
Continuare a guardare alla musica come ad una semplice espressione artistica e non come un prodotto da cui si estrae valore economico e affettivo, in maniera sempre più spregiudicata e deteriore è nella migliore delle ipotesi ingenuo e, nella peggiore, una collusione.
I grandi eventi fino a questi raduni oceanici non producono alcun tipo di comunità per chi li vive o ricchezza per i luoghi che occupano. Quello che succede è l’impossibilità di accedere ad una esperienza che era stata promessa come comunione e che si consuma invece come solitudine di massa.
Perché una folla non è una comunità. Duecentocinquantamila persone nello stesso campo, sole col proprio telefono, troppo lontane per vedere, troppo lontane per sentire, incapaci persino di capire se sul palco ci sia davvero qualcuno che canta… Non è stare insieme: è stare accanto. La ragazza dice “pare una festa di paese” come se fosse un insulto rivela esattamente il contrario. La festa di paese, quella vera, la comunità la produce eccome, perché è fatta di prossimità, di partecipazione, di persone che si riconoscono. Questo ne è la replica gonfiata a dismisura e svuotata proprio di quella cosa lì.
Quello che resta, alla fine, non è un ricordo condiviso: è una frustrazione privata, moltiplicata per il numero dei biglietti venduti. Si torna a casa un po’ più soli di come si parte, con la sensazione di essersi persi la cosa per cui si era lì. E l’unica consolazione che il dispositivo sa offrire è di riconsumare l’evento altrove e meglio – in differita, in TV, sul divano – oppure l’anno prossimo, con un altro biglietto.
Non è un incidente, è il prodotto. Il grande evento non distribuisce comunità: distribuisce solitudini e un po’ di infelicità a testa, su scala industriale. La favola era sulla locandina o nell’adv o per quella minoranza che era nei pressi del palco.
Nel campo c’è la tragedia che, come nota senza volerlo la madre, resta l’unica parola esatta.