Vai al contenuto
    • Chi sono
    • L’archivio

Qualcuno con cui scrivere

  • Insegnanti dello stare al mondo

    16 Settembre 2024

    Ieri, mentre passavamo una bella giornata con una coppia di amici che sono per noi famiglia, si è parlato di quanto spesso entriamo nelle vite degli altri non solo suggerendo o confrontandoci con loro, ma comportandoci in maniera direttiva.

    Devi fare questo, non devi fare quello, devi dire questo, non devi dire quello, devi pensarlo così, non devi pensarlo così.

    E via discorrendo nelle infinite possibilità che abbiamo per dire a qualcun’altra all’infuori di noi stessi i come e i cosa per condurre la vita come la intendiamo. Come la intendiamo noi, non chi abbiamo di fronte. Clonandoci, replicandoci all’infinito, costruendo il nostro ideale esercito di terracotta che, per l’appunto, è immobile e tutto sommato fragile.

    Immobili e fragili mi sembra la traiettoria che hanno spesso i contenuti sui social network, in cui una nutrita schiera di persone dirige i propri come e i propri cosa verso un’enorme platea di persone che alle volte si accollano queste direzioni, altre scrollano oltre. E questa schiera di persone che dirigono le loro parole agli altri è spesso gente che tratta di temi complicati. Devo dire che sono temi su cui secondo me una laurea non basta, ci vuole dell’esperienza, della ricerca, del lavoro attorno. Infatti io non ne parlo, io non parlo di niente perché il mio mestiere è l’invenzione.

    Invece chi parla di qualcosa anche complicata come il marxismo, secondo me, Il Capitale, poi non l’ha mica letto. Puoi parlarne, io ne parlo, Nicola e Enrico ci hanno fatto uno spettacolo sul non aver letto Il Capitale, ma siamo gente che si occupa di invenzione, mentre chi parla non per invenzione, ma con l’ambizione di dirigere, di essere direttivo, mi sono persuaso che debba essere preparato. Ma non preparato così, per modo di dire, preparato davvero. Che ci studia e ci lavora con quella cosa lì: con il marxismo, il liberismo, il femminismo, il na77ismo, le materie scientifiche, la psicologia, la medicina, l’aritmetica.

    Parlo io delle cose che non conosco? No, io le cose le invento e ce lo scrivo grosso fuori dalla porta e sulla copertina: qui non si fa la realtà, ma è tutto vero.

    E vedi sgomitare influencer di ogni stampo e calibro, gente che non si confronta con una comunità accademica, scientifica o anche solo la comunità del bar fuori dalla facoltà di metafisica di Bombay. Gente che vuole dirigere e dirige, senza contraddittorio. Insindacabile.

    Dice la propria, in virtù dell’esistenza su questa terra, e davvero l’impressione che ho quando mi lascio guidare da questi pensieri è che chi non sa niente non possa che parlare di sé e per sé, fingendo di maneggiare un corpo intellettuale alto. Anche loro si occupano di invenzione, ma la spacciano per realtà e quello è dire le bugie. Turlupinare per vendere. Truffare intellettualmente.

    Quello che ti insegna a comunicare, quella che ti insegna come diventare brava compagna, quello che ti dice di far questo e quello con tuo figlio, con il partner, i genitori, i colleghi, i fa$ci, il s3sso, i soldi.

    Ognuno ha un’opinione su come devi stare in piedi e se non puoi stare in piedi su come devi star seduto.

    Poi apri la piadina e dentro ci trovi una schiera di periti tecnici in elettronica e telecomunicazione, una schiera di Alberto bebo Guidetti, che hanno un pubblico assetato di sapere come campare e, siccome tutti gli Alberto bebo Guidetti del mondo esistono, allora hanno l’expertise sufficiente per spiegare come si campa.

    Ma cosa dobbiamo dire, noialtri, a gente così? Cosa volete che possano dire di sensato?

  • Politiche del tagliere e politiche delle periferie

    3 Settembre 2024

    Leggendo gli ultimi scambi attorno all’articolo di Salvatore Papa per “Lucy – sulla cultura” mi è apparso più chiaro un non-detto (o detto male, o detto a spizzichi e bocconi): quando parliamo della città dei taglieri parliamo del centro storico.

    Lo faccio anche io quando torno in città, penso: diobò guarda qui. Poi arrivo nella depressiva periferia residenziale dove sono cresciuto e lì invece da quando vent’anni fa hanno chiuso la biblioteca e aperto la coop non è cambiato niente di niente di niente, penso: diobò guarda qui.

    Vorrei quindi esplicitare un pensiero che covo da così tanti anni da risalire al me adolescente: sarà che a me il centro è sempre sembrato il posto dove abitano i miei amici più facoltosi? Il posto dove incontri le cose un po’ fighette? Certo gli universitari e le case da universitari, ma non sono stato anche loro abbindolati per decenni da un’idea posizionale di cultura? Vado a vivere nel centro dei portici, di Dalla, di Piazza Maggiore, del Pratello, della Pinacoteca. In affitto in case di merda, sempre, sempre più costose.

    Ma se volevi davvero essere un bolognese del centro storico -come si dice tra noi nativi bolognesi- dovevi avere la pilla. Essere ricco. O aver ereditato.

    Non me ne vogliono i miei amici che abitano dentro le mura da proprietari di casa, lo sanno anche loro che non c’è rancore, ma un bel po’ di culo in più sì. E anche un’idea di città profondamente diversa, meno conflittuale e meno rancorosa di chi usciva dalla porta e aveva i piloni della tangenziale. Dai, eh.

    E quindi è davvero problematica la turistificazione del centro? Non lo so, a me è sempre sembrato un luogo alieno, incompatibile con la mia vita da depressone lagnoso di periferia, da materialista marxista che odiava i compagni frikkettoni tanto quanto quelli dei licei del centro tanto quanto gli studi di avvocati/architetti/notai che hanno da sempre avuto in possesso “il centro dentro le mura”.

