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Qualcuno con cui scrivere

  • Scopare su LinkedIn (quasi)

    17 Settembre 2025

    Nelle ultime due settimane –ripensandoci, saranno almeno 20 giorni, non cambia– ho impiegato molto tempo a fare qualcosa di nuovo. Nuovo per me, che negli ultimi 13 anni ho vissuto soprattutto di musica e lavoro creativo collegato alle mie attività artistiche: ho scritto un bel curriculum, costruito un buon portfolio e, sopra ogni cosa e per la maggior parte del tempo, ho perso ore e ore e ore dentro i siti di ricerca del lavoro.

    Ho 40 anni da una manciata di giorni, zero tituli (cit.) e un autotreno di esperienze molto diverse tra di loro che, alla centesima ora di riordino per i suddetti motivi, mi sono sembrate le attività più noiose della terra. La personale mitopoiesi che costruiamo giorno dopo giorno si scontra e perde con fragore quando incontra le necessità di analisi e riassunto che comporta il rendersi presentabili nel mercato del lavoro.

    • Ciao, chi sei?
    • Alberto.
    • Cosa sai fare?
    • Parlo e scrivo.
    • Bravo, Alberto! Complimenti per aver concluso con successo le elementari.

    Ci sono molte attività solipsistiche che hanno statutariamente il compito di risolversi con sé e per sé, dalla masturbazione all’invasione di Gaza, ma nessuna ha il potere allucinatorio e ricombinatorio della formulazione del proprio curriculum e –per i più disperati dell’universo, minoranza cognitiva a cui appartengo con una certa fierezza– del proprio portfolio.

    Lavori, anzi progetti (perché il lavoratore creativo non lavora davvero, progetta, architetta, immagina, evoca, realizza, ma mai e poi mai lavora) che durante la loro realizzazione (aridaje) sembravano piacevoli se non addirittura belli e godibili, vengono rimestati dalla memoria per renderli nuovamente vendibili, perché in questa attività si prende ciò che si era già venduto e lo si riduce ai minimi termini comprensibili per poter rivenderlo, non più nella sua caleidoscopica elaborazione, ma nella sua ontologica nientezza di “risultato”. Spesso scritto ALL CAPS GRASSETTO. Sans serif per qualcuno, serif per qualcun altro. Ma nessuno, per fortuna, in handwriting o altri font.

    E quanti giorni, mesi, anni che vendono scalettati con le loro sovrapposizioni! Nel 2025 scoprirai che nel 2023 hai vissuto un totale di 557 giorni, perché sei riuscito ad incastrare così tante cose che la somma lineare è ben più di un anno di lavoro. Non te ne eri accorto finora, anche perché economicamente quell’anno e mezzo di salasso emotivo e fisico ha reso quanto bastava per diventare ufficialmente un volontario della fiscalità semplificata. Un bagno di sangue, quel 2023, ma quanto soddisfazioni per l’INPS. Bravo ragazzo! È questo il freelancing che vogliamo!

    E poi alzi lo sguardo, gli occhi rossi come non li avevi da quella volta che ricontrollavi una presentazione non accettata in favore di un’agenzia più strutturata di te e ti chiedi quante ore sono passate dal primo carattere digitato per indicare il tuo nome. Alcune decine? Centinaia? Sei ancora tu quella persona che ha iniziato a progettare, collaborare, immaginare, evocare, strategizizzare una vita fa? La barba bianca mi starà bene? L’appuntamento dall’osteopata è alle 12? Stanno finendo gli yogurt, maledizione.

    Vabbè, vediamo cosa dicono su Linkedin, dove tutti hanno le idee chiare per risolvere i problemi del mondo del lavoro e noi ancora qui con le pezze al culo. Hanno così chiaro come fare ordine che riescono a spiegarlo in 7 slide neanche troppo piene di testo, pure ben organizzate logicamente. Bellino, questo verde, ti dirò. Ci sarà una mezza idea che può svoltarmi la giornata, no? Beh insomma, questa persona a 28 anni è già COO di una newsgroup digitale… Come ha fatto? Le università private aiutano, in effetti, specie se devi raccontare che il problema è non partire tutti dallo stesso punto, perché poi… Oh, no, perché poi non c’è davvero la meritocrazia! Ancora?! Vabbè, vado oltre. C’è questo tale che è mio coetaneo, sembra in gamba e dice che la destra vince perché urla, allora anche qualche democrat americano si è messo ad urlare e fa uno spiegone sul tone of voice politico così semplificato che quasi quasi, ripensandoci, forse dovrei alleggerire quella parte nel mio portfolio.

    Epperò poi mi si scombina l’impaginazione in sesti.

    Ma sotto il suo post tutti che applaudono.

    Tutti che sanno come fare.

    Tutti che vincono.

    Tutti centrati.

    Eh no, centrato no. Allineato a sinistra, giustificato. Ma centrato no!

  • Ferragni, Strazzer e Swift

    31 Agosto 2025
    Non ho verificato l’autenticità della vignetta, ma in fin dei conti funziona: why try harder?

    Sto scrivendo un libro e questa non è la novità. La cosa che però mi è arrivata tra i pensieri è guardare alla figura dell’influencer come agente dell’ordine simbolico, utilizzando i casi di Martina Strazzer e Chiara Ferragni come esempi emblematici.

    Devo ringraziare Grazia Sambruna che si occupa di questa particolare marginalità dell’universo con una costanza e una dedizione da martire e mi permette di affacciarmi su molto materiale utile ai miei appunti. O come dice il mio amico Nicola Borghesi: appunti per una nuova Norimberga.

    Brevemente:

    • Martina Strazzer, influencer e proprietaria del marchio Amabile, assume una donna incinta sbandierando ai quattro venti il suo gesto per poi lasciare a casa la dipendente arrivati alla scadenza del contratto. Pratica legittima, purtroppo, ma ci tornerà utile.
    • Chiara Ferragni durante i Ferragnez, in visita ad un centro anti-violenza, assunse per direttissima una donna transgender con la promessa di un lavoro nella moda. Risultato: la persona è finita a fare le pulizie nell’ufficio milanese dell’azienda che, quando ha vissuto una crisi di immagine e dunque finanziaria, l’ha lasciata a casa. Querelle notevole.

    Perché Strazzer e Ferragni, che normalmente non mi interesserebbero, sono agenti dell’ordine simbolico? Perché gli influencer non sono semplici venditori di prodotti, ma veri e propri promotori e guardiani delle norme, dei valori e delle gerarchie invisibili che strutturano la nostra società. E lo fanno con un pubblico di milioni di persone, ignorarle sarebbe come ignorare Meloni (volevo scrivere Calenda, ma ripensandoci è possibile ignorare Calenda).

    L’ordine simbolico, un concetto che prendiamo in prestito dalla psicoanalisi di Jacques Lacan e dalla sociologia di Pierre Bourdieu, è l’insieme di regole, leggi, convenzioni e linguaggi non scritti che governano le nostre interazioni e definiscono ciò che è considerato normale, giusto o desiderabile. Gli influencer, con la loro enorme capacità di raggiungere e plasmare il pubblico, diventano attori chiave nel rafforzare o, più raramente, nel mettere in discussione questo ordine.

    Il loro potere non risiede tanto nell’imporre regole esplicite, quanto nel naturalizzare l’ideologia dominante. Essi traducono le grandi strutture astratte della società – le logiche del capitalismo neoliberista, le norme di genere, gli imperativi di successo – in pratiche quotidiane, estetiche e scelte di consumo. L’ordine simbolico cessa di essere una sovrastruttura invisibile e diventa il sapore di un frullato proteico, l’outfit “perfetto” per un colloquio, la routine mattutina per essere produttivi. L’influencer non ti dice “devi avere successo”, ma ti mostra la performance quotidiana del successo, rendendola un obiettivo tanto desiderabile quanto apparentemente raggiungibile attraverso l’emulazione e l’acquisto. Tipo LinkedIn, ma in formato reel.

    In questo senso, gli influencer diventano i sacerdoti di una nuova religione secolare: quella dell’ottimizzazione del sé. Ogni aspetto della vita, dal corpo al lavoro, dalle relazioni all’interiorità, viene presentato come un progetto da gestire e migliorare costantemente. Questa narrazione, apparentemente emancipatoria e basata sulla scelta individuale, maschera in realtà un potentissimo meccanismo di controllo sociale. La pressione a performare, a essere sempre visibili, efficienti e conformi a determinati canoni estetici e comportamentali, viene interiorizzata dai follower non come un’imposizione esterna, ma come un’aspirazione personale. Ve l’ho detto: è LinkedIn.

    Qui entra in gioco il concetto di capitale simbolico di Bourdieu. Gli influencer accumulano un’enorme quantità di questo capitale attraverso la loro autenticità percepita, la loro relatability e il loro status aspirazionale. Questo capitale viene poi speso per legittimare determinati stili di vita, prodotti e, soprattutto, determinate visioni del mondo. Quando un influencer promuove la “hustle culture” (la cultura del lavoro incessante), non sta solo vendendo un’agenda o un corso di time management, sta validando un ordine simbolico che privilegia la produttività individuale sopra la solidarietà collettiva e il benessere psicofisico.

    Il paradosso è che molti influencer costruiscono la loro immagine sull’illusione della rottura. Si presentano come self-made men and women, individui che hanno sovvertito le regole del lavoro tradizionale per creare la propria strada. Tuttavia, questa presunta sovversione quasi mai mette in discussione le fondamenta del sistema. Al contrario, ne rappresenta la massima glorificazione: il sogno neoliberista dell’imprenditore di sé stesso che trionfa grazie al puro merito individuale. L’influencer non evade il sistema, ma trova semplicemente un modo più efficiente e personalizzato per scalarlo, diventando un modello che incoraggia gli altri a fare lo stesso, piuttosto che a interrogarsi sulla validità della scalata stessa.

    In definitiva, la funzione principale dell’influencer come agente simbolico è quella di ricodificare il vecchio nel nuovo. Le gerarchie di classe non vengono eliminate, ma trasformate in differenze di gusto e di scelte di vita. Le pressioni patriarcali non svaniscono, ma vengono re-impacchettate come empowerment femminile attraverso il consumo o la cura estetica. Le disuguaglianze strutturali vengono occultate dietro la retorica della responsabilità individuale.

    I casi di Strazzer e Ferragni, quindi, non sono incidenti di percorso, ma la logica manifestazione di questo ruolo. Essi rivelano il punto di rottura in cui la narrazione performativa si scontra con la realtà strutturale, mostrando come, dietro la facciata di innovazione e progresso, operi un potente meccanismo di conservazione e perpetuazione dell’ordine sociale esistente.

