Elettori renderizzati

In uno degli ultimi video di Roberto Vannacci, il generale chiede a Mattarella la grazia per Mario Roggero, il gioielliere condannato per duplice omicidio, e poi lo “libera” lui, personalmente, tra una folla che esulta, lo abbraccia, piange di gioia. Non è successo, non poteva succedere, e soprattutto: nessuno, guardandolo, pensa che sia successo. Il video è generato con l’intelligenza artificiale, si vede benissimo che lo è, ed è fatto apposta perché si veda.

Sergio stai attento

La reazione ovvia (quella che in questi giorni hanno avuto un po’ tutti) è chiamarla slopaganda e archiviarla come l’ennesima versione italiana del flood the zone di Steve Bannon: inonda il dibattito di roba grottesca, costringi tutti a parlarne, e intanto il tuo partito personale, Futuro Nazionale, resta piantato al sei per cento. Tutto vero. Ma è la lettura tattica, e si ferma un centimetro prima del punto. Perché tratta il video come uno strumento: un mezzo un po’ sporco al servizio di una politica che starebbe da un’altra parte. E invece il video non è al servizio di niente. Il video è la politica.

Partiamo da quello che non fa. Non prova a ingannarti. Le fake news, quelle vecchie, volevano sembrare vere: rubavano l’autorità della fotografia, del telegiornale, del documento. La roba di Vannacci fa l’opposto: è fiera di essere finta, sbava di esagerazione, vuole che tu sappia che è un cartone animato. Il che manda in cortocircuito l’unico anticorpo che a sinistra abbiamo imparato a usare in dieci anni: il fact-checking, lo smascheramento, il “ma guardate che è falso”. Certo che è falso. È il punto. Chi risponde smascherando sta rispondendo alla domanda sbagliata, come quello che al bar spiega al tifoso che la partita “in fondo è solo ventidue uomini dietro un pallone”: formalmente ineccepibile, politicamente già perso.

Se non è nell’ordine del vero e del falso, in quale ordine è? In quello dell’attenzione, che viene prima del pensiero. Il video ti prende sotto la soglia in cui decideresti se sei d’accordo. Quando ti accorgi della reazione (fastidio, ghigno, rabbia, godimento) è già arrivata: non l’hai scelta, ti è stata consegnata pronta. È l’economia dell’attenzione portata al suo esito politico: non ti convince, ti cattura. E una volta che ha catturato ha già preso tutto quello che voleva.

Ma la cosa davvero nuova è un’altra, ed è nella folla. Guardatela di nuovo, la gente che esulta mentre Roggero esce libero. In un altro filmato Vannacci è un imperatore romano che dal Colosseo “condanna a morte” Conte e Schlein davanti alla plebe in delirio. In tutti questi video c’è un popolo, e in tutti questi video il popolo è generato dalla stessa macchina che cuce addosso al generale la toga.

Qui casca l’asino, e casca in un posto interessante. Il populismo ha sempre preteso di incarnare il popolo: io sono voi. I teorici di sinistra, da Laclau in giù, ci hanno passato una vita a spiegare che quel popolo è una costruzione, un effetto del discorso, che “il popolo” non preesiste alle parole che lo nominano. Benissimo: adesso quella costruzione è diventata letterale. Non è più un effetto retorico, è un rendering. Vannacci non deve più riempire una piazza, con tutta la fatica, il rischio e la contingenza che questo comporta: la piazza che potrebbe non venire, che potrebbe fischiare, che è fatta di persone vere con opinioni loro. Gliela genera il software, e viene sempre, ed esulta sempre. Rappresentante e rappresentati escono dallo stesso render. È la rappresentanza che si morde la coda: non c’è più bisogno di rappresentare nessuno, se il popolo lo puoi fabbricare dentro l’inquadratura.

E c’è un ultimo scarto, il più sottile. A cosa serve, di solito, un’immagine politica? A tenere aperto un desiderio: potrebbe essere così. Il mondo giusto che non c’è ancora ma che potresti costruire: la spinta in avanti, il non-ancora. L’azione politica nasce da lì, dalla distanza tra come stanno le cose e come dovrebbero stare. Il video di Vannacci fa l’esatto contrario. Non ti apre un desiderio, te lo chiude. Roggero è già libero, i nemici già condannati, la folla è già in festa: tutto già successo, lì, adesso, sullo schermo. Non c’è niente da costruire perché è già tutto costruito. La macchina esulta al posto tuo, così tu puoi non fare niente: la soddisfazione te la sei già presa guardando. È un desiderio politico che invece di caricarsi si scarica, come una pila che si consuma nello stesso gesto in cui sembrava accendersi.

Ecco perché smascherare non basta, e anzi non c’entra. Non siamo davanti a una bugia da correggere, ma a un dispositivo che sostituisce la politica con la sua immagine già pronta, e lo fa non nonostante sia finto, ma proprio perché è finto, dichiaratamente, allegramente finto. Vannacci è il primo politico italiano che non ha un programma dietro il feed: il feed è il programma. Non un uomo che usa la macchina, ma la forma che la macchina prende quando le chiedi di fare politica.

Così la domanda seria non è come si smaschera Vannacci. È cosa resta della rappresentanza quando anche i rappresentati si possono renderizzare: quando la piazza non serve più, perché il software te ne consegna una che non fischia mai. Non ho una risposta consolante. Ho il sospetto che la stiamo cercando con gli strumenti sbagliati: gli stessi con cui si smonta una foto ritoccata, mentre il problema sta un paio di livelli più in basso.


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