – No, peggio.
    – È morto?
    – Magari! Magari fossi morto! In questo paese è una fortuna, morire! No no, peggio: non so più immaginare niente.
    – Ah, mi spiace.
    – Eh, anche a me: vi mando fattura e poi quando sto meglio ci prendiamo un caffè.

    Invece i caffè, nel nostro mestiere, te li vai a prendere prima della fattura, una strategiastranissima  per conquistare il grande bancomat che noi autori chiamiamo ANTICIPO (tutto maiuscolo come nei contratti): che è una roba da incubo già dal nome, perché anticipa.

    Sapete come si chiama clinicamente l’ansia prima di fare qualcosa? Ansia anticipatoria. Perché lei ti annienta da prima. Come l’ANTICIPO. Tutto maiuscolo.

    Io, per fortuna, mai sofferto d’ansia, ma vivo ad un livello così alto di preoccupazione che alla fine, questa preoccupazione, si è mangiata la mia immaginazione.

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