    La mia hot take su Taylor Swift

    100% agree

    All’interno di questo quadro critico, la figura dell’artista-influencer che si allinea a una causa progressista si rivela essere una delle più efficaci e insospettabili funzionarie del capitalismo contemporaneo. Un esempio complesso a livello globale è quello di Taylor Swift. La sua evoluzione da icona pop cautamente apolitica a paladina liberale non rappresenta, come sostiene la narrazione dominante, un semplice risveglio politico, ma un lucido riposizionamento strategico sul mercato. Il suo caso permette di svelare la perfetta simbiosi tra impegno simbolico e consolidamento del potere di mercato.

    La potenza dell’allineamento di Swift a una specifica classe simbolica progressista non è un’astrazione. Ha prodotto effetti misurabili nel mondo reale, consolidando il suo status di figura politicamente influente. Come riportato da numerose testate internazionali, tra cui la BBC e il Guardian, un suo post su Instagram del settembre 2023 ha spinto l’organizzazione non-profit Vote.org a registrare un’impennata di oltre 35.000 nuove registrazioni al voto in un solo giorno. Questo dimostra la sua capacità di trasformare il suo immenso capitale simbolico in un’azione politica concreta, sebbene mediata dalla piattaforma.
    Attraverso opere come il documentario Miss Americana (2020) ha costruito una narrazione pubblica del suo risveglio e con video musicali come “The Man” e “You Need to Calm Down” ha tradotto complesse istanze femministe e pro-LGBTQ+ in prodotti culturali ad altissima diffusione, facili da consumare e condividere.

    Questa efficacia, tuttavia, non contraddice l’analisi, ma la conferma. Il suo potere di mobilitazione non deriva da un programma politico strutturato, ma dalla forza del legame parasociale che ha costruito con la sua nicchia di mercato ad altissima fedeltà.

    L’affaire Ticketmaster

    È sul terreno del capitale economico, però, che questa narrazione progressista mostra le sue crepe più profonde. La gestione del suo “Eras Tour” ha fatto emergere una contraddizione stridente tra l’immagine di un’artista che difende i deboli e la sua partecipazione a una delle più criticate architetture monopolistiche del mercato.

    La vendita dei biglietti per il tour, come documentato da inchieste del New York Times e da un’indagine del Senato degli Stati Uniti, è stata gestita dal quasi-monopolio di Live Nation-Ticketmaster. I fan, ovvero la stessa base che Swift mobilita politicamente, si sono scontrati con un sistema di dynamic pricing che faceva schizzare i prezzi alle stelle, commissioni occulte e un’infrastruttura tecnica collassata, finendo per alimentare un mercato secondario speculativo. Nonostante le proteste globali dei suoi stessi fan e un’indagine governativa che ha definito Live Nation un “monopolio che sta strangolando l’industria”, Swift è rimasta in gran parte silente sulla questione.

    Qui, la critica al sistema patriarcale presente nelle sue canzoni si scontra con la partecipazione a un cartello verticalmente integrato che incarna la logica più predatoria del capitale. La critica rimane sul piano culturalista – un lamento contro un sistema di valori astratto – ma evita di attaccare le fondamenta materiali e i partner economici che garantiscono il suo stesso successo.

    Il caso di Taylor Swift (così come Strazzer e Ferragni, ma svincolate dalla produzione culturale) è emblematico perché dimostra che, nel capitalismo maturo, l’attivismo simbolico e l’accumulazione di potere di mercato non sono più in contraddizione. Anzi, si alimentano a vicenda.

    Il capitale simbolico progressista rafforza la lealtà dei fan di Swift, rendendoli disposti a tutto pur di partecipare ai suoi riti collettivi. Questa devozione, a sua volta, le conferisce un potere di mercato tale da poter operare in simbiosi con monopoli come Ticketmaster, un potere che la rende quasi una piattaforma sovrana a sé stante.

    Il consumo delle sue opere diventa un surrogato dell’azione politica per i fan, che si sentono parte di un movimento positivo. Ma questo “movimento” finisce per alimentare un impero economico che opera secondo le regole più spietate del mercato. È il trionfo finale dell’industria culturale: la capacità di assorbire, confezionare e vendere la critica, trasformandola nel più potente strumento per rafforzare la propria egemonia.

  • Pensare dopo Gaza

    27 Agosto 2025

    Poco tempo fa ho concluso la lettura di “Pensare dopo Gaza” di Bifo. Non ne ho mai scritto in pubblico, forse perché in fin dei conti sono arreso davanti ai capitalisti delle piattaforme: scelgono loro per tutti, allora che senso ha citare, in un contesto da social network, un libro del genere?

    Epperò, l’uccisione di altri giornalisti mi ha messo addosso un rimescolo diverso da quello precedente. Ho lucidamente pensato: corpi sventrati mi arrivano nello schermo grazie al lavoro di qualcuno. Se questo qualcuno scompare non sarò più testimone dell’orrore, ma sarò tenuto all’oscuro della malvagità perpetrata verso quelle persone. Questa ipotesi contravviene al mio unico credo: più cose so, meno sono debole.

    Così ho ripensato al libro di Bifo, che non è un’analisi geopolitica come tante, ma una riflessione quasi disperata su dove stiamo andando come umanità. Una visione che è forse la più radicale e spietata nella storia del pensiero di Franco Berardi.

    Il punto centrale da cui parte Bifo è che Gaza non è solo un conflitto, un’altra guerra da seguire al telegiornale. È un sintomo, il segnale che qualcosa si è rotto per sempre: la “terminazione dell’umano”. Non intendendo che ci estingueremo fisicamente domani, ma che stanno svanendo le qualità che per secoli abbiamo considerato umane: l’empatia, la compassione, la capacità di vedere l’altro come un nostro simile.
    Bifo parla di una ferocia tecnologica immaginando la brutalità di sempre, ma potenziata da una tecnologia che la rende fredda, distante, quasi chirurgica. È l’orrore trasmesso in diretta, che guardiamo sui nostri schermi fino a diventarne assuefatti. Gaza diventa così il laboratorio a cielo aperto di questa nuova normalità, dove il massacro è un contenuto da social media.

    Bifo arriva a definire Gaza un “Auschwitz con le telecamere”. Si domanda: come è possibile che le vittime di uno dei più grandi orrori della storia si trasformino in carnefici? Secondo lui, questo accade quando un trauma gigantesco non viene elaborato. Invece di generare saggezza e compassione, crea un mostro che ripete all’infinito la violenza subita, in un ciclo di vendetta senza fine.
    È come se la memoria storica, invece di essere un monito, diventasse una gabbia, una condanna a rivivere il passato. E ancora e ancora. Fino ad arrivare ad una aberrazione dei ruoli.

    Di fronte a tutto questo, che ruolo ha la nostra ragione, il nostro pensiero critico? Secondo Bifo, quasi nessuno. La logica, le analisi politiche, gli appelli all’ONU… tutto inutile. È un linguaggio che non ha più presa sulla realtà. La violenza ha raggiunto un livello tale da mandare in cortocircuito la nostra capacità di comprenderla e di reagire razionalmente.
    E allora che si fa? Qui Bifo conclude definitivamente la parabola del suo pensiero sul sabotaggio per ufficializzare l’ultimo stadio (de)evolutivo. La sua proposta è tanto estrema quanto affascinante: “disertare la storia”. Significa smettere di pensare in termini di identità nazionali, di traumi passati, di debiti e crediti storici. Significa, in un certo senso, liberarsi dal peso di una memoria che ci incatena all’odio e alla vendetta. È un invito a uscire dal gioco, a rifiutare le narrazioni che ci costringono a scegliere da che parte stare in un massacro.
    “Pensare dopo Gaza” non è un libro che dà risposte facili o speranze a buon mercato. Anzi, chiede: “Ora che la ragione ha fallito, ora che l’umanità sembra un concetto vuoto, tu, da che parte pensi?”. È una lettura mostruosa, ma assolutamente necessaria per chiunque voglia provare a capire la brutalità del nostro tempo.

  • Intelligenza artificiale liberata e creatività

    19 Agosto 2025

    Quando mi è capitato di insegnare in accademia o parlare ad eventi dedicati alla creatività, una cosa che ho ripetuto spesso è la natura scarsa della creatività stessa, inferendo e contestualizzando la questione senza tenere conto del processo e degli strumenti che abbiamo come singoli e come collettività per accedere alla creatività. Ne parlavo dunque come un outcome scevro dalle logiche produttive, come se fosse un prodotto immanente, quasi teologico, liberato dalla grinfie del capitale.

    Vorrei approfittare di questo spazio per rivedere quella mia posizione naïf ed erronea, anche se spesso molto utile a far passare il messaggio finale, che riprenderò anche in questa sede: l’illusione capitalista della cultura come veicolo “per svoltare”.

    La creatività come bene scarso

    L’idea che la creatività sia un bene scarso è una costruzione ideologica del capitalismo, non una legge di natura. Questa nozione serve a giustificare il culto del genio solitario, la proprietà intellettuale e la concentrazione della ricchezza culturale nelle mani di pochi. La creatività, in realtà, è una risorsa umana abbondante, una facoltà intrinseca alla nostra specie. Ciò che è veramente scarso sono le condizioni materiali che ne permettono la libera espressione: il tempo sottratto al lavoro salariato, l’autonomia dalla pressione del mercato e la sicurezza economica per poter sperimentare. Il sistema capitalista non scopre la scarsità della creatività, ma la produce artificialmente ogni giorno per poterla isolare, brandizzare e trasformare in merce.

    Una volta stabilito questo mito attraverso la creazione della “personalità geniale” la cui ispirazione trascende il contesto sociale e materiale, il capitalismo tenta di industrializzare la creatività, creando una “fabbrica” che non libera il potenziale umano, ma lo disciplina e lo formatta secondo le esigenze del mercato: un complesso di istituzioni, pratiche e discorsi (dalle scuole d’arte ai workshop aziendali di design thinking). L’artista o il “creator” è costretto a produrre contenuti playlist-friendly o viral-friendly, una creatività addomesticata e svuotata di ogni potenziale sovversivo. Questo processo conduce a una profonda alienazione del lavoratore creativo. L’artista si trova alienato dal prodotto del suo lavoro, che diventa una merce, e dal processo stesso del creare, dettato dalle metriche di engagement. L’alienazione più radicale è quella dalla propria essenza umana (Gattungswesen), la capacità di creare liberamente, che viene ridotta a una skill da monetizzare. Il burnout e la depressione diffusi nel settore non sono fallimenti individuali, ma sintomi di un sistema che chiede di vendere la propria anima a cottimo. La vera creatività, invece, sopravvive come pratica di resistenza in tutto ciò che sfugge alla logica della merce: nelle sottoculture non ancora cooptate, nelle comunità open-source, nella conversazione, nella cucina di casa nostra, nella cura del prossimo, nel gioco.

    La vera sfida politica è creare le condizioni materiali (reddito di base, riduzione dell’orario di lavoro) perché questa abbondanza possa finalmente manifestarsi liberamente.

