Bad Bunny e il pubblico in costume da latino

Mentre scrivo, Bad Bunny sta girando l’Europa. Madrid a giugno, poi Parigi, Stoccolma, chiusura a Bruxelles. Negli Stati Uniti, invece, non ha messo piede: zero date, per sua scelta dichiarata, perché teme che l’ICE aspetti i suoi fan latini fuori dai palazzetti. Vale la pena fermarsi un secondo su questa geografia, perché dice già tutto. Il tour che porta in giro il disco più portoricano, più anticoloniale, più “questa è la mia isola e ve la state mangiando” del decennio salta di proposito il posto dove i portoricani vivono davvero, per non farli deportare, e atterra da noi. In Europa. Nel continente dove nessuno, ballando, rischia niente.

Con silenciador les robamo’ las gata’

E qui comincia la cosa che mi interessa, che non è Bad Bunny che come diciamo a Bologna è un buon cinno, siamo noi. Perché noi, pubblico europeo, che a quei concerti ci andiamo come un italiano andrebbe a una festa in maschera vestito da latino. Ci mettiamo il costume. Mi è venuto in mente parlandone con il mio amico Hamilton Santià: l’occidentalizzazione di Bad Bunny non è Bad Bunny che diventa occidentale. È l’Occidente che riesce a consumare persino il suo anticolonialismo e a restituirlo a Milano o a Berlino come perreo party. Non è lui che si snatura. È la macchina che ha un solo formato disponibile per l’alterità, quel formato è la maschera.

Partiamo dal gesto, il perreo. È il ballo del reggaeton, uno dietro l’altra – bacino contro sedere – e si chiama così da perro, cane: è il ballo a cagnolino. Nasce negli anni Novanta nei quartieri poveri di Porto Rico, roba di strada, sessuale, nera, censurata sull’isola, con tanto di retate della polizia contro quella che chiamavano música negra. Un gesto nato criminalizzato, dal fondo del barile, che noi eseguiamo come un passetto esotico e simpatico in mezzo ad altri. Lo balliamo, tra l’altro, su Lo Que Le Pasó a Hawái, che è una canzone su come il turismo e i fondi immobiliari ti sradicano da casa: una cacciata di casa ballata felicemente proprio dai turisti contro cui è scritta, piña colada in mano.

Qualcuno obietterà: hai detto “latino”, ma il latino generico non esiste. Esatto, è precisamente il punto. Non è un mio errore, è come è fatto il costume. Lo sguardo europeo prende il jíbaro portoricano, il cholo messicano, il narco, il reggaetonero, il migrante e li impasta in un unico significante indistinto, “latino”, che non corrisponde a nessuno da nessuna parte. È un simulacro, una copia senza originale. Non ci travestiamo da qualcosa di reale: ci travestiamo da un’immagine che abbiamo costruito noi e che dall’altra parte dell’oceano non ha nessun referente.

Si potrebbe pensare che tutto questo riguardi solo il pubblico europeo con lo sguardo del colonialista e che al netto di noi l’origine resti pura, intatta, laggiù. Non è così. E per dimostrarlo basta un oggetto solo, il cuore scenico dello show: la casita.

La casita è una casetta. Sul palco di Bad Bunny ce n’è una, rosa, ricostruita perfetta, ed è il secondo palco, il centro emotivo del concerto. Per capire cosa significa la casita bisogna sapere da dove viene. La casita nasce come la casa dei senza terra. Anni Venti e Trenta del Novecento: dopo che gli Stati Uniti si prendono Porto Rico nel 1898, arrivano le compagnie dello zucchero e la gente viene espulsa dalla propria terra. Chi resta si costruisce baracche di legno con quello che trova, con gli scarti. Costruirle era illegale, ma una legge stabiliva che una casa, una volta completata, non potesse più essere demolita. Così le tiravano su in una notte. È la casa che ti costruisci sulla terra che non è tua, esattamente perché la tua te l’hanno portata via (sounds familiar, vero?).