    Mi ha sempre preoccupato l’abbandono delle periferie malgrado i progetti di riqualifica (cfr. Pilastro), mentre l’impianto di biblioteche pubbliche veniva smantellato (cfr. Mazzini/Savena), mentre i condominii ex-IACP venivano svenduti (cfr. Porto/Bolognina-Casaralta/Santa Viola) e via così in una mappatura della desolazione periferica, quella sì prodromica della finanziarizzazione della città. Perché la periferia non è una bomboniera e la puoi macellare con calma e ostinazione, pragmaticamente.

    L’arretramento del “socialismo tascabile” sotto l’abbaglio di una città unificata (la città della cultura con le biblioteche che chiudono? La città del cibo nella città del supermercato ogni chilometro?) è la traiettoria che governa Bologna da molti decenni. È una roba da chi non si è voluto accorgere delle numerose città sotto lo stesso comune.

    Non è una questione di “programmazione culturale”, ma di semplice strategia e volontà politica. La cultura rientra o meno, come altre cose, nei piani politici di governo di una città. Inutile scagliarsi contro il proliferare dei taglieri perché vent’anni fa il centro era una allucinazione a misura di fuorisede (con locali con programmazioni vomitevoli, alcol e cibo di merda), ha cambiato destinazione d’uso senza cambiare rotta economica: la corsa al rincaro della vita è ogni anno più tumultuosa e lo diciamo dalla mia prima volta in un collettivo, forse 22 anni fa. Non ieri.

    Dovrebbe infatti far riflettere quanto le esperienze contro-culturali siano state da sempre fuori-le-mura (tolto il TPO di via Irnerio, che dopo pochi anni apparve in viale Lenin a 1km da casa mia: grazie sgombero, hai cambiato la vita ad un cinno del Mazzini) e continuino ancora oggi ad essere distanti dal centro, nelle sue forme di occupazione e nelle sue forme più programmatiche e consolidate. Ometto Labas perché da dopo lo sgombero e la soluzione “a braccetto con l’amministrazione” non lo so, forse sono ancora troppo intransigente…

    L’allarme taglieri e la trasformazione della città in una meta turistica è solo un sintomo del neo-liberismo, ma continuare ad insistere sul sintomo solleva le responsabilità politiche che risiedono invece nelle povere politiche abitative, di impiego, di sostegno alla vita per la classe lavoratrice e quella più debole ancora di chi un lavoro non lo ha o non può averlo.

    La soluzione, secondo me? Pretendere una prospettiva di vita dignitosa produrrà le c.d. esperienze controculturali (dalle periferie per i fighetti del centro, s’intende, che gli vogliamo bene lo stesso).

  • Consumatore di musica

    19 Luglio 2024

    Quest’oggi è andato online un articolo a firma di Damir Ivic a proposito dell’incredibile e smisurata inflazione economica e di advertising legata ai grandi concerti (-> grandi eventi – festival).
    È un articolo importante perché ricostruisce fuori dai tecnicismi una parabola iniziata una ventina d’anni fa e lo fa a firma di uno dei nomi più importanti del giornalismo musicale, non solo di settore. Grazie Damir per esserti accollato l’accollo.

    Da qualche mese, prima su Italian Review e poi sul mio sito, cerco di approfondire la sostenibilità economica del lavoro culturale nel settore musicale, approcciando da marxista alla faccenda, da uomo compromesso perché artista e infine da lavoratore che si scontra da alcuni anni con la non-volontà del settore di farsi sistema. L’unico momento in cui si è tentata la strada delle istanze unitarie è stato durante il covid, dal momento in cui il settore è tornato a muoversi la partecipazione è andata scemando.

    A commento dell’articolo di Damir qualcuno cita anche le responsabilità del pubblico ed è, almeno secondo me, il momento di provare a spacchettare l’argomento perché se è vero che 50000000 Elvis Fans Can’t Be Wrong, può darsi pure che ci siano delle dinamiche sul pubblico e nel pubblico che vale la pena indagare.

    Nell’articolo di Ivic si smarcano tutti gli attori della catena produttiva musicale: artisti, management, discografia e live. La ricostruzione è ottima e fa emergere la naturale tendenza degli attori-lavoratori a stare nel mercato, costruendolo e modificandolo, facendosi costruire e modificare a loro volta. Ma l’azione mancante è quella agita dal pubblico che, in un bagno di realismo, potremmo tornare a definire come consumatore.

    La finanziarizzazione dell’opera musicale –non a tutti i livelli, ma in larghissima percentuale– ci obbliga ad un confronto triangolare tra un’attività mercantile-materiale (la vendita\acquisto di uno spettacolo), il valore immateriale che diamo all’arte (“l’arte non rappresentativa per eccellenza”, Fubini) e la relazione con il suo recente ruolo di oggetto finanziario (che di questo triangolo è l’aggancio non cosciente sia per l’utilizzatore che per il 99% degli attori-lavoratori, sintagma fondante del neo-liberismo culturale).

    Massimiliano Raffa nel suo bel libro Poptimism (Meltemi, 2024), scrive:

    [il poptimism] configura una condizione in cui il dissenso creativo dal basso è sistematicamente inibito da un sistema orientato al rafforzamento dei conformismi culturali […] e che da processo culturale più ampio (e non esclusivamente relativo al dominio della musica) si riverbera nelle convinzioni non solo dei pubblici, ma anche di molti intermediari culturali.

    Mi vorrei spingere un po’ più in là, guardando al pubblico e al consumo.

    Quello che Raffa chiama poptimism produce una precarizzazione dell’ascoltatore o dello spettatore (nel caso della musica dal vivo). Emerge un risultato pratico ed emotivo per cui l’orizzonte di scelta del consumo culturale –percepito come infinito– inibisce l’eterogenesi del desiderio negandogli la mobilità della scelta (o della sua possibilità). Il prodotto viene disposto dalla finanziarizzazione ad un’altezza economica preoccupante per soddisfare il suo valore immateriale nel gesto pratico dell’acquisto desiderato (che è un desiderio per natura ambiguo: vero e presunto, autentico e artificiale, quindi richiedente).

    Il pubblico-consumatore diventa così desideroso di qualcosa verso cui prova il bisogno (per soddisfarlo) ma che è con troppa frequenza cognitivamente dissonante (“la musica nelle cuffie è gratis e ha un valore non quantificabile per la mia vita, la musica come esperienza corporea ha un valore economico ben più superiore alle mie disponibilità: cosa sto sbagliando?”).