    Intelligenza artificiale come bene comune

    La traiettoria attuale dell’intelligenza artificiale come strumento di sorveglianza e sfruttamento, è il risultato della sua totale subordinazione agli imperativi del profitto, non una fatalità tecnologica. È quindi necessario un esercizio di immaginazione politica per delineare un’alternativa. Immaginiamo un mondo in cui le IA siano infrastrutture pubbliche, non proprietà di monopoli, e in cui venga riconosciuto il valore del lavoro cognitivo collettivo che alimenta i loro dataset. Non è un’utopia, ma un orizzonte politico per cui lottare.

    Un’IA pubblica, liberata dalla logica del profitto, potrebbe orientare le sue immense capacità verso la risoluzione delle crisi sistemiche. Potrebbe orchestrare la transizione energetica, accelerare la ricerca medica creando modelli diagnostici open-source e pianificare una logistica sociale equa, progettando città per le persone e non per la speculazione immobiliare. Un sistema simile implicherebbe trasparenza e controllo democratico, trasformando l’algoritmo da apparato di governo occulto a strumento di pianificazione collettiva.

    Il secondo pilastro di questa visione è il rovesciamento del modello estrattivo digitale. Riconoscendo che i dataset sono il prodotto del lavoro cognitivo di miliardi di persone, il valore che generano dovrebbe tornare alla collettività. Ogni nostra interazione online verrebbe riconosciuta come una forma di produzione. Il valore generato verrebbe redistribuito sotto forma di un “dividendo digitale”, che potrebbe finanziare un reddito di base universale, fornendo la sicurezza materiale che è il presupposto per ogni reale libertà e per l’emancipazione dal lavoro salariato.

    In questo quadro, il rapporto tra IA e creatività si ribalterebbe. L’IA non sarebbe più un concorrente che produce “carta da parati emotiva”, ma un partner creativo per l’artista umano, capace di svelare connessioni inedite e superare limiti tecnici e immaginativi. Automatizzando il lavoro più alienante, libererebbe la risorsa più preziosa, il tempo, permettendo al musicista di concentrarsi sulla ricerca e la sperimentazione. Sarebbe la realizzazione della promessa originaria della tecnologia: non rendere l’uomo obsoleto, ma liberarlo dalla fatica per permettergli di essere più pienamente umano. Questa visione non è una profezia, ma un progetto politico, la posta in gioco di una lotta fondamentale per il controllo dei mezzi di produzione del XXI secolo.

    Riconquistare il futuro significa rifiutare l’assioma secondo cui l’intelligenza artificiale debba necessariamente servire il capitale e lottare con ogni mezzo per la sua socializzazione. Significa battersi per istituire forme di controllo democratico sui suoi scopi e sui suoi algoritmi, strappandoli al dominio di monopoli privati. Significa, infine, esigere la giusta valorizzazione del lavoro umano e collettivo che la rende possibile, trasformando un’infrastruttura di estrazione in una di redistribuzione.

    In ultima analisi, la domanda che la tecnologia ci pone non è mai tecnica, ma squisitamente politica. Sta a noi decidere se gli algoritmi saranno gli architetti della nostra prigione digitale, sempre più efficiente e personalizzata, o se diventeranno gli strumenti, forgiati dalla nostra intelligenza collettiva, per la nostra liberazione.

  • I booking come piattaforma

    14 Agosto 2025

    Sarò breve: le agenzie di booking internazionali e servizi di ticketing internazionali non sono più intermediari, ma infrastrutture proprietarie, dunque piattaforme.
    Dal punto di vista dell’architettura economica, assistiamo alla fusione di modelli monopolistici classici con le strategie delle piattaforme digitali e questo crea un ibrido con un potere di mercato senza precedenti.

    L’esempio più emblematico di questa dinamica è l’alleanza tra Live Nation e Ticketmaster, finalizzata nel 2010, che non rappresenta un semplice accordo commerciale, ma la creazione di un monopolio verticalmente integrato.

    L’architettura di questo sistema non è lineare, ma circolare: un ecosistema chiuso in cui ogni componente rafforza gli altri, alimentando un ciclo di dipendenza quasi impossibile da spezzare per artisti, promoter concorrenti e fan. Per comprendere appieno la natura di questo modello, è necessario analizzare le sue tre componenti fondamentali: il controllo sulla “materia prima” (l’artista), sul “contenitore” (le venue) e sul “punto di accesso” (il ticketing). Questa integrazione totale permette di eliminare la concorrenza a ogni livello, creando un mercato progettato ad arte per garantire l’egemonia dei giocatori dominanti.

    Il primo pilastro: l’artista come asset finanziario

    Il punto di partenza di questo modello è la creatività dell’artista, considerata la materia prima del sistema. Tuttavia, nel paradigma di Live Nation, l’artista cessa di essere un partner per diventare un asset da mettere a bilancio. Lo strumento principale di questa trasformazione è rappresentato dagli accordi a 360 gradi. Questi contratti non si limitano a gestire un singolo tour, ma costituiscono un’acquisizione temporanea dell’intera “economia-artista”. Attraverso di essi, il conglomerato estende il proprio controllo sul merchandise, sui diritti di pubblicazione, sulle sponsorizzazioni e, in alcuni casi, persino sui ricavi discografici1.

    La logica alla base di questa strategia è quella del de-risking, una copertura del rischio mutuata dal mondo finanziario. Mentre un tour può avere un esito incerto, il merchandise si venderà comunque e una singola canzone potrebbe trasformarsi in una hit globale capace di generare rendite per anni. Controllando tutte queste fonti di reddito, Live Nation non scommette più sul successo di un evento singolo, ma investe su un prodotto diversificato e più sicuro: l’artista stesso.

    Questa dinamica di potere, sebbene sottile, è pervasiva. L’artista ottiene in cambio una notevole potenza promozionale e una sicurezza economica, ma si ritrova di fatto in una gabbia dorata. La sua autonomia creativa e decisionale viene erosa: l’agenda non è più dettata da scadenze artistiche o dal desiderio di connettersi con il pubblico, ma dalle esigenze strategiche del conglomerato. Il calendario di un tour, ad esempio, non seguirà la rotta più logica per l’artista, ma quella che massimizza l’efficienza dell’infrastruttura, riempiendo le venue di proprietà di Live Nation nei momenti di vuoto. In questo sistema, l’artista diventa il contenuto di lusso, il motore che attira gli utenti (i fan) all’interno dell’ecosistema proprietario. Salvo poche superstar planetarie, la maggior parte degli artisti viene declassata a “fornitore di contenuti”, un termine (usato anche da Netflix) che rivela come la creatività sia considerata un input fungibile per una macchina che ne estrae valore.

    Il secondo pilastro: il controllo delle venue come arma strategica

    Se l’artista è il contenuto, la venue è il contenitore, e chi possiede il contenitore detta le regole del gioco. Il controllo di centinaia di palazzetti, arene e teatri da parte di Live Nation non è un mero dettaglio immobiliare, ma un’arma strategica fondamentale che garantisce un potere assoluto sulla filiera.

    In primo luogo, permette di internalizzare i profitti: invece di pagare un affitto a terzi, la società paga sé stessa, trattenendo tutti i margini. In secondo luogo, e in modo ancora più critico, consente di strangolare la concorrenza. Un promoter indipendente che desideri organizzare un tour per un artista di richiamo si scontra con un muro, trovando le arene più importanti già prenotate o vincolate da contratti di esclusiva a lungo termine.

    Inoltre, il controllo sulla venue la trasforma in uno spazio di estrazione di valore totale. Il prezzo del biglietto diventa una semplice “tassa d’ingresso”. Una volta all’interno, il fan entra in un’economia chiusa dove ogni singola transazione è controllata dal gestore: dal parcheggio alle bevande, dal cibo al merchandise. I prezzi di questi beni accessori sono notoriamente gonfiati, non a causa di costi elevati, ma perché il consumatore è un pubblico prigioniero, privo di alternative. In questo modo, il palco cessa di essere uno spazio di espressione artistica per trasformarsi in un casello autostradale circondato da un centro commerciale, dove per assistere al rito collettivo della musica bisogna pagare un pedaggio e sottostare alle regole commerciali del signore di quel feudo.

    Il terzo pilastro: ticketmaster come sovrano dell’accesso e dei dati

    Il cerchio si chiude con il controllo del punto d’accesso, incarnato da Ticketmaster, che rivela la natura di piattaforma digitale del modello. Ticketmaster non è un semplice rivenditore di biglietti, ma il sovrano del punto d’accesso. Il suo quasi-monopolio non è solo commerciale, ma anche cognitivo, frutto di decenni di condizionamento che hanno portato i fan ad associare la parola “biglietto” al marchio “Ticketmaster”. Questo controllo assoluto sul canale di vendita svolge due funzioni strategiche cruciali.

    La prima è la tassazione dell’accesso. Le famigerate commissioni (“junk fees”), che possono aumentare il prezzo finale di un biglietto del 20-40%, ne sono la manifestazione più palese. Non corrispondono a un servizio di valore proporzionale, ma rappresentano una rendita di posizione, una tassa estorsiva. Si tratta di una forma di estrazione di rendita (rent-seeking), in cui i profitti non derivano dalla creazione di nuovo valore, ma dallo sfruttamento di una posizione dominante.
    La seconda, e più sofisticata, funzione è la mappatura del desiderio. Ogni acquisto, click o ricerca effettuata sulla piattaforma genera un’immensa quantità di dati. Ticketmaster non sa solo cosa un fan compra, ma anche chi è, dove vive, quanto è disposto a pagare e con chi va ai concerti. Questi dati sono l’oro nero del XXI secolo e alimentano una potente macchina predittiva. Permettono di orchestrare il mercato in modi prima impensabili: alimentano gli algoritmi di dynamic pricing e “Platinum Tickets”, che non fissano un prezzo “giusto”, ma un prezzo massimizzato individualmente in base alla domanda stimata in tempo reale. Il fan cessa di essere un appassionato per diventare un profilo di consumo da ottimizzare. Inoltre, questi dati consentono a Live Nation di anticipare le tendenze, identificando artisti emergenti su cui investire. Infine, permettono di controllare persino il mercato secondario, trasformando un problema (il bagarinaggio) in un’ulteriore fonte di profitto attraverso piattaforme di rivendita “verificata” dove viene applicata una seconda commissione sullo stesso biglietto. Il biglietto si trasforma così in un passaporto digitale che, mentre apre le porte del concerto, registra e trasmette ogni preferenza dell’utente al centro di comando.