Poi questa casa emigra. Anni Settanta, il Bronx che brucia. I portoricani di New York si riprendono i lotti abbandonati pieni di macerie e ci ricostruiscono le casitas. Una in particolare, Rincón Criollo, la “Casita de Chema”, tirata su da José Soto e dai vicini su un terreno che non era loro: una cinquantina di persone a prendersi un pezzo di città che non possedevano. E lì dentro facevano di tutto: musica, cibo, feste, ma anche comizi, organizzazione politica. La chiamavano, testualmente, clubhouse. La casa comune di chi una casa non ce l’ha.

Gianni Minà, Muhammad Alì, Robert De Niro, Sergio Leone e Gabriel Garcia Marquez

Adesso questa cosa qui la ricostruiscono sul palco. Bellissima, disegnata da architetti portoricani, costruita da maestranze locali. E cosa diventa? Diventa la zona VIP. Il patio della casita, sera dopo sera, si riempie di LeBron James, Mbappé, Penélope Cruz, Javier Bardem; alle date spagnole ci hanno fatto salire Lamine Yamal e mezzo Barça. La clubhouse dei senza casa è diventata la clubhouse delle persone più abbienti del pianeta. Stessa parola, dal Bronx al palco, ma il contenuto di classe si è ribaltato di centottanta gradi. La casa che costruivi perché non possedevi niente è diventata la stanza in cui entri solo se possiedi tutto.

E non è finita, perché c’è un secondo filtro, emerso proprio durante le date spagnole. Più testate lo hanno raccontato e parte del pubblico lo ha denunciato: ci sarebbe uno staff che percorre il parterre prima e durante il concerto e sceglie chi sale nella casita: soprattutto ragazze giovani rispondenti ad un determinato canone di bellezza. Il team dell’artista non ha dato spiegazioni ufficiali e lo stesso BB ha provato a svicolare goffamente, quindi la faccenda resta, sul piano dell’intenzione, un’inferenza degli spettatori, e c’è pure chi la ridimensiona. Ma a me il processo a Benito non interessa farlo: non so cosa ci sia nella sua testa e, sinceramente, non mi serve saperlo. Mi interessa un’altra cosa, che regge a prescindere da chi ha ragione: per entrare nella casa del popolo, oggi, devi fare un provino: o sei ricco sfondato o sei bella secondo il canone. Il censo o l’aspetto. E nello stesso identico momento, quella casetta rosa il pubblico la usa anche per protestare contro il caro affitti, appendendoci gli striscioni. Così, contemporaneamente, la stessa casa è quattro cose che si contraddicono: il monumento all’abitare popolare, la lounge di Mbappé, la stanza a selezione estetica e lo stendardo contro gli sfratti.

Qui ci sta il punto del discorso e incredibilmente non c’è nemmeno un cattivo. Il punto è che la forma, il concerto-piattaforma, non ha anticorpi: ci fai passare qualsiasi cosa. Ci metti dentro il simbolo più radicale, più anticoloniale, più comunitario che esista, la casa dei senza terra e la macchina te lo restituisce come lounge a numero chiuso con la selezione all’ingresso. E tutto questo è già successo lì, a San Juan, dentro l’evento più autentico e più boricua di tutti, prima che un solo europeo si mettesse il costume. Non c’è un’origine pura che noi arriviamo a sporcare dopo. La conversione è già completa alla fonte.

Tenendo bene a mente che la macchina gira già così a casa sua, torniamo a noi. Perché la parte più istruttiva è quello che siamo noi, visti da fuori. Noi andiamo al concerto di Bad Bunny vestiti da latino esattamente come gli americani vengono in Italia vestiti da italiani. Ci avete mai fatto caso? Arrivano con il cappello che non si capisce da dove esca, i pantaloni larghi a palazzo, il gilet o la giacchetta, il baffo, la camicia in lino: un’idea di italiano cucita con i film, con Super Mario, con Stanley Tucci che gli rivende la Toscana o l’Umbria appezzamento dopo appezzamento, che però non corrisponde a nessun italiano vero incontrato in vita nostra. E noi li guardiamo – gli americani – e ridiamo e facciamo bene. Perché la caricatura, quando l’oggetto siamo noi, la riconosciamo in un secondo. È lampante, è ridicola. Poi però lo stesso identico gesto lo giriamo verso Puerto Rico, ci infiliamo il costume e non lo vediamo più. Lo sguardo è cieco solo quando parte da noi.