    È un desiderio che rinnova sé stesso ed è, come ogni desiderio non soddisfatto, una delusione. Ci deludiamo colpevoli della nostra coscienza consumistica –accettandola, ma giustificandoci nella ricerca del piacere– e non ne tolleriamo l’esistenza –perché costretti ad principio di scelta-non-scelta.
    Il pubblico-consumatore contrae la sua capacità di scelta in scorta a questa precarizzazione. 

    In questa ennesima fase di postmodernismo non c’è una chiara distinzione tra l’arte per l’arte e il prodotto finanziario che la contiene. Una è l’arte non rappresentativa per eccellenza, l’altro è lo strumento non rappresentabile per eccellenza: lo spaesamento che si produce nel contesto dei consumatori della popular music è difficile anche solo da immaginare.

    Se fino a pochi anni fa il valore sociale e morale della musica popular era percepibile e scindibile dal suo valore economico, ora il valore sociale e morale è una metrica che indicizza il venduto, il reach, l’autoracconto per raggiungere quel dato evento. Sempre citando Poptimism di Raffa: “guardare ai prodotti della creatività come a delle forme simboliche dinamiche. in continua interlocuzione con i processi culturali che attraversano il mondo sociale, implica l’ammissione della sussistenza di una correlazione tra ambienti della comunicazione e contenuti dei testi culturali. Creatori e ricevitori simbolici, difatti, si trovano immersi in un ecosistema di esperienze che non influenza solo i contenuti dei testi culturali, ma anche la predisposizione dei ricevitori ad accogliere le sollecitazioni creative. […] Oggi, difatti, gli ascoltatori di musica non possono prescindere, lungo il processo di costruzione delle proprie culture individuali e durante le proprie attività di selezione e consumo dei materiali culturali, dal confronto con specifici ambienti comunicativi: quelli della piattaforme algoritmiche”.

    In conclusione mi sembra di scorgere un atto di forza quando si decide di spendere per qualcosa che riteniamo essere “di valore”. Un atto di forza nel disorientamento che si percepisce nella neo-lingua promozionale (“imperdibile”, “necessario”, “stupefacente”, etc.).
    Questa forza richiede un exploit di energie –emotive, per l’imposizione della scelta ed economiche, per la sostenibilità personale– che rinforza nell’ascoltatore o nel pubblico (in definitiva, senza altri mezzi termini, nel consumatore) un sentimento di inefficacia, causando così l’opposto di ciò che noi “alfieri della parte giusta della storia” pensiamo sia utile alla vendita (ovvero il valore immateriale): se non è possibile effettuare una scelta e l’agirla è un enorme investimento, useremo guardare alla pratica della ricerca del prodotto culturale come a un disvalore, cercando rifugio oltre la soglia, sopra la traccia, nel c.d. mainstream del live.

    Mentre la popular music come prodotto culturale, come dice bene Raffa, è parecchio in crisi.

  • Fanculo!

    16 Luglio 2024

    Qualcuno con cui parlare, versione estesa. Da settembre nelle vostre città. Questo è uno spoiler.

    Fanculo i ricchi!
    Fanculo il loro potere!
    Fanculo la loro capacità di ricattarti dove sei più debole: sui soldi, sull’affitto, le bollette, un aperitivo per illuderti di non essere un poveraccio. Non essere tra gli ultimi, ma solo tra i penultimi.

    Fanculo questa tristezza e un’altra sigaretta per guardare quanto è alto il balcone: se salti almeno la fai finita. Quelli lì, i ricchi, si deprimono se il mondo non gli vuole bene, poverini! Io al mondo gli faccio schifo e in più devo lavorare, lavorare, lavorare! Che merda!
    Non la voglio più mangiare la merda! È tutta la vita che mangio merda senza scelta, quella che arriva io me la mangio! Pensate che stronzo che sono, manco la merda posso scegliermi!

    La testa di quelli lì, dei ricchi, è una testa a cui piove sopra, si bagnano i capelli, gli viene il raffreddore. Poverini!
    La mia testa è un posto in cui piove dentro fino a scolare in gola e riempirmi i polmoni e strozzare. Vorrei avercelo io il raffreddore: mi prendo il vostro raffreddore e voi vi prendete il mio peso nel petto!
    Poverini! Siete proprio poverini voi ricchi!

    Davvero, ammazzatevi, fate un’ecatombe, fateci una cortesia: non ci mancherete.

    Fanculo quelli con la casa comprata dai genitori,
    con la casa comprata dai genitori del fidanzato, della fidanzata,
    chi non ha mai avuto il pensiero per un affitto, per una rata,
    a chi non ha mai avuto un debito.
    Fanculo chi eredita i soldi, i muri, i lavori. Voglio vincere al Superenalotto anche io!

    Fanculo a chi vuole spiegarmi cos’è il mondo con il portafogli gonfio di famiglia. Il 90% sono donne culturalmente di destra che sfruttano delle persone marginalizzate.
    Siete letteralmente il capitalismo. Fanculo anche voi!

    Fanculo a chi abita nei centri storici e da tutta la vita ci insegna come stare al mondo.
    Quelli con le Clark’s con orgoglio o vestiti alla Caritas per vergogna. Fate una vita di prossimità e non uscite mai dal solito chilometro quadrato: nel dizionario vi trovano sotto la voce “nazisti dell’Illinois”. Il giorno che vi svegliate freddi vi facciamo un applauso.

    Fanculo i fratelli maggiori: professionisti avviati, stimati avvocati, consulenti rispettati, chini sul profitto che giocano a fare i caporali con il culo degli altri.
    Fanculo gli studi, gli studi associati, i coworking, gli incubatori d’impresa, le imprese etiche, ma i profitti sono i loro.

    Fanculo agli artisti. Sì, fanculo questa inutile retorica per cui l’artista è un ragazzo sensibile: aprite gli occhi, siamo tutti mostri egomaniaci interessati solo ai soldi. Siamo letteralmente il capitalismo. Da quanti anni non leggete qualcosa di diverso dai problemini borghesi del mondo cattivo che non gli fa godere la loro storia d’amore?