    Le conseguenze sistemiche

    Questa architettura economica, che in Italia vede un duopolio di fatto tra il blocco Live Nation/Ticketmaster e quello del colosso tedesco CTS Eventim (che controlla Vivo Concerti e TicketOne), non è un’evoluzione naturale del mercato, ma il risultato di precise scelte strategiche e di decenni di deregolamentazione. Il prezzo esorbitante dei biglietti è solo il sintomo più visibile di una “infezione sistemica” molto più profonda. Il vero problema è strutturale e sta corrodendo il tessuto della cultura musicale su tre fronti interconnessi.

    1. L’erosione della diversità culturale. Un ecosistema sano prospera sulla diversità: nicchie, scene locali e un solido “ceto medio” di artisti. Il sistema attuale, invece, opera secondo la logica della monocultura, simile a un’agricoltura industriale che favorisce unicamente le specie iper-produttive. L’intera macchina è ottimizzata per la scala immensa dei blockbuster, rendendo la musica di ricerca, gli artisti di culto e le band emergenti delle “inefficienze” da scartare. I piccoli club e i festival indipendenti, veri laboratori della musica di domani, vengono schiacciati o marginalizzati, portando a un desolante appiattimento del paesaggio sonoro.
    2. L’erosione dell’autonomia artistica. Come già accennato, la figura dell’artista viene ridefinita e indebolita. L’autonomia decisionale, un tempo al cuore del processo creativo, viene sacrificata sull’altare della logistica e della finanza gestite dal conglomerato. L’artista si trova in una relazione di dipendenza: ha bisogno della piattaforma per raggiungere il pubblico, ma per farlo deve cedere il controllo, e il suo lavoro diventa una funzione per valorizzare gli asset principali del gruppo: le venue e la piattaforma di ticketing.
    3. L’erosione dell’esperienza del fan. Il concerto, storicamente un rito collettivo di aggregazione, viene smantellato nella sua essenza comunitaria. Il fan non è più membro di una comunità, ma un utente finale, una risorsa da cui estrarre il massimo valore possibile. La tecnologia, in particolare il dynamic pricing, atomizza e stratifica il pubblico in base al censo, trasformando un’esperienza unificante in un esercizio di segmentazione del mercato. La relazione principale non è più tra fan e artista, ma tra utente e piattaforma, con l’obiettivo di massimizzare il customer lifetime value. L’intera esperienza è subordinata a una logica estrattiva, che si manifesta anche nei prezzi esorbitanti di cibo e bevande di bassa qualità. Una volta entrato nell’arena non sei né leone, né gladiatore: sei un portafogli con le gambe.

    In conclusione, la soluzione a questo incubo sistemico, come suggerito anche dalla causa intentata dal Dipartimento di Giustizia statunitense, non può limitarsi a una richiesta di prezzi più equi. È necessario mirare a smantellare l’architettura stessa del controllo, separando la promozione degli eventi dalla vendita dei biglietti e dalla gestione delle venue. Solo ripristinando le condizioni minime di un mercato competitivo sarà possibile ricostruire un ecosistema culturale sano, pluralista e sostenibile.

  • 2025: fuga dalla piattaforma

    2 Agosto 2025

    Recentemente, il noto musicista e creator Auroro Borealo ha annunciato il suo abbandono da Spotify con un post intitolato: “Perché la mia musica non è più su Spotify”. Un gesto forte, sintomatico, che ha raccolto un grande consenso ma che, a un’analisi più attenta, rivela le sue contraddizioni. La scelta di “disertare” da un monopolio come Spotify appare come un atto di coerenza e di resistenza, ma questa narrazione romantica si scontra con la fredda architettura dei rapporti di potere che governano il settore. Ne ho detto di più in questa intervista e, alcune conclusioni che ho tratteggiato in quella sede, vorrei provare di correggerle

    Se il problema è che il CEO di Spotify, Daniel Ek, investe in aziende belliche – come Helsing, una compagnia che sviluppa software di intelligenza artificiale per scopi militari – allora diventa difficile giustificare la comunicazione di questa scelta tramite Instagram, ovvero tramite Meta, che a sua volta ha stretto partnership con aziende del settore della difesa come Anduril Industries. Questo doppio standard rischia di generare una sterile gara di superiorità etica, senza intaccare realmente il sistema.

    Ho cominciato quindi a chiedermi quali forme di ribellione ci possano essere rimanendo dentro Spotify.

    Accanto alla diserzione, un’altra forma di ribellione individuale è l’hacking, il tentativo di “fregare il padrone” dall’interno. La sua versione più rozza e diffusa è la generazione di ascolti artificiali tramite bot e click farm. Questa pratica, più che un attacco al sistema, è un’azione autodistruttiva e un “saccheggio orizzontale”. Non danneggia la piattaforma miliardaria, ma diluisce il valore degli stream per tutti gli altri artisti, specialmente quelli più onesti e in difficoltà. Spotify, con i suoi sofisticati sistemi di rilevamento frodi, non solo neutralizza facilmente questi tentativi, ma li usa per affinare i propri strumenti di controllo, trasformando ogni ribellione in un’opportunità per rafforzare il proprio potere.

    Se la frode degli stream è una scaramuccia ai confini del regno, la vera sfida al modello di sovranità di Spotify emerge da una forza sistemica, un nuovo paradigma produttivo che minaccia di rendere obsolete le regole del gioco: la musica generata dall’intelligenza artificiale. Non si tratta più del singolo artista che cerca di barare, ma di un nuovo modello industriale che “hackera” il sistema dall’interno, su una scala inimmaginabile. L’IA può generare migliaia di brani a costo zero, scientificamente ottimizzati per inserirsi nelle redditizie “playlist funzionali”, studiate da giornaliste come Liz Pelly nel suo libro “Mood Machine”. Il risultato è una “Grande Diluizione” del valore di ogni singolo stream, dove la musica creata da un essere umano si trova a competere con un prodotto industriale a costo zero. Un esempio emblematico è il caso di “The Velvet Sundown”, una band fittizia creata con l’IA che, attraverso un’astuta operazione mediatica, ha raggiunto milioni di ascoltatori, evidenziando la difficoltà nel distinguere tra creazione “autentica” e “artificiale”.

    Questa nuova ondata produttiva mette in crisi le difese della piattaforma, progettate per identificare l’ascolto falso, non la creazione falsa. Come si può definire “illegittimo” un brano che, tecnicamente, è un file audio originale, ascoltato da utenti reali?

    È proprio in questa palude di ambiguità che l’hacking tramite IA si rivela come la minaccia definitiva. Non attacca il sistema con la forza bruta di un bot, ma lo satura con la sua iper-efficienza. Sfrutta le stesse logiche di ottimizzazione e scalabilità su cui la piattaforma ha costruito il suo impero, ma le spinge a un estremo tale da minarne le fondamenta economiche e culturali. Non è più una semplice ribellione contro il sovrano; è l’ascesa di un nuovo potere, uno che parla la stessa lingua computazionale del sovrano, ma la usa per perseguire un fine radicalmente diverso: la produzione infinita di contenuto in un mondo di risorse finite.

    Affinità e divergenze tra The Stack e noi

    Il saggio di Benjamin Bratton, “The Stack: On Software and Sovereignty”, offre un modello potente per comprendere la politica, la società e il potere nell’era della computazione planetaria. The Stack è una megastruttura accidentale, un’architettura che governa il mondo attraverso sei livelli interconnessi: earth, cloud, city, address, interface, user. Analizzare lo scontro tra artisti e Spotify attraverso questa lente sposta il dibattito da una questione di etica individuale a una di architettura del potere e sovranità computazionale.

    1. Cloud: Spotify come piattaforma-sovrano
      Spotify non come un semplice distributore, ma una potenza che”modella il mercato e le carriere. Nel modello di Bratton, Spotify è un’entità del livello cloud. Le piattaforme cloud (come Google, Amazon, Meta e, in questo dominio, Spotify) sono i nuovi sovrani geopolitici. Non sono stati neutrali; esercitano una vera e propria sovranità su un territorio (il mercato musicale globale), gestiscono una popolazione (artisti e ascoltatori) e impongono leggi economiche (il modello di royalty pro-rata, gli algoritmi di raccomandazione). Lo “strapotere” è la manifestazione di questa sovranità della piattaforma.
    2. User: artisti integrati e ribelli
      L’artista, in questa architettura, è relegato al livello user. Bratton decostruisce la nozione umanistica di “utente” come agente libero. L’User dello Stack non è un cittadino, ma un’entità (umana o algoritmica) le cui azioni sono previste, modellate e contenute dall’architettura stessa.
      La diserzione (Auroro Borealo): il gesto di abbandonare Spotify è un tentativo dello User di disconnettersi. Tuttavia, come dicevo, questo atto è inefficace e contraddittorio. Bratton spiegherebbe questa inefficacia con la totalità dello Stack. Non si può realmente uscire dallo Stack, si può solo passare da una giurisdizione del cloud a un’altra. Protestare contro Spotify (cloud) usando Instagram (un’altra piattaforma cloud, parte di Meta) non è ipocrisia, ma la prova che ogni azione è già interna alla logica della megastruttura. La ribellione dello user è prevista e, in definitiva, irrilevante per la stabilità del livello cloud. Il gesto appare elitario perché solo alcuni user hanno il privilegio di tentare una disconnessione parziale senza subire un collasso economico.
      Hacking: questa è un’altra forma di ribellione dello User, un tentativo di manipolare le regole imposte dal Cloud. il cui risultato è un saccheggio orizzontale e autodistruttivo. Nella visione di Bratton, questi tentativi sono come piccole insurrezioni locali che il sovrano (Spotify) non solo reprime facilmente, ma utilizza per rafforzare il proprio apparato di controllo (“affinare i propri strumenti”). La ribellione dello User, invece di indebolire lo Stack, lo rende più resiliente e intelligente.
    3. Interface e address: gli strumenti del governo
      Il livello interface (l’app, le playlist) e il livello address (il profilo univoco di un artista o di un utente) sono gli strumenti con cui il cloud governa lo user. Le playlist funzionali menzionate sono un perfetto esempio di come l’interface non sia una finestra neutra sul contenuto, ma un meccanismo attivo di governo che modella il gusto e il consumo, come descritto da Liz Pelly. Diventare un artista su Spotify significa accettare un address all’interno del suo sistema, diventando un’entità tracciabile e gestibile. Rinunciare a Spotify significa tentare di cancellare il proprio address, perdendo l’accesso alla sua “popolazione” di ascoltatori.
    4. La minaccia sistemica
      L’IA generativa non è un altro “user” che si ribella. È un nuovo tipo di agente non-umano che opera allo stesso livello computazionale del cloud. L’IA non cerca di fregare il padrone dall’esterno, ma parla la stessa lingua del sovrano: ottimizzazione, scalabilità, produzione data-driven. È una forza sistemica che hackera il modello di Spotify non violandone le regole, ma portandole alla loro estrema e paradossale conclusione. Saturare il sistema con la sua iper-efficienza.
      Questa non è più una lotta tra user vs cloud, ma una potenziale lotta tra cloud vs cloud o, più precisamente, tra un modello di sovranità centralizzato (Spotify) e un modello di produzione decentralizzato e automatizzato (le reti di IA). La “grande diluizione” è la conseguenza economica di questa guerra computazionale, che minaccia le fondamenta del modello di business di Spotify molto più di quanto possano fare milioni di artisti “disertori”.

