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Qualcuno con cui scrivere

  • Il capitale musicale (pt.2)

    13 Maggio 2024

    Alcuni giorni fa Italian Review ha pubblicato una mia riflessione sullo stato del lavoro culturale nella musica, lo trovate qui. Provo ad espandere alcune considerazioni legate perlopiù alla vita dell’artista.

    A fine aprile The Guardian ha pubblicato un articolo che indaga la non sostenibilità economica della vita artistica nel mondo musicale: il rapporto tra costi e incassi, analizzando i tour di alcuni artisti medio-piccoli, è sconfortante. Budget che vengono chiusi con perdite da qualche centinaio ad alcune migliaia di Pounds e act che si domandano se abbia senso continuare o meno l’attività artistica. Persino chi vince premi e si imbarca in tour mondiali, senza essere Taylor Swift, chiude in passivo mentre viene detto loro che “è normale”. Chiaramente non dovrebbe esserlo.

    In Italia il lavoro nella musica dal vivo non è molto distante da queste analisi. Da anni si ripete l’adagio per cui la principale fonte di reddito dell’artista sarebbero i concerti, ma quali concerti? Per quali artisti?
    Senza prosciugare le tasche dei promoter e del pubblico, un tour di 7/8 mesi con la mia band è sufficiente a coprire una finestra economica ampia poco più del tour stesso. Siamo i principali datori di lavoro che conosca: paghiamo agenzia, management, crew, noleggi, spese di tour, amministrazione ed infine noi stessi (con una tassazione irreale del 37%, grazie welfare state). Riusciamo a camparci perché abbiamo avuto fortuna e capacità nel costruire una carriera di oltre dieci anni, ma chiuso un tour iniziano altre attività lavorative. A me va bene, non sono interessato ai soldi delle major: so che mettermi in tasca un enorme anticipo fotterà definitivamente il sistema di produzione culturale.
    Cosa che già succede, sistematicamente: l’aumento spropositato del costo dei biglietti dei concerti è una curva escludente. Seconde o terze generazioni di migranti, classe lavoratrice, fasce di pubblico deboli economicamente vengono tagliate fuori dal consumo culturale della musica. L’assenza di “ricambio generazionale” o di allargamento della platea d’età passa anche tra queste valutazioni.

    Più sarà alto il vostro biglietto, più il vostro pubblico sarà vecchio.
    Il consumo della musica nella famosa fascia 16-24 è un consumo digitale, se vi guardate attorno ad un qualsiasi concerto capirete quanto la demografia sia sbilanciata over35.

    La retorica del grande evento (sia concerto di artista singolo o festival) è l’unica che il mass market recepisce e consuma, decretando la progressiva chiusura per assenza di pubblico di venue sotto le 500 persone di capienza e la sempre più alta soglia di realizzo per tutti quegli artisti che chiamiamo emergenti, ma che sono di fatto la maggioranza numerica e la minoranza economica.
    La forbice tra il vincitore che prende tutto e “ciò che resta” è sempre più grande.
    Le persone sono sempre più interessate a ciò che sembra essere imperdibile rispetto alla costruzione di un pacchetto di passioni da seguire attivamente.

    Una responsabilità di questa deriva è anche in casa mia. Nel quinquennio che va dal 2017/2018 a circa il 2023 tutto quello che era il mondo delle etichette indipendenti è diventato il bacino di pesca delle major che, valigetta in mano, sono arrivate alla carica e che il c.d. mondo indipendente non ha esitato ad accogliere a braccia aperte. Accoglienza che, vista solo da un profilo economico, poteva essere di grande utilità, ma che poi ha prodotto un disinteresse parziale o totale per lo scouting e la ricerca di nuovi artisti da pubblicare, disinvestendo sul modello (fragile, ma consolidato) della costruzione di alternativa ad un mercato discografico legato alle sole logiche di profitto e visibilità.
    La stragrande maggioranza di quelle che prima erano etichette indipendenti impegnate nella costruzione di un discorso pubblico, la creazione di immaginario e l’emersione di un senso artistico, si sono trasformate in management e, per statuto e missione dell’attività di management, si è passati a seguire e promuovere la crescita (continua, costante, obbligata, capitalistica) di ciò che già si aveva in casa.

    Ciò che prima era filosoficamente alternativo è stato sussunto e si è trasformato in attore del mercato.
    L’agency dell’indipendente è andata dissolvendosi.

    Della distribuzione digitale e del suo ruolo in questo cambio di paradigma ho già detto nell’articolo per Italian Review: le possibilità di emergere in una logica distributiva che utilizza la musica come strumento finanziario sono pari a zero.
    In accoppiamento a questo c’è anche il ruolo della promozione attraverso i social network, che sono a loro volta dei gatekeeper in cui speriamo di vincere la lotteria e di ottenere un post virale. O paghiamo sperando che questo succeda. Ogni piattaforma parla solo a sé stessa, eccetera, eccetera. Anche in questo caso la frammentazione totale e l’impossibilità di costruire un discorso ad una platea disomogenea ma larga –come succedeva con i media del ‘900– ha portato a veicolare l’attenzione verso ciò che già funziona, nel binario di quanto detto prima dei management, ma questa volta dal fronte dell’utenza.

    All’interno di queste analisi esistono mosche bianche, eccezioni, appassionate e appassionati che si muovono autonomamente, ma che a loro volta combattono contro questo infinito frazionamento e questa infinita capitalizzazione della musica. Perché, e questa è una pura speculazione nichilista, se fino a 10 anni fa potevo pensare che c’era posto anche per Lo Stato Sociale dove già sedevano altri artisti, adesso, seguendo queste logiche, dovrei combattere perché nessun altro si sieda al tavolo: in un mercato puramente concorrenziale come quello che si è venuto a creare (e che abbiamo corroborato) l’emersione del nuovo è l’erosione di ciò che è già mio.

    Non dedicherò più di una frase invece alla folta e nutrita schiera di artisti e artiste che riempiendosi la bocca di parole come “diritti” sono testimonial di brand che affamano e desertificano il mondo, che spingono sempre più in alto l’asticella del capitale e della disuguaglianza (un pensiero a quell’artista che dopo l’elezione di Giorgia Meloni scrisse “Ora inizia la resistenza” e poche ore dopo pubblicò un adv per un noto bran di moda: LOL).
    Dieci, cento, mille volte meglio l’influencer di borgata che pubblica un libro o il comico cringe pure un po’ di destra, almeno giocano con il proprio culo, ma la trasformazione in vetrina di persone che poi cercano di spiegarci come il mondo sia ingiusto è davvero l’ultimo sintomo di una svendita completa del lavoro nella musica.

    Kevin Kelly di The Technium, molto tempo fa, ha scritto un bellissimo e illuminante articolo intitolato 1000 true fans. Leggetelo