    Fanculo alla sinistra patatina, delle mezze misure.
    Fanculo le ZTL, le preferenziali, le zone T, le città dei 15 minuti. Fanculo il progressismo come clava per tacciare le fasce più deboli di benaltrismo, di ignoranza, di non avere i modi giusti, le parole giuste.

    Fanculo chi per ogni torto subìto scomoda il fascismo: avete vinto un corso accelerato in scienze politiche e 15 anni di psicanalisi lacaniana.

    Fanculo i fasci.
    Fanculo i fasci.
    Fanculo i fasci.

    Fanculo le periferie abbandonate.
    Fanculo i supermercati al posto del fornaio, del lavasecco, del ferramenta, della parrucchiera, della vita del quartiere. Ci spaventa la gentrificazione perché siamo ciechi davanti al deserto.

    Fanculo i bar che chiudono alle 19. Alle sale slot. Alla scritta COOP che illumina la sala da pranzo dei miei genitori.

    Fanculo le canne al campetto e quelli che spaccano i canestri.
    Fanculo i rapper marocchini che si credono Tupac. I compagni delle medie che sono diventati nazi per dispetto. I cinesi che hanno comprato il bar dove stavano i tossici.

    Fanculo la parrocchia, il parchetto, le balotte per cui rimani quello di vent’anni fa.

    Fanculo anche a chi se ne è andato e ha trovato un suo posto nel mondo.
    Fanculo a chi è morto e si è liberato di un peso grande.
    Fanculo i posti a cui non appartengo.
    Fanculo le persone a cui non appartengo.
    Fanculo i desideri.

  • In motorino

    10 Luglio 2024

    Sono su un treno, che mi capitava spesso, ma quest’estate no. Sono su un treno che costeggia il mare, verso nord, poco dopo l’alba. In stazione sono andato in motorino, perché all’alba Roma sarebbe stata vuota, quasi fresca, comunque godibile. Tant’è che –uscendo da porta Cavalleggeri con il sole sbadigliante che tinteggiava già Ponte Amedeo e Castel Sant’Angelo– ho pensato che questa è una vita bella, nonostante tutto, che è una vita merdosa, malgrado tutto.

    Mi tengo tutt’e due i pensieri sul lungotevere di Nona, di Augusta, novanta gradi a destra verso Piazza del Popolo, poi piazzale Flaminio e Muro Torto e quasi mi scivola il motorino.

    Rifugio in via Vittorio Veneto, dove alle 6.15 del mattino non c’è quasi nessuno –giusto un autista NCC che pulisce il Mercedes dai vetri scuri, quattro tizi con le divise dell’AMA al bar, il tipo davanti a me al semaforo che si è chiuso sul telefono, o forse ha sonno.

    Mi sono tenuto questi due pensieri come mi sono tenuto due pensieri per quasi tutti gli anni della vita adulta: che senso ha la vita? Come gestisco questo scoppio di felicità? Me li sono tenuti in tasca delle braghe, del cappotto, nello zaino, sopra al tavolo. Me li sono tenuti perché non sapevo fare diversamente e non potevo fare altrimenti: tenerti due pensieri dicotomici è uno dei pilastri del pensiero depressivo, mi hanno detto, ma lì per lì non riconoscevo la metà delle cose che ho conosciuto nel tempo.

    Ho tenuto tutto assieme con ostinazione alle 6.30 verso il grande magazzino del bricolage, verso la fabrichetta, nei tour, con le persone, gli amici, mamma, papà. Era un’esperienza democratica e orizzontale: nell’impegno del tenere due pensieri assieme non hai molte energie per differenziare il trattamento verso gli altri.

    Tutte cose che non sapevo e che scoprivo empiricamente, chiaro che poi riguardare quei momenti con il bagaglio di cose imparate ad oggi… Uno pensava di essere disastroso e invece era solo depresso e funzionante. Convinto che tenere assieme due pensieri dicotomici  avrebbe prodotto un superpotere: quello di aggirarsi spettralmente tra le corsie di un supermercato, un pranzo di famiglia, l’uscita con una ragazza.
    Se ignori il nome delle cose, se non conosci e non riconosci, alle volte, di rado, secondo me, ti aiuta.

    Mi sono persuaso questa ignoranza sia stata utile, somigliando da fuori a ciò che somigliavo da dentro, senza mimesi o autoracconto. Era un mondo diverso e più disponibile verso la posizione fetale o l’esplosione di rabbia: due cose che il neo-liberismo ti sollecita a risolvere per poter essere efficiente, ma prima acquistando un libercolo in cui l’esperienza del sé è l’unico medium per tradurre una teoria generale, in questo infinito twist di espulsione e sussunzione ben oltre il postmoderno, il post-ironico, il nuovo sensibilismo. Tutte cose che mal si adattano a tempi nevrotici, ansiogeni.

    Una cosa, il sapere, che aiuta a stare nel periodo tassonomico in cui viviamo e che aiuta molte persone a trovare una definizione per loro stesse solo attraverso una diagnosi, magnificando l’identità dentro una categoria medicale, comprensibile a chiunque, una merce come tante. Oltre lo stigma c’è la personificazione del malessere e la possibilità di diventare riconoscibile come categoria merceologica: apri un libro, punta un dito, scopriti. A forza di cercare si trova di tutto.

    In tempi curativi a me piace inquinare andando in motorino all’alba verso la stazione per cose di lavoro, tutte cose che con un minimo di sonno in più disprezzerei, ma la luce di questo cielo dice di tenere tutto assieme, tutto nello stesso momento, l’opposto di quegli anni di vita adulta al cui centro una ragazza mi chiese cosa volessi e risposi “essere lasciato in pace”. Così mi lasciò in pace scrivendo una lettera che era una diagnosi e una profezia.

    Il cervello degli esseri umani, nonostante il Fontanone del Gianicolo, non è ancora programmato per la vita di città: un’introduzione tecnologica molto recente rispetto al momento in cui la nostra struttura biologica ha assunto la forma attuale.
    Motorino o non motorino. Autismo o non autismo. Depressione o non depressione. Ansia o non ansia. Malattie o non malattie. Tutto mi sfugge, tutto è vicino.