    Una proposta di soluzione

    L’analisi attraverso il framework di Bratton dimostra che le forme di ribellione individuali e romantiche sono destinate al fallimento perché concepiscono il problema in termini morali e personali, ignorando l’architettura del potere in cui sono inserite. La vera lotta non è contro le decisioni di un CEO, ma contro la logica sovrana della piattaforma stessa.

    Una soluzione efficace non può quindi provenire dal livello user. Deve essere una risposta architettonica e politica, che mira a costruire un’infrastruttura alternativa o a modificare le fondamenta dello Stack stesso. La soluzione è passare dalla protesta individuale alla progettazione collettiva di un protocollo alternativo.

    Il primo passo è riconoscere che nessun artista, da solo, può sfidare una piattaforma-sovrano. L’etica della purezza individuale è una trappola che porta a vicoli ciechi e a sterili dibattiti sulla coerenza.

    La risposta alla centralizzazione del potere non è la frammentazione (la fuga di mille artisti isolati), ma una diversa forma di aggregazione. Gli artisti dovrebbero unirsi non solo in sindacati tradizionali per negoziare percentuali migliori (che sarebbe comunque un passo avanti), ma per finanziare e sviluppare un’infrastruttura tecnologica alternativa.

    Questa alternativa non dovrebbe essere un “altro Spotify” gestito da artisti, che rischierebbe di replicare le stesse logiche di potere. Dovrebbe piuttosto essere un protocollo aperto e decentralizzato per la distribuzione, lo streaming e la monetizzazione della musica. Si potrebbe pensare a un sistema basato su tecnologie distribuite (come quelle del Web3 o sistemi federati come racconta da anni Kenobit) che permetta:

    Sovranità dell’artista: gli artisti mantengono il controllo diretto sui loro file, sui loro dati e sulle loro condizioni di licenza.

    Monetizzazione diretta e trasparente: creazione di modelli economici (es. user-centric payment system, micropagamenti diretti) che leghino direttamente l’ascolto al compenso, superando la “Grande Diluizione” del modello pro-rata di Spotify.

    Interoperabilità: un protocollo aperto permetterebbe a diverse app e servizi di “attingere” alla stessa rete musicale, creando un ecosistema competitivo di interfacce invece di un unico monopolista.

    In sintesi, la vera ribellione non è cancellare la propria musica da Spotify, ma scrivere il codice per un nuovo sistema. La sfida non è scappare dallo Stack, ma costruirne uno diverso, più equo e plurale. La lotta contro il potere computazionale deve essere combattuta con armi computazionali, trasformando la rabbia collettiva in un progetto politico e ingegneristico.

  • La gestione della vita nello spettacolo a 10€ (ovvero: di tutti gli articoli che leggete provo a spiegarvi che ruolo avete in quanto pubblico)

    27 Giugno 2025

    Michel Foucault e i pensatori post-marxisti hanno ridefinito il potere, non più come mera repressione, ma come “gestione, organizzazione e potenziamento della vita stessa delle popolazioni”. Nel contesto dei concerti, ciò si manifesta attraverso strategie sottili per manipolare la percezione e il comportamento del pubblico.

    La svendita dei biglietti non è una coercizione fisica, ma una forma di “governamentalità”: un controllo sottile sulla popolazione di potenziali spettatori. Attraverso incentivi economici, come il prezzo basso (early bird, abbonamenti sottocosto, svendite last minute (qualcuno ha detto i Massive Attack a 10€ a Ferrara? Ah no?, etc.), si mira a mobilitare un preciso segmento di pubblico per raggiungere un obiettivo strategico: il sold out visibile. Questo dimostra come il potere contemporaneo operi non solo vietando, ma anche inducendo certi comportamenti. L’obiettivo primario non è la vendita del singolo biglietto, ma l’attivazione di una massa critica di persone che contribuiscano all’immagine desiderata dell’evento e dell’artista.

    I corpi che riempiono lo stadio, anche se hanno pagato poco, diventano corpi docili nel senso foucaultiano: vengono organizzati, posizionati e attivati per produrre un effetto desiderato: lo stadio pieno come simbolo di successo. La loro presenza fisica è centrale per la produzione di valore simbolico e d’immagine per l’industria, trasformandoli nella parte di una macchina che produce visibilità e legittimazione.

    Possiamo sfruttare anche Hardt e Negri: la moltitudine di spettatori che affolla lo stadio, pur essendo manipolata, contribuisce anche a creare il valore dell’evento attraverso la sua presenza e partecipazione emotiva. La tensione risiede nel fatto che questa moltitudine, sebbene sfruttata emotivamente e come corpo scenico, detiene una potenziale forza trasformativa, qualora prendesse coscienza della manipolazione. Cosa che, mi sembra di vedere, non accade, anzi: c’è una tendenza alla rimozione del torto subìto in quanto clienti per replicare un nuovo atto magico salvifico acquistando altri biglietti. Si prendano i concerti di Fontaines DC o Deftones al Carroponte: è come andare in un ristorante, mangiare male e decidere di ordinare tutto da capo.

    L’economia contemporanea si basa sempre più sulla produzione di conoscenze, informazioni, relazioni e affetti. L’industria musicale è un esempio perfetto di questa trasformazione sviluppata da pensatori come Franco Bifo Berardi. 

    I concerti sono luoghi di intensa produzione affettiva ed emozionale. L’industria musicale non vende solo un posto a sedere, ma la possibilità di vivere un’emozione, di sentirsi parte di una comunità, di condividere un’esperienza. Il biglietto a 10 euro – o la capienza a discapito della qualità d’ascolto – è un mezzo per massimizzare la produzione di queste emozioni collettive, che a loro volta alimentano la visibilità e il valore del brand dell’artista. L’”affective labor” (lavoro affettivo) dei fan – la loro passione, l’entusiasmo che portano al concerto – viene capitalizzato e riusato per generare ulteriore valore oltre il mero consumo, trasformando il pubblico in co-produttore di valore simbolico.

    L’artista e l’evento stesso diventano un brand, un’entità che accumula capitale simbolico fatto di reputazione, prestigio, desiderabilità. Il “sold out finto” è una strategia diretta per rafforzare questo capitale simbolico, perché non si tratta solo di vendere biglietti, ma di investire nel brand dell’artista, rendendolo percepito come un “peso massimo” capace di riempire grandi spazi, il che aprirà poi le porte a contratti più lucrosi, sponsorizzazioni e maggiore influenza culturale (sempre e comunque su un piano esclusivamente di immaginario non trasformativo, sempre per quella cosa che fate i video alla bandiera PAL durante il live dei Fontaines DC ma le bombe cadono comunque, idem con i Massive Attack, perché il culturalismo è terreno predato dal capitale).

    L’era digitale amplifica queste dinamiche. Un concerto “sold out” (anche se fittizio) genera un enorme volume di contenuti online (foto, video, storie, commenti) che amplificano l’evento ben oltre la sua durata fisica. Questo “lavoro immateriale spontaneo” (o semi-spontaneo) degli spettatori, che condividono la loro esperienza sui social media, diventa un potente strumento di marketing gratuito, rafforzando ulteriormente il valore del brand dell’artista e dell’evento. I biglietti a 10 euro sono un modo per “attivare” quante più persone possibile in questo processo di produzione di valore virale.

    i Fine Before You Came spiegano come affrontare non simbolicamente la vuotella

    E ora qualcosa di completamente diverso: una deviazione lavorista al discorso soprastante.

    L’industria dello spettacolo è una complessa catena di valore che coinvolge una moltitudine di professioni spesso invisibili al pubblico ma essenziali: artisti (star, turnisti, coristi, session man), tecnici audio, luci, video, scenografi e costumisti, tour manager, produttori esecutivi, backliner, personale di sala, sicurezza, addetti alle vendite e professionisti del marketing e della comunicazione. Da una prospettiva lavorista, tutte queste figure contribuiscono in modo fondamentale alla creazione del “prodotto” finale: il concerto. Il loro lavoro, sia materiale (come allestire un palco) che immateriale (come creare un’atmosfera o gestire la comunicazione), genera il valore d’uso e il valore simbolico dell’evento.

    La pratica dei biglietti a 10 euro, anche se apparentemente utile per “salvare” un evento o ininfluente nel computo finale (come scrivevo già qualche giorno fa: sono conglomerati finanziari che possono permettersi di giocare in perdita in ottica speculativa), può contribuire ad una svalutazione sistemica e simbolica del lavoro. Si insinua la percezione che il valore economico del prodotto sia trascurabile, intaccando così la percezione generale delle figure professionali di cui sopra.

    Il settore dello spettacolo è già caratterizzato da un’alta precarietà e intermittenza lavorativa, eventi come quelli che richiedono sold out finti possono aggravare questa situazione. I lavoratori non hanno garanzie di continuità, e la percezione di un mercato gonfiato può mascherare la reale difficoltà di molti professionisti a mantenere un reddito stabile. Una visione lavorista deve criticare il finto sold out perché crea un’illusione di abbondanza e successo. Se un concerto è percepito come un trionfo, ma una parte significativa del pubblico ha pagato poco o nulla, ciò falsifica il reale valore generato e rende più difficile per i lavoratori negoziare salari equi, in quanto il mercato appare “florido” quando in realtà è drogato. Il rischio è che i lavoratori finiscano per credere a questa narrazione, sminuendo il proprio contributo in un sistema distorto.

    Ogni stadio pieno aumenta il valore simbolico della classe padronale (l’artista, il management, il Booking, il circuito vendita) mentre ogni biglietto venduto a 10 euro riduce simbolicamente il valore del lavoro di tutti coloro che hanno contribuito allo spettacolo. Se il prodotto finale è offerto a un prezzo stracciato, si svaluta non solo l’esperienza del pubblico, ma anche lo sforzo, le competenze e la professionalità investite.

    Da un punto di vista lavorista e sindacale questo scenario impone la necessità di maggiore trasparenza sulle vendite reali dei biglietti e sulle logiche contrattuali. Sono auspicabili interventi per regolamentare la vendita di biglietti sottocosto su larga scala e del c.d. dynamic pricing, se questi distorcono il mercato e danneggiano la catena di valore. È cruciale rafforzare la sindacalizzazione di categoria per negoziare contratti collettivi che garantiscano salari equi, condizioni di lavoro sicure e tutele sociali, indipendentemente dalle strategie di vendita.