E qui l’unica differenza è quella che conta davvero, ed è materiale. Quando gli americani si travestono da italiani è folklore, è kitsch, è innocuo, perché l’Italia non è la colonia di nessuno, non c’è una ferita sotto il costume. Quando noi ci travestiamo da portoricani balliamo sopra uno sradicamento vero, sopra un’isola che è ancora un territorio non incorporato degli Stati Uniti, sopra la gente che raccontata in Lo Que Le Pasó a Hawái. Stesso gesto, peso completamente diverso, per via del potere che c’è sotto.

A questo punto la tentazione è dire: che pubblico di merda, che hipster falsi, che colonizzatori inconsapevoli. E qui mi fermo, perché quella è la strada sbagliata. È la strada morale, ed è precisamente quella che il capitalismo ti suggerisce di prendere per non guardare la struttura. I fan non hanno sbagliato niente, non hanno scelto niente. Non sono cattivi né ignoranti. È che il mercato ha un solo formato per la differenza, e quel formato è la maschera. Puoi fare il disco più radicale, più antimperialista dell’anno: la macchina delle piattaforme e dei festival te lo restituisce impacchettato come perreo party. Non conta cosa ci metti dentro. Il contenitore trasforma tutto in costume.

C’è una pagina di Žižek che sembra scritta apposta. Lui parla di interpassività: l’idea che qualcun altro goda al posto tuo, creda al posto tuo, senta al posto tuo. Ecco, Bad Bunny è autenticamente portoricano al posto nostro. Ci pensa lui a essere radicato, colonizzato, sradicato; noi ce lo godiamo da fuori, a distanza di sicurezza, senza nessuna delle poste materiali. Senza la colonia, senza lo sfratto, senza lo status migratorio. Il costume è esattamente questo: l’alibi che ti permette di goderti l’autenticità di un altro senza doverla mai pagare.

E poi mettersi quel costume è capitale culturale. È il modo di dire “io il reggaeton lo ascolto, ma quello giusto, quello politico, quello di Benito che sfida Trump”. Il cosmopolitismo come distinzione: ascolto la periferia del mondo, dunque sono più avanti di te.

E allora la domanda con cui chiudo non è “come facciamo a consumare in modo più giusto”, perché non esiste, è una domanda finta da ciarlatani del pensiero. La domanda è che cosa dice di noi, del vecchio continente, il fatto che quell’isola torni sempre da noi come merce. Perché Puerto Rico non si chiama così in nessuna lingua indigena. Puerto Rico è spagnolo, “porto ricco”, il nome gliel’ha appiccicato Colombo nel 1493. Il nome vero dell’isola, quello dei taíno, era Borikén, ed è per questo che ancora oggi i portoricani chiamano se stessi boricua. Il nome con cui noi conosciamo quell’isola è già il marchio che ci hanno inciso sopra i conquistadores: un porto da cui l’Europa estrae ricchezza.

E attenzione, non sto dicendo la stupidaggine che noi italiani abbiamo colonizzato qualcuno. I conquistadores erano spagnoli e portoghesi, e i nostri avi semmai su quelle navi ci finivano come carne da lavoro, da colonizzati economici, non da colonizzatori. Non è la stessa gente. È la stessa rotta. Cinque secoli fa portava zucchero, oro e corpi dalla periferia coloniale al centro europeo. Oggi porta immaginario, autenticità, perreo. È cambiato solo il carico. L’hanno chiamato porto ricco e cinque secoli dopo quell’isola continua a esportare ricchezza verso di noi, solo che adesso la ricchezza da estrarre è la sua stessa anima, impacchettata come festa.

Non ho una morale. Però la prossima volta che dite Puerto Rico, ricordatevi che quel nome non è il suo. Il suo nome era Borikén.


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