  • ChatGPT fa il verso delle pecore elettriche?

    4 Luglio 2024

    Monologo estratto da “Intelligenti, ma non si applicano” spettacolo\esperimento scritto a conclusione di un progetto finanziato da ATU Trento, per la rassegna Teatro Capovolto del Centro Culturale Santa Chiara.

    Qualche mese fa, sono sul divano, mi scrive Johnny. Mi dice che c’è questo bando, che non ho inteso bene come è fatto, per un’opera di teatro, ma anche un podcast con l’università, sull’intelligenza artificiale. Non ci capisco molto, un po’ perché forse sono disattento e stanco, è sera e ho poche capacità di comprensione, un po’ perché Johnny è spesso confondente.

    Non si esprime male, ma si approccia all’eloquio come uno della sua generazione –perché ha 12 anni meno di me– ed è alcuni passi oltre il postmodernismo, il pastiche. Affabula e io lo lascio finire, poi gli ripeto quello che ho capito per capire se ho davvero capito e, 9 volte su 10, la risposta di Johnny è: “esattamente così, ma non proprio così”. Che è una non-risposta.

    Capite anche voi che relazionarmi a Johnny sia un’attività che mi affatica, però mettere assieme il mio pragmatismo e la sua tensione caotica fa succedere le cose. Cioè, può farle succedere. In qualche modo la compresenza di entrambi su un dato progetto, dopo un iniziale spaesamento, si risolve con l’emersione di un equilibrio.

    Dice Wikipedia:

    “L’intelligenza è un complesso di facoltà psichiche e mentali che, mediante processi cognitivi, consentono di percepire o capire le cose e i significati attraverso l’elaborazione delle informazioni e di organizzare conseguentemente il proprio comportamento sia attraverso le idee che l’attività pratica per risolvere un problema e raggiungere un obiettivo. In generale, può essere descritta come la capacità di percepire o dedurre informazioni e di conservarle come conoscenza da applicare a comportamenti adattivi all’interno di un ambiente o di un contesto.

    Benché i ricercatori nel campo non ne abbiano ancora dato una definizione ufficiale (considerabile come universalmente condivisa dalla comunità scientifica), alcuni identificano l’intelligenza (in questo caso l’intelligenza pratica) come la capacità di un agente di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti”

    Ed è, questa dell’affrontare situazioni e problemi nuovi e sconosciuti, la cosa che più si avvicina ad una spiegazione formale di ciò che intendiamo, fuori dalle accademie, come creatività.

    Non si è mai parlato tanto di creatività come negli ultimi mesi in cui, grazie o per colpa dell’intelligenza artificiale, l’ipotesi che alcuni mestieri creativi vengano sostituiti si è fatta largo nel discorso pubblico. Come spesso succede però il discorso è diventato fazioso, diviso tra entusiasti integratori e spaventati oppositori. Noi abbiamo fatto un po’ di chiacchiere con chi di creatività ci vive e lavora e, nella schiacciante maggioranza dei casi, l’intelligenza artificiale è guardata come uno strumento.

    Non mi inserisco né da una parte né dall’altra del discorso, sono però un musicista atipico che ha imparato a comporre e produrre stando davanti ad un computer -circa 23 anni fa per la prima volta- e che poi ha approfondito quella che è diventata una disciplina: la sintesi sonora. Nessun Moog si suona da solo, nessuna drum machine si programma da sola, nessuna intelligenza artificiale genera da sola l’Urlo di Munch, la Primavera di Vivaldi o Delitto e Castigo di Dostoevskji.

    L’intelligenza artificiale a scopi artistici rivela due caratteristiche interessanti, per chi ha contezza di alcune prassi. La prima e più utilitarista: permette la prototipizzazione di un’idea con tempi molto più ristretti, riducendo il momento esplorativo. La riduzione dell’esplorazione elimina quasi del tutto l’imprevisto se non a titolo d’errore della macchina, che è un gradiente utile ma non indispensabile, che però mi porta alla seconda valutazione: l’arte generata da una intelligenza artificiale richiede una grande padronanza nel “prompting”, –l’inserimento del comando– e quindi molte molte molte ore di studio, il cui prodotto sarà nella migliore delle ipotesi un prodotto perturbante, un fantasma e una apparizione di qualcosa di già noto ma non riconoscibile: un volto umano ma di un umano non esistente, un colpo di rullante esistente ma irriproducibile fuori dalla macchina, una risposta formalmente comprensibile ma aldilà di ogni emozione.

    Sono manifestazioni di quello che Jacques Derrida chiamava “hauntology” e che nel culturale postmoderno ha preso la direzione di una nostalgia per il futuro perduto. Il prodotto artistico di una AI, essendo somma del patrimonio umano conosciuto e rielaborato dalla macchina, è inevitabilmente nostalgico perché non ha la capacità di produrre elementi di novità, quindi di produrre in maniera sorprendente una situazione nuova rispetto al già conosciuto. Eppure la troviamo perturbante nel suo essere riconoscibile ma senza collocazione, nella sua educata aberrazione.

    Noi due siamo anche artisti, in questo momento stiamo maneggiando una forma espressiva artistica, ma non siamo solo questo. Come chiunque dei presenti, non è solo ciò che mostra in un dato contesto. L’utilizzo creativo dell’intelligenza lo agiamo costantemente, proprio quando abbiamo davanti a noi una situazione nuova o sconosciuta.

    Diamo per certo che ognuno di noi pensi: io penso, mi sento pensare, ma solo entrando dentro la mente di ognuno di voi potrei avere contezza dei vostri pensieri e dunque stabilire che state pensando. Non potendolo fare, ma osservando il vostro comportamento, stabilisco che siate in grado di pensare, ma sapreste davvero, la totalità di voi, dimostrare di non essere una macchina? Un androide? Un’intelligenza artificiale? Siete in grado, infine, di esprimere intelligenza?

    Per distinguere l’umano dalla macchina possiamo avvalerci del test di Turing. Alan Turing, più o meno lo abbiamo sentito nominare tutti, è stato un precursore del machine learning, delle macchine computazionali, dell’intelligenza artificiale. Gli hanno dedicato un film molto bello: “The imitation game”.

    Cos’è il test di Turing, spiegato bene, sempre grazie a Wikipedia?

    “Turing prende spunto da un gioco, chiamato appunto “gioco dell’imitazione”, con tre partecipanti: un uomo A, una donna B, e una terza persona C. Quest’ultima è tenuta separata dagli altri due e tramite una serie di domande deve stabilire qual è l’uomo e quale la donna. Dal canto loro anche A e B hanno dei compiti: A deve ingannare C e portarlo a fare un’identificazione errata, mentre B deve aiutarlo. Affinché C non possa disporre di alcun indizio (come l’analisi della grafia o della voce), le risposte alle domande di C devono essere dattiloscritte o similarmente trasmesse.

    Il test di Turing si basa sul presupposto che una macchina si sostituisca ad A. Se la percentuale di volte in cui C indovina chi sia l’uomo e chi la donna è simile prima e dopo la sostituzione di A con la macchina, allora la macchina stessa dovrebbe essere considerata intelligente, dal momento che – in questa situazione – sarebbe indistinguibile da un essere umano.

    Per macchina intelligente Turing ne intende una in grado di pensare, ossia capace di concatenare idee e di esprimerle. Per Turing, quindi, tutto si limita alla produzione di espressioni non prive di significato.”

    Espressioni non prive di significato…

    bebo: Johnny?
    Johnny: dimmi.
    b: scusa se ti disturbo, però mi fai una cortesia? Chiederesti a chatGPT se può passare il test di Turing?

    Johnny va sulla finestra di chatgpt e prompta: ”sapresti passare il test di turing?”

    La risposta di chatGPT:

    Come assistente virtuale, non sono in grado di partecipare direttamente al Test di Turing poiché sono un programma informatico progettato per fornire supporto e risposte alle tue domande. Anche se mi sforzo di simulare conversazioni umane naturali, il mio funzionamento si basa su algoritmi e modelli linguistici che mi consentono di rispondere in modo logico e coerente.

    Il principale obiettivo del Test di Turing è stabilire se una macchina è in grado di ingannare un giudice umano nell’interazione scritta, facendo credere che si tratti di un’altra persona anziché di una macchina. Tuttavia, il mio scopo è di offrirti informazioni utili e assistenza in diversi contesti, piuttosto che cercare di “superare” il Test di Turing.

    Se hai altre domande o bisogno di ulteriori chiarimenti, sono qui per aiutarti!

    bebo: La risposta di chatGPT è una risposta paracula. È giusta, naturalmente, ma è paracula perché mette in evidenza la definizione dell’output: non ci suggerisce direttamente di usarla con una parte terza, per cercarne l’inganno, ma sottolinea che si basa su algoritmi e modelli linguistici che le consentono di rispondere in modo logico e coerente. Se usiamo chatGPT per scrivere un post su Instagram, un saggio breve sulla storia di Trento, un rudimentale spettacolo di teatro o chiediamo cosa fare alle Canarie in vacanza e poi, questo risultato, lo portiamo ad un nostro amico, possiamo dirgli che quello è il nostro post su Instagram, il nostro saggio breve o ciò che secondo noi si fa alle Canarie in vacanza, senza permettere, probabilmente, di distinguere se le righe sono prodotte da noi o da una macchina.

    Ammesso che nessuno di noi sia un androide, s’intende.

  • La precarizzazione dell’ascoltatore

    20 Giugno 2024

    La precarizzazione dell’ascoltatore o dello spettatore è a mio avviso quel risultato pratico ed emotivo per cui l’orizzonte di scelta del consumo culturale –costruito da una percepita infinità di scelta disposta ad un’altezza economica non raggiungibile per soddisfare il desiderio vero e presunto, autentico e artificiale del consumo stesso, in una doppia posizione orwelliana– che immobilizza il consumo culturale negandogli l’orizzontalità della scelta o della sua possibilità.

    Si diventa così desiderosi di qualcosa che non sappiamo scegliere e che non possiamo permetterci di esaudire nella costante spinta a riformare sé stesso. È un desiderio inestinguibile ed è, come ogni desiderio impossibile, un’assenza che ci fa sentire in colpa provandola e non potendola colmare. Ci sentiamo colpevoli d’avere coscienza consumistica –accettandola come prodromo del desiderio del prodotto, giustificandoci nella ricerca dell’incredulità edonista– e non ne tolleriamo la finalità analitica –ammanettati ad un principio di non-scelta, per limiti strutturali, in opposizione all’offerta bulimica del capitale.

    La contrazione della spesa in conseguenza di un impoverimento economico aumenta la percezione di questa precarizzazione culturale, anche in virtù dell’immersione costante che viviamo in questa ennesima fase di posmodernismo in cui non c’è una chiara distinzione tra l’arte per l’arte e il prodotto finanziario che la contiene. Se il valore sociale e morale era deducibile e scindibile dal valore economico, ora il valore sociale e morale è una metrica che indicizza la distribuzione e il valore economico, esattamente quanto –se non oltre– la sua assenza.

    Decidere di spendere per qualcosa che riteniamo essere “di valore” diventa un atto di forza nel disorientamento che si percepisce nella neo-lingua promozionale (“impredibile”, “necessario”, “stupefacente”, etc.). Questa forza richiede un exploit di energie –emotive, per l’imposizione della scelta ed economiche, per la sostenibilità personale– che rinforza nell’ascoltatore o nel pubblico (in definitiva, senza altri mezzi termini, nel consumatore culturale) un sentimento di inefficacia, causando così l’opposto di ciò che pensiamo sia utile alla vendita (i valori): se non è possibile effettuare una scelta e l’agirla è un enorme investimento, useremo guardare al prodotto culturale come a un disvalore, cercando rifugio altrove.

  • Raccolta differenziata

    4 Giugno 2024

    Alcuni anni fa ho scritto un pezzo leggero e, in scorta a recenti avvenimenti legati a culture wars e celebrità digitali, mi sento in dovere di ripubblicarlo qui perché secondo me fa ridere, ma anche piangere.