    In definitiva, “lo scandalo” non va letto come una semplice “truffa” o un errore di marketing, ma come una sofisticata strategia all’interno di un capitalismo che si basa sempre più sulla manipolazione delle immagini, la gestione delle masse, l’estrazione di valore da affetti ed emozioni, e la produzione di capitale simbolico.

    Il “sold out finto” è il sintomo di un sistema che valorizza l’apparenza, l’esperienza e l’immagine mediatica più della sostanza economica o dell’autenticità relazionale. Una visione lavorista inserisce questo fenomeno in un quadro più ampio di lotta per la giustizia sociale ed economica nel settore dello spettacolo, non solo per difendere il consumatore, ma per proteggere e valorizzare chi, con il proprio lavoro, rende possibile la magia del palcoscenico, troppo spesso a discapito della propria stabilità e dignità professionale.

  • Completamente sold out (bei tempi)

    21 Giugno 2025

    La grande attenzione ai finti soldout ci lusinga, nondimeno non coglie né intacca il meccanismo riproduttivo del capitale musicale. Mi spiego.

    Quale sarebbe lo scandalo che dovrebbe emergere dallo scrivere “sold out” quando non lo è o praticare svendite sul costo del biglietto? Come sempre: non possiamo essere critici con il capitale leggendolo con strumenti non propri e inadatti.

    Mi sembra che larga parta -se non la totalità- di questi articoli si muova su una orizzontalità etica di scorrettezza comunicativa. “Eh ma raccontano le bugie”, che sicuramente il Vangelo dice non sta bene a farsi, ma è anche vero che “it’s my party and i cry if i want to”. Il punto sui biglietti a 10€ è che quei 10€ dovrebbero essere il prezzo da pretendere in ragione del fatto che il capitale non fa nulla contro i propri interessi: in ipotesi potrebbe organizzare un concerto completamente gratuito per il pubblico rientrando nell’infinita sostenibilità economica di corporation facenti parti di conglomerati finanziari che hanno tutti gli interessi a lavorare, di tanto in tanto, in perdita.

    Perché tu leggi concerto, ma il fine analista lacaniano che vive in me, ti suggerirebbe di capire “speculazione”.

    Le analisi lette sono tutte giuste nel loro impianto etico, ma scordano che non si sta parlando né di arte né di persone, ma di merce. I grandi eventi, perché in questo contesto di analisi principalmente afferiamo a palazzetti dello sport e stadi, sono un prodotto che vive in un mercato esclusivo ad appannaggio di 2/3 società, alcune delle quali indistinguibili da quelle affianco, proprio perché più si torna alla radice nella filiera di scatole cinesi finanziarie e più gli stessi nomi si ripetono. KKR è solo il più noto delle ultime settimane, ma provate a guardare la galassia Ticketmaster / Live nation e poi andiamo a prenderci una birretta.

    In questa condizione di mercato organizzata come un oligopolio non esiste nulla di ciò che normalmente intendiamo come cultura o umanità. Spiace per colleghe e colleghi che decidono di firmare con questi brand: ben chiaro che pecunia non olet, ma il giudizio delle persone è quello che costruisce le nostre carriere nel momento in cui prendiamo delle decisioni, non si venisse poi a piangere che a forza di guardare l’abisso etc etc etc. Degli artisti, in questo caso, io non credo si debba avere “pietà” lavorativa, lo dico leggendo l’approfondimento di Lucarelli che parla di contratti da cui risulta quasi impossibile uscire: l’artista è libero nelle sue scelte e caricato delle proprie responsabilità, nessuno firma con pistole puntate alla testa e i c.d. malvagissimi management che lucrerebbero alle loro spalle non sono nient’altro che una ennesima fetta di questo capitalismo musicale. Giocano tutti la stessa partita, ma come in ogni partita qualcuno vince e qualcuno fa gli sfondoni. Spiaze (cit.).

    Una prece in particolare va a chi, posizionandosi in una fetta di immaginario politico “di sinistra”, fa felicemente parte di questo giochino: mollateci. Oppure mollateli, vi riaccoglieremo come il figliol prodigo (oggi evangelico, io).

    Sarebbe forse il caso di chiedersi se con questi 80/90/100€ di biglietto che decidiamo di spendere ci sia poi un trattamento economico adeguato per chi ci lavora. Un trattamento economico adeguato alle ore di lavoro che normalmente non vengono rispettate, ma lo sapete già tutti tranne l’ispettorato del lavoro che giustamente non può mica trattarci come i camionisti con il marker temporale di quanto sta in movimento il TIR.

    In una chat con amici ho immaginato il team di inchiesta di Fanpage che va a fare un lavoro sulle economie e la sicurezza e la dignità del lavoro nella produzione eventi, sarebbe un bel modo per cominciare a minare l’industria per come la conosciamo. Con buona pace di quei santi che firmano i piani sicurezza, tenuti per il collo anche loro dai padroni del cucuzzaro.

    E allora per cosa ci si lamenta in questo presunto scandalo dei soldout? Che era possibile vedersi Elodie a 10€? Evidentemente la sua agenzia ha valutato che la merce-Elodie fosse deprezzabile fino a 10€, io ne sarei stato contento se fossi stato in un cliente-Elodie.

    Il dynamic pricing è una pratica incondivisibile? Beh, non ce lo prescrive il dottore di foraggiare la carriera di qualcuno che decide di cedere la propria volontà per diventare un servo molto ricco. E gli Oasis hanno scritto grandi brani, ma sono un bellissimo esempio di servitù.

    Ripetiamolo insieme: comprare un biglietto è sottoscrivere un accordo, è un po’ di più che metter mano al portafogli, se ci pensi.

    Questi degli ultimi gironi sono “scandali” non trasformativi, che non evidenziano alcuna inequità verso i più deboli, perché nel mercato del capitale musicale non esistono i deboli: esistono solo clienti e merce.

  • La musica nell’era delle classi simboliche

    30 Maggio 2025

    Da diverso tempo mi cruccio cercando di mettere assieme una serie di osservazioni, letture e allucinazioni riguardanti il mondo della produzione culturale nell’era digitale contemporanea. Ho iniziato con una serie di articoli intitolati “Il capitale musicale”, producendo anche il podcast omonimo e sono finito in tempi recenti con alcune digressioni sulla creator economy, le AI e il podcasting.
    Un paio di giorni fa, andando a sfogliare un po’ di appunti sparsi ho ritrovato una citazione che mi ha illuminato e che, in qualche modo, è stata la scintilla per provare a mettere tutto assieme, spassionatamente, nella forma più comprensibile che ho potuto.

    Tutta colpa di queste parole:

    “emergono quelle che Žižek ha definito “classi simboliche”, vale a dire posizionamenti politici che istituiscono linee di divisione in base a scelte di campo su attitudini etico-culturali, piuttosto che in base al rapporto dialettico fra ideologia e posizionamento sociale”

    Mimmo Cangiano – Guerre culturali e neoliberismo (Nottetempo, 2024)

    Ecco dunque un articolo che non prometto breve.

    La musica nell’era delle classi simboliche: identità, etica, mercato digitale e sfruttamento della creatività nell’economia delle piattaforme (con uno sguardo agli algoritmi di spotify, alla musica AI-generated e al fenomeno dell’enshittification)

    Il dibattito sull’emergere di classi simboliche all’interno dell’influencing progressista sui social media e la critica al culturalismo avanzata da pensatori come Mimmo Cangiano, trovano risonanza e applicabilità nel mondo della creazione musicale e nel posizionamento pubblico degli artisti nell’era digitale. Il settore musicale, infatti, si rivela un terreno estremamente fertile per osservare queste dinamiche, ulteriormente complicate dal fenomeno dell’enshittification.

    Le classi simboliche nel panorama musicale contemporaneo: identità, allineamento e “cancel culture”

    Nel panorama musicale odierno, in cui i social media e le piattaforme digitali hanno un ruolo centrale, il posizionamento di un artista è sempre più definito dalla sua adesione o dalla sua presa di distanza da specifiche posizioni etico-culturali. Questo, alle volte anche per me stesso, assume un’importanza pari, se non superiore, al genere musicale o alla pura abilità tecnica (che non non trovo essere un valore di per sé, ma in questa istanza la musica è un oggetto culturale)..

    Numerosi artisti contemporanei costruiscono la propria immagine pubblica e la propria proposta musicale attorno a un marcato impegno sociale o a un’esplicita identità culturale. Pensiamo ad artisti che si schierano apertamente per cause LGBTQ+, ambientaliste, antirazziste, o che abbracciano determinate ideologie politiche. La loro musica, l’estetica visiva e le dichiarazioni rilasciate sui social media diventano espressione diretta di queste “scelte di campo”.

    All’interno di un mercato musicale sempre più saturo, il posizionamento etico-culturale si configura come uno strumento potente per catturare l’attenzione del pubblico e fidelizzare una fanbase. Essere percepiti come “allineati” ai valori di una specifica classe simbolica può garantire un’accresciuta visibilità e questo allineamento può manifestarsi attraverso il sostegno a movimenti specifici, l’adozione di un linguaggio inclusivo o la partecipazione a eventi legati a determinate cause. I social media, in particolare, sono diventati un palcoscenico essenziale per gli artisti, dove il personal branding e la coerenza con un’unica matrice valoriale sono fondamentali per rendersi riconoscibili.

    Tuttavia, il rovescio della medaglia è altrettanto significativo: un mancato allineamento o la percezione di uno “scivolone” etico-culturale può avere conseguenze notevoli sulla carriera di un artista. Episodi di “cancel culture” o boicottaggio, innescati anche da dichiarazioni o comportamenti passati, dimostrano chiaramente come il giudizio del pubblico –e delle altre classi simboliche– possa essere severo e avere un impatto diretto sulla reputazione e sulle opportunità professionali. La purezza simbolica emerge come un fondamentale metro di giudizio. La “cancel culture” (termine che volutamente uso virgolettato, come definizione-ombrello di un atteggiamento censorio bipartisan), in particolare, si manifesta tramite il potere dei social media che permeano una fetta di opinione pubblica o che arrivano a toccare aspetti operativi della produzione culturale, potendo portare alla rimozione di canzoni dalle piattaforme o al boicottaggio radiofonico. 

    La difficoltà di ragionare attorno a questo concetto può anche essere vista come una “fuga dal conflitto costante” della nostra società, un meccanismo di autodifesa personale e collettivo a ciò che noi stessi, come individui e società, produciamo alimentando questa dinamica.

    La critica al “culturalismo” di Mimmo Cangiano nel settore musicale: il rischio della radicalità apparente e della cooptazione

    La critica di Mimmo Cangiano al culturalismo trova ampie risonanze anche nel mondo della musica. Cangiano, da studioso marxista, sottolinea che “la classe deriva da ciò che fai, non da ciò che sei, e dal modo in cui si è in relazione con il modo produttivo”. Una “troppa fede nella cultura”, soprattutto se “slegata dal suo piano materiale”, può rendere le battaglie ideologiche “apparentemente radicali, ma mai sovversive”.

    Spesso, l’attenzione del pubblico e della critica si sposta dal valore intrinseco della musica (composizione, esecuzione) al messaggio veicolato –che di questi tempi…– o all’identità dell’artista. L’impegno etico-culturale rischia così di trasformarsi in una mera strategia di “marketing” o in un prerequisito indispensabile per ottenere validazione e riconoscimento, mettendo in ombra la qualità artistica intrinseca dell’opera. Questa dinamica è legata al fatto che “la musica non conta più. La gente non si preoccupa più della musica stessa, ma di chi fa la musica”. Il pubblico è sempre più interessato alle celebrità e al “fascino”, perdendo una connessione trascendentale con la qualità musicale. Questo fenomeno si allinea con l’idea del “Poptimism” di Massimiliano Raffa, secondo cui la musica pop e la sua analisi critica si sono spostate verso una valorizzazione del successo commerciale e dell’impatto culturale piuttosto che della complessità musicale o della critica sociologica delle sue condizioni di produzione. In questo contesto, l’apprezzamento è spesso legato alla risonanza emotiva e all’identificazione con l’artista come persona e le sue posizioni, piuttosto che con l’opera in sé.

    Secondo questa prospettiva, un artista che si posiziona in modo “radicale” su temi etico-culturali potrebbe, in realtà, non intaccare le strutture di potere o le dinamiche di sfruttamento intrinseche all’industria musicale stessa. In questo scenario, la battaglia simbolica diventa un sostituto per una critica più profonda al sistema economico in cui l’artista è immerso e opera. Questa è una delle preoccupazioni centrali della prospettiva marxista sulle culture wars, che vede affondare le proprie radici nelle contraddizioni e nelle disuguaglianze del sistema capitalistico, spesso sfogandosi in conflitti culturali che, pur sembrando distanti dall’economia, ne riflettono le tensioni sottostanti. La spettacolarizzazione delle controversie e la riduzione di questioni complesse a slogan polarizzanti sono strategie che oscurano le radici materiali dei conflitti.

    Un aspetto cruciale evidenziato dalla critica di Cangiano è la cooptazione da parte del capitale. Le case discografiche, i brand e le piattaforme di streaming dimostrano una notevole abilità nel cooptare e monetizzare queste posizioni etico-culturali. Un artista “impegnato” può facilmente diventare un testimonial credibile per un’azienda, o la sua musica può essere strategicamente inserita in playlist tematiche che beneficiano di un’estetica progressista, senza che ciò si traduca necessariamente in un cambiamento materiale per l’industria o per i musicisti meno privilegiati. Questo fenomeno è noto come “woke washing”: i brand sfruttano temi sociali e discussioni pubbliche per trarne profitti economici o dissimulare politiche aziendali controverse. Questo tipo di marketing, sebbene possa sembrare progressista, spesso manca di un reale impegno verso la diversità, l’equità e l’inclusione all’interno dell’azienda stessa.

    Negli ultimi anni, la piattaformizzazione ha reso accessibili un grande numero di servizi, pensiamo alla salute mentale: ma a quale costo per chi viene intrappolato in schemi di sfruttamento e rewarding legati alla propria svalutazione economica? Quali migliori testimonial se non content creator, artisti o volti noti già sostenuti da queste  classi simboliche? L’illusione dell’accessibilità produce nuovo sfruttamento, perché non si impegna in pratiche trasformative, restando cooptata dal capitale.

    La performance integrale dell’artista nell’era digitale: autenticità, capitale culturale e l’”enshittification” della “creator economy”

    La performance di un artista nell’era digitale non si confina al palco o allo studio di registrazione, ma si estende a ogni aspetto della presenza pubblica, inclusi i profili sui social media, le interviste e le collaborazioni. Questa estensione della performance è cruciale per il “personal branding”, in cui l’artista deve rendersi riconoscibile e creare contenuti di qualità che tengano viva l’attenzione del pubblico. Questo è particolarmente vero in un contesto di creator economy dove la richiesta di produrre contenuti ad-hoc per le piattaforme è diventata sempre più pressante (e a volte delirante e inappropriata).

    La nozione di capitale culturale di Pierre Bourdieu ci viene in aiuto.
    Il capitale culturale, che include conoscenze, abilità e disposizioni apprezzate in certi contesti, può influenzare la posizione di un individuo nei campi sociali, inclusi quelli artistici. L’identità artistica non è solo ciò che l’artista dice di essere, ma anche ciò che il pubblico percepisce e la coerenza estetica del marchio sui social media è fondamentale per creare un’identità riconoscibile e memorabile. I social media sono diventati una componente strutturale dell’ecosistema dell’arte contemporanea, giocando un ruolo centrale nella produzione, distribuzione, consumo e commercializzazione dell’arte.

    La sfida per gli artisti è bilanciare la necessità di autenticità con le esigenze di visibilità e marketing sui social media. Un eccesso di promozioni o post sponsorizzati, ad esempio, può essere interpretato dal pubblico come una mancanza di autenticità. Stabilire forti legami con i follower e interagire con la community può creare un senso di familiarità e genuinità. La partecipazione a network culturali più ampi e la collaborazione con altri artisti e influencer possono aumentare l’esposizione e l’autenticità desiderabile.

    Tuttavia, il mondo della creator economy nasconde meccanismi di sfruttamento profondi e sistemici, che si manifestano nel fenomeno dell’enshittification. Inizialmente, le piattaforme attraggono gli utenti con un valore innegabile, ma poi, per massimizzare i profitti, iniziano a sfruttare i loro fornitori (in questo caso, gli artisti), e infine il pubblico stesso, trasformando l’esperienza da benefica a tossica. Le piattaforme digitali agiscono come “gatekeeper” che controllano l’accesso al pubblico, gli algoritmi di distribuzione e le opportunità di monetizzazione. Questa posizione dominante permette loro di imporre condizioni spesso svantaggiose, modificando unilateralmente le regole o gli algoritmi, riducendo drasticamente il potere negoziale dei singoli creator.

    Liz Pelly, nel suo libro “Mood Machine” (Hodder & Stoughton, 2025), analizza in profondità come Spotify, la piattaforma di streaming dominante sul mercato, stia ridefinendo radicalmente il valore della musica e la vita degli artisti. Pelly sostiene che Spotify, attraverso i suoi algoritmi e la sua enfasi sulle playlist basate sull’umore (“mood-based playlists”), ha trasformato la musica da un’opera d’arte complessa a una mera “risorsa” per l’automazione, un “pacchetto di dati” da manipolare e riorganizzare per massimizzare il consumo e la pubblicità.

    Secondo Pelly, il primato degli algoritmi di Spotify favorisce una musica che si conforma a parametri specifici, promuovendo suoni mid-tempo, chill o lo-fi che si adattano a playlist per la produttività, il relax o il sottofondo. Questo processo porta a una omogeneizzazione del suono e all’erosione dei generi, spingendo gli artisti a produrre musica che sia “playlist-friendly” piuttosto che intrinsecamente innovativa o rischiosa: non a caso la stessa tesi che ritroviamo in molte parti di Poptimism di Raffa. Gli artisti sono costretti a lavorare per l’algoritmo, adattando la loro creatività ai requisiti di un sistema che valorizza il mood e la fruizione passiva invece che l’ascolto attento e la sperimentazione.

    Questo impatto algoritmico si somma alle dinamiche di sfruttamento della creator economy. Gran parte del lavoro svolto dai content creator è spesso non retribuito o sottopagato, contribuendo al valore complessivo delle piattaforme. Questo lavoro invisibile o mal retribuito rientra nel concetto di “digital labor” analizzato da Christian Fuchs. Attraverso questa attività, gli utenti diventano una “merce-pubblico” (audience commodity) venduta agli inserzionisti, con i content creator che generano il contenuto per attrarre e trattenere questa merce. La loro dipendenza dalla visibilità e dagli strumenti della piattaforma li rende estremamente vulnerabili e alienati dal frutto del loro lavoro. La promessa di successo è spesso una chimera capitalista, un colpo di fortuna indipendente dalle volontà del creator. I dati generati dai content creator che sono quindi, in questo caso, gli artisti (engagement, visualizzazioni, demografia del pubblico) sono una risorsa preziosa per le piattaforme, che li utilizzano per migliorare i propri algoritmi, attrarre inserzionisti e consolidare la propria posizione monopolistica. Questo valore viene estratto senza che i creator ne ricevano una parte proporzionale. In questo sistema, i creator non sono partner paritari, ma ingranaggi di una macchina che estrae valore, trasformandoli di fatto in “schiavi in abbonamento”. Infatti lo spazio, i follower e i contenuti stessi non sono più di proprietà del creator una volta accettati i termini e le condizioni. È di ieri la notizia che molti canali Youtube di creators erano stati hackerati e momentaneamente non disponibili: e se YT un giorno decidesse di chiudere baracca? I nostri prodotti dove finirebbero? Avremmo ancora lo stesso valore?

    L’avanzamento delle intelligenze artificiali generative rappresenta una fase ulteriore e più sofisticata del “capitalismo della sorveglianza” e dell’enshittification. Le IA generative non sono un progresso neutro, ma una manifestazione profonda di questo sistema. Il “Ciclo di Espropriazione” di Shoshana Zuboff si manifesta nell’estrazione massiva e spesso non consensuale di dati (testi, immagini, audio, video) per l’addestramento delle IA. Questa non è solo un’incursione nella proprietà intellettuale, ma anche nella creatività e cognizione umana, mercificando prerogative uniche dell’intelligenza umana. In questo contesto, assistiamo all’emersione di musica generata artificialmente appositamente per ottenere click e presenze su piattaforme come Spotify, spesso con la creazione di artisti fittizi sotto pseudonimi diversi. Queste tracce, spesso prodotte a basso costo e in grandi volumi, sono progettate per essere playlist-friendly e riempire nicchie specifiche negli algoritmi, generando rendite per le piattaforme e mettendo in discussione la stessa nozione di autorialità e valore artistico. Questa pratica, pur non violando sempre direttamente il copyright, mina la sostenibilità economica degli artisti umani e satura il mercato con contenuti “fantasma” che competono per l’attenzione e le royalties, contribuendo a una logica di iper-produzione a discapito della qualità e della remunerazione equa per la creatività umana. Le IA generative, alimentate dal digital labor e dal surplus comportamentale di miliardi di utenti, diventano strumenti per una sorveglianza più pervasiva e una manipolazione più sottile del comportamento umano. Questo solleva interrogativi fondamentali sulla proprietà intellettuale e sul valore del lavoro umano nell’era digitale, evidenziando una nuova forma di accumulazione primitiva basata sull’espropriazione del “surplus comportamentale generativo”.