    Ho un movimento interno di emozioni, molto contrastanti. Penso nello stesso momento a Piazzale Loreto e agli Influencers, maiuscoli anche loro. Come il Duce.

    DU
    CE
    DU
    CE
    IN
    FLU
    DU
    CE

    A me, gli Influencers, appassionano moltissimo. Ieri ho scritto un post da Influencer in cui mi lamentavo della mancanza di educazione di un ufficio stampa, in un teatro, a vedere Luca Ravenna, a Roma. Mi lamentavo di una cosa che, nel mondo dei vivi, neanche esiste. C’è un però. Mi sono persuaso nel tempo, pensandoci molto la notte prima di non addormentarmi, che il mondo sia diviso in due macro-sezioni.

    Lì sui monti con Annette dove il cielo è sempre champagne brut, ci sono azzimatissimi personaggi che riescono ad addormentarsi molto più serenamente della media delle persone reali, che non soffrono di acidità davanti ai sottoli e che se la vivono, la vita. Non lo so se serenamente, ma se la vivono. E questo ovviamente per me è un mistero perché parto dalla presunzione che invece siano loro gli Irreali. Vivono digitalmente appagati? Non lo so, un tizio anonimo mi ha anche preso per il culo sotto il post. Non mi sono sentito di dargli tutti i torti, ma quando ha preso in mezzo la mia famiglia l’ho mandato in Piazzale Loreto a fare la raccolta differenziata.

    Non ho l’attitudine.
    Mi mette in imbarazzo questa cosa di non avere l’attitudine di fare cose sciocche come lamentarmi della marginalità del mondo. Non dovrebbe succedere, eppure.

    Dall’altra parte della barriera di ghiaccio e incantesimi magici –costruita grazie a 8000 post da 30 like– c’è il mondo di chi è, per contrapposizione, ininfluencer. Una massa disorganizzata e puzzosa di caconi che s’azzuffano per un tozzo di pane. Perché l’intolleranza al glutine non se la possono proprio permettere. Gente che magari ha anche dei feed ordinati, scrive bene in italiano, parla una bella lingua. Ma anche gente però che non gliene frega un cazzo porcoddue, che scureggia sui bambini che crepano di fame, che paga tutte le mazzette del mondo, che gli fanno schifo i negri e Giogia Meloni è una grande. Gente scorretta. Una maggioranza disorganizzata del paese reale che vive dimmerda.
    Perché è giusto. Sei ininfluencer dunque te lo accolli, il viver di merda.

    Cazzo vuoi, vai a morire più in là.

    Ho emozioni contrastanti. Soffro, soffro malissimo.

    Vado al bar, non c’è più il bar. C’è un coffee boutique. Si dirà al maschile, al femminile? Vera Gheno cosa dice? Una parete bianca per le foto e uno specchio in cui sono parecchio magro. Mi tocco i maroni. C’è Corso Como 10. C’è una ragazza che dice “finalmente un po’ di decoro” mentre indossa degli stivali da SS e nel frattempo altre persone mi mettono una giacca da gerarca nazista, mi passano un foglietto scritto in Ariel 12 con interlinea standard. C’è scritto: “tu, da adesso, sei nostro”.
    Ma come sono vostro! Sono vostro di chi, ragazzi non scherziamo! Io volevo fare finta, non ho abbastanza followers, non mi invitano a quelle feste lì. Mi invitano alle presentazioni dei libri, dei fumetti, siamo quindici quando va bene! Ma cosa fate, lasciate stare il trucco, ho la dermatite, questi pantaloni taglia 46 li mettevo in seconda media, dai non fate così, vi prego, parlate correttamente, non dovete iper-pronunciare le parole inglesi, la weltanschauung!

    Infine, in questo turbine di emozioni, bestemmio. Bestemmio per davvero. Bestemmio davanti al parroco, davanti alle telecamere, bestemmio davanti a mia suocera, davanti ai bambini che muoiono di fame perché hanno sbagliato un post e gli si è abbassata la media del rating della merda nel culo della bocca, proprio dove si attacca al dotto lacrimale.

    Appaio finalmente alla madonna.

    • Ciao Madonna.
    • Ciao Alberto.
    • Chiamami bebo, però, che m’imbarazzo.
    • Ma io sono tua madre.
    • Tu sei la madonna. Non sei mia madre.
    • Per una questione che puoi intuire facilmente, invece, sono anche tua madre.
    • Non mi trovi d’accordo.
    • È un problema tuo.
    • Dice Freud che è un problema nostro.
    • Non parlare male di mio figlio.
    • Hai ragione, scusa.
    • Ti sta bene la giacca da gerarca nazista.
    • Io, per la verità, preferivo non ammazzare nessuno.
    • Lo so, è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare.
    • Madonna.
    • Chiamami pure mamma.
    • Madonna.
    • Dimmi pure, figlio.
    • Assomigli moltissimo a Chiara Ferragni.
    • Non sei il primo che me lo dice.
    • Ah no?
    • No.
    • Caspita.
    • Già.
    • Madonna.
    • Chiamami pure mamma.
    • Madonna.
    • Dimmi pure, figlio.
    • Io ci ho ripensato. Preferivo quegli altri.
    • Sono sporchi e puzzano.
    • Guarda, una volta ho leccato la figa ad una Influencer e puzzava.
    • È l’odore dei soldi, quello.
    • Dev’essere che non ci sono abituato.
    • Cambierai.
    • Vabbè, io vado che ho da fare.
    • Ciao, figlio.
    • Ciao, Madonna.

    Esco dal bar, esco da casa, esco da moltissime situazioni tutte diverse tra loro in cui, misteriosamente, mi sento sempre a mio agio.
    Esco da me stesso e faccio un’impennata con il motorino, sono un intellettuale.