    In conclusione, è evidente come la creazione musicale e il posizionamento pubblico degli artisti siano profondamente immersi nelle dinamiche delle classi simboliche e del culturalismo digitale. La capacità di un artista di navigare in questo complesso panorama, trovando un equilibrio tra la propria arte e il proprio posizionamento etico-culturale, pur consapevole delle dinamiche di sfruttamento della creator economy –amplificate dall’analisi di Pelly sul ruolo di Spotify e dall’avanzata della musica generata artificialmente– e più in generale dell’avanzamento delle IA generative, è oggi più che mai cruciale per la sua visibilità e per l’accettazione da parte sia del pubblico che dell’industria. A questo si deve opporre l’annosa questione: è forse il successo, l’accettazione, la visibilità una triade a cui ambire tout-court?

  • Creo dentro le piattaforme, dunque sono schiavo.

    27 Maggio 2025

    Da quando ho un podcast sono diventato ufficialmente un content creator.
    Negli anni ho utilizzato i social network sia per scopi privati –con le foto delle vacanze o del matrimonio, come chiunque– sia per scopi promozionali. Se con la band la richiesta di produrre contenuti ad-hoc per le piattaforme è diventata sempre più pressante (e delirante e inappropriata considerata la natura e l’immaginario della band stessa), anche nel mio piccolo ho cominciato a “scendere a patti” con la c.d. creator economy.

    Negli anni ho scritto numerose volte della mia feroce antipatia per la figura dell’influencer, anticipandone il declino narrativo, mentre da qualche tempo abbiamo familiarizzato con il rebranding di queste figure e l’emersione ex-novo di nuove celebrità definite e autodefinite “content creator”. Quelle persone che prima erano delle vetrine antropomorfe ora sono nobilitate dallo sforzo creativo del catturare l’attenzione dell’utenza, in relazione ai sempre più veloci meccanismi di consumo delle piattaforme, il cui fine ultimo –naturalmente– è quello di vendere qualcosa.

    Non dobbiamo afferire solo al gruppo Meta o TikTok, ma anche a Google (“mi raccomando la recensione!” ogni volta che usciamo da una qualsiasi attività commerciale), alle piattaforme per le newsletter come Substack o MailChimp & co (“consiglia un articolo!”) e naturalmente alle piattaforme di streaming musicale e di podcast, di cui avevo parlato qualche giorno fa (e quale miglior autodenuncia se non l’esistenza dell’interfaccia “Spotify for creators”).

    La parola chiave in content creator è la seconda: creazione. Nel 2025 non è possibile immaginare un ragionamento sull’estrazione di valore da parte delle big tech senza trattare l’intelligenza artificiale generativa, il lato della medaglia meccanico della creator economy ed entrambi sintomi di una nuova schiavitù.
    Attraverso le lenti critiche di pensatori come Shoshana Zuboff, Nick Srnicek e Christian Fuchs, emerge un quadro inquietante in cui i content creator assumono le sembianze di veri e propri schiavi digitali e le intelligenze artificiali generative si configurano come l’ultima frontiera del capitalismo della sorveglianza.

    I nuovi schiavi delle piattaforme

    La figura del content creator, spesso idealizzata e presentata come espressione di libertà creativa e autonomia, nasconde in realtà meccanismi di sfruttamento profondi e sistemici. Le piattaforme digitali, che Srnicek definisce “infrastrutture che consentono di raccogliere, analizzare e monetizzare i dati degli utenti”, agiscono come “gatekeeper” che controllano l’accesso al pubblico, gli algoritmi di distribuzione e le opportunità di monetizzazione. Questa posizione dominante permette alle piattaforme di imporre condizioni spesso svantaggiose, modificando unilateralmente le regole di monetizzazione o gli algoritmi, riducendo drasticamente il potere negoziale dei singoli creator (per la musica ci si può riferire a Poptimism di Massimiliano Raffa, Meltemi 2024).

    Il lavoro svolto dai content creator rientra a pieno titolo nel concetto di digital labor analizzato da Christian Fuchs. Gran parte del loro impegno –la produzione di contenuti, l’interazione con il pubblico, la generazione di traffico e dati– è spesso non retribuito o sottopagato, specialmente per i creator emergenti. Questo lavoro invisibile o mal retribuito contribuisce in modo significativo al valore complessivo delle piattaforme. Il confine tra lavoro e tempo libero si dissolve, poiché molti creator vivono la loro attività come una passione o un hobby, sottovalutando la mole di lavoro non retribuito che svolgono per le piattaforme (come dite? nessuno vi paga per il vostro podcast? ahi ahi ahi!). Attraverso questa attività, gli utenti diventano una merce-pubblico (audience commodity), venduta agli inserzionisti, con i content creator che generano il contenuto che attrae e trattiene questa “merce”. La loro dipendenza dalla visibilità e dagli strumenti della piattaforma li rende estremamente vulnerabili e alienati dal frutto del loro lavoro.
    In alcuni casi li rende anche ricchi (in forme di ricchezza più vicine alle vecchia classe media che alla moderna classe dei ricchi, va detto), producendo come effetto secondario lo spirito emulativo di tante persone che ritengono afferrabile questo successo, introiettando la chimera capitalista dello “svoltare”, del farcela. Niente di più e niente di meno che un colpo di fortuna, come abbiamo visto legato a meccanismi indipendenti dalle volontà del creator.

    Per ogni utente di una piattaforma quanti creator ce l’hanno fatta? Per ogni gratta e vinci giocato, quanti sono diventati milionari?

    La rendita da dati, malgrado sia l’aspetto più noioso e sicuramente invisibile, è un’altra forma cruciale di sfruttamento se non, forse, quella a cui sono più interessate le piattaforme che vi sollazzano con le analitiche, ma che di certo non vi cedono lo sfruttamento dell’enorme quantità di dati che elaborano grazie a voi.

    I dati generati dai content creator (engagement, visualizzazioni, demografia del pubblico) sono una risorsa preziosa per le piattaforme, che li utilizzano per migliorare i propri algoritmi, attrarre inserzionisti e consolidare la propria posizione monopolistica. Questo valore viene estratto senza che i creator ne ricevano una parte proporzionale. In questo sistema, i creator non sono partner paritari, ma ingranaggi di una macchina che estrae valore, mentre il loro stesso valore viene mercificato e venduto, trasformandoli di fatto in “schiavi in abbonamento” che pagano una rendita da dati come lavoro non retribuito.
    Quando capita che vi sottraggano una pagina molto seguita che avete aperto alcuni anni fa ricordatevi sempre che quello spazio non è vostro, quei follower non sono vostri, quei dati prodotti non sono vostri e nemmeno il repertorio di contenuti creato è vostro. L’avete ceduto accettando termini e condizioni e indietro non si torna.

    IA generative: la nuova frontiera del capitalismo della sorveglianza

    L’avanzamento delle intelligenze artificiali generative, come analizzato da Shoshana Zuboff, rappresenta una fase successiva e più sofisticata del capitalismo della sorveglianza. Le IA generative non sono un progresso tecnologico neutro, ma una manifestazione più profonda di questo sistema.

    Il “Ciclo di Espropriazione” di Zuboff si manifesta in modo lampante nell’operato delle IA generative:

    1. Incursione (Incursion): La fase più evidente è l’estrazione massiva e spesso non consensuale di dati da ogni angolo del web: testi, immagini, audio, video. Milioni di opere protette da copyright, post sui social media, articoli e conversazioni vengono raschiati (scraped) e trasformati in materia prima per il capitale di sorveglianza. Questa non è solo un’incursione nella proprietà intellettuale, ma anche nella creatività e cognizione umana, simulando la scrittura, l’arte e il ragionamento, e mercificando queste prerogative uniche dell’intelligenza umana.
    2. Abituazione (Habituation): L’integrazione rapida e l’entusiasmo per le IA generative portano a una normalizzazione del loro uso, percepite come normali o addirittura necessarie. Le aziende gestiscono le critiche etiche con promesse di “IA responsabile”, che spesso servono a mantenere la fiducia del pubblico e rallentare la regolamentazione, senza affrontare la radice dell’espropriazione.
    3. Adattamento (Adaptation): Gli aggiornamenti delle IA generative, pur sembrando offrire più controllo all’utente, in realtà rafforzano il meccanismo di espropriazione. I dati continuano a essere usati per migliorare i modelli e i prodotti di previsione, alimentando un ciclo di feedback che perfeziona la capacità dell’IA di modellare il comportamento. La loro profonda integrazione negli ecosistemi digitali aumenta la dipendenza degli utenti e riduce le alternative.
    4. Reindirizzamento (Redirection): Il dibattito pubblico viene spesso reindirizzato sui benefici apparenti dell’IA o su rischi più spettacolari, distraendo dall’espropriazione sistemica dell’esperienza umana. La responsabilità della privacy è spesso imposta all’utente, invece di riconoscere la natura intrinsecamente espropriativa del capitalismo della sorveglianza e delle sue IA generative.

    Le IA generative potenziano le economie dell’azione. Non si limitano a predire, ma intervengono per modellare il comportamento, influenzando opinioni, scelte di consumo e persino risultati politici, andando oltre la semplice previsione per arrivare alla manipolazione e al controllo ambientale. Questo solleva interrogativi fondamentali sulla proprietà intellettuale e sul valore del lavoro umano nell’era digitale, evidenziando una nuova forma di accumulazione primitiva basata sull’espropriazione del “surplus comportamentale generativo”. Numerose dispute legali sono in corso riguardo all’uso di opere protette da copyright per l’addestramento delle IA, e le IA stesse possono produrre output che violano la proprietà intellettuale.

    Verso un Futuro di Controllo e Sfruttamento Potenziato

    L’intersezione tra lo sfruttamento dei content creator e l’avanzamento delle IA generative prefigura un futuro in cui il controllo e l’estrazione di valore da parte delle big tech si intensificano. I content creator, che già operano in un regime di schiavitù digitale mascherata da opportunità, vedono la loro stessa creatività minacciata e riprodotta dalle macchine che essi stessi hanno, indirettamente, contribuito ad addestrare. Le IA generative, alimentate dal digital labor e dal surplus comportamentale di miliardi di utenti, diventano strumenti per una sorveglianza più pervasiva e una manipolazione più sottile del comportamento umano.

    Questo scenario richiede una riflessione critica profonda e azioni volte a resistere a questa deriva. Il pensiero critico di sinistra non può accettare la narrativa dominante delle big tech come forze di progresso neutrale. Al contrario, deve analizzarle come attori centrali del capitalismo contemporaneo, evidenziando le implicazioni di sfruttamento, disuguaglianza, alienazione e controllo. L’obiettivo non è una semplice regolamentazione, ma una trasformazione più profonda dei rapporti di potere, per recuperare autonomia individuale e collettiva di fronte a un sistema che cerca di mercificare ogni aspetto dell’esperienza umana.

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