  • All eyes on Rafah: un bignami di cose messe assieme dopo 24 ore di Polemichette®

    31 Maggio 2024

    1.
    AI vs non-AI: macroscopicamente si può dire non faccia grande differenza, l’importante è la finalità di raccolta adesioni. Nello specifico caso la creator Pal amat.international -in un reel di ieri- suggerisce di utilizzare materiale foto\video proveniente dai territori perché ci sono persone (giornalisti o no, ricordando che oltre cento giornalisti son ostati uccisi da IRF) che rischiano la vita per documentare le atrocità ed è importante non rimuovere la cronaca. Sottolinea anche che se il contenuto è troppo esplicito o violento si possa lavorare sulla condivisione del pensiero in forma scritta (cronaca fattuale o emotiva che sia). Quest’ultima è una opzione interessante per la finalità universalizzante del messaggio: sgombera dall’equivoco di rappresentare quei luoghi come pacificati, sostituendo graficamente il male con un immaginario estetico falsato. I.E.: la bandiera Pal come sfondo e la scritta “All eyes on Rafah” -> la bandiera di uno stato non riconosciuto come sineddoche della storia del popolo che rappresenta.

    2.
    Universalismo vs elitismo: Le critiche bollate di etilismo credo si dividano in due generi. Da una parte chi cerca di problematizzare il messaggio per indagarne il funzionamento e le criticità (attività tediosa, ma imho fa parte della dialettica) e chi fa gatekeeping. Evitare di ridurre all’osso l’analisi -come ho fatto io- aiuta chi legge ad uscire dall’equivoco per cui la comprensione di un processo è sovrapponibile al giudizio delle persone coinvolte, chiarisce la posizione universalista e smarca la distorsione che genera il suo succedaneo populista: la pratica di selezione all’ingresso della lotta, male endemico di ogni quadro interpretativo e che -questo sì- si basa sul giudizio di merito verso le persone che producono un’azione (materiale o intellettuale che sia). Se si vuole dire o fare qualcosa pro-argomentosuperbello bisogna essere liberi di farlo, senza attività censoria di chi distribuisce il patentino di bravo compagno (sapendo che ci son quelli con gli occhiali di cui al punto 3).

    3.
    Intellettualismo vs populismo: in molti contenuti ho letto l’uso dispregiativo del termine “intellettuale” e devo dire che la cosa è spiacevole. Non possiamo pensare che da sinistra si guardi al mondo criticando quello che una volta era chiamato “pensiero unico” per poi sovrapporgli l’imposizione della stessa logica, per arrivare ad un fine, purché funzioni. Stare nella dialettica e sfruttare l’eterogenesi dei fini, questa è una risorsa per opporsi al deserto di pensiero che avanza e che normalizza la guerra, il liberismo, le xenofobie, etc. Rifiutare la complessità è una cosa di destra, il gatekeeping è una cosa di destra. Messa così forse suona più chiara. Spaccare i capello in quattro è un’attività antipatica, per qualcuno molto divertente, e se ci allontaniamo di un passo scopriamo che persino Marx spaccava il capello in quattro (il capitale sono 3 tomi da 1000+ pagine l’uno). Ognuno faccia quello che può fare secondo le proprie possibilità, uniti nella lotta.

    4.
    Occasionali vs RosaLuxemburg: è difficile dire cosa resterà di questa ondata di ricondivisioni. Qualcuno posta i google trend, qualcuno cita lo slacktivism, qualcuno ha la sfera di cristallo e non ce lo dice. I percorsi di costruzione del senso e di una comunità sono enormi, anche lenti, di sicuro complicatissimi e hanno bisogno delle storielle un po’ grafiche e un po’ no, così come dei saggi scritti difficili che leggono cinque persone. Quello che fa la differenza è la continuità, da parte della comunità che sostiene un dato tema, nel continuare a produrre senso. La story “All eyes on Rafah” nella suo essere criticabile cattura, ma quali sono le attività che prolungheranno e creeranno affezione al tema per chi si è imbattuto la prima volta in questo racconto? Le molteplicità di cui sopra: avere la possibilità di consumare informazioni rapide come complesse, senza gatekeeping o populismo.

    Il picco di Google trends è un sintomo, ma è un sintomo che produce trasformazione nel reale? Bibi cosa ne pensa? Quanti morti oggi dopo le 40 milioni di ricondivisioni? Quali sono le strategie da adottare? Abbiamo bisogno di una voce unica? Il leaderismo? Uno slogan? 40 milioni di slogan?

    Convergere, come dice GKN. Convergere, convergere, convergere. Prendere le analisi e i libri noiosi e convergere. Prendere l’entusiasmo scatenato da una immagine AI e convergere. Prendere il portafogli in mano e aiutare chi aiuta professionalmente, secondo le proprie possibilità. Tirare per la giacchetta i politici, costruire identità politiche collettive, lanciare una m****** perché adesso basta, ci siamo stufati. Convergere. Uscire di casa, occupare le piazze, fare le accampate, produrre senso. Convergere.

  • Il mio mestiere

    22 Maggio 2024

    Dopo un caso di malasanità in casa e la morte di Matteo (quasi un anno, di già), mi sono chiesto cosa sapessi fare per davvero. La risposta è stata “parlare”. Io chiacchiero. Chiacchiero per riprendermi indietro anni di vita trascorsi rimanendo solo nella mia testa e chiacchiero perché ho scoperto che le persone mi piacciono.

    Mi sono chiesto anche quale fosse il mio mestiere, rispondendomi che il mio mestiere non è essere la fabbrica dei soldi per le major, il booking o il management. Il mio mestiere è quello di stare in giro, che è bello e anche brutto. Perché non sono ricco di famiglia e quindi questo mio mestiere, naturalmente, mi fa anche schifo.

    Mi sono chiesto se potevo farcela e un po’ ce l’ho fatta, grazie a Gigi che non mi ha mollato mai neanche per un secondo. Sarà che è interista, sarà che gioca a tennis, sarà che è catanese.

    Il viaggio non è finito, questo mio mestiere del chiacchierare lo porterò in giro anche questa estate, anche nella versione con Stefano.

    Tutto il resto sono balle e trucchi da quattro soldi, come disse una volta Iosif Brodskij: “Il tuo vero lavoro è scrivere bene”.
    Va bene.

←Pagina precedente
1 … 4 5 6 7 8
Pagina successiva→

Powered by WordPress

Caricamento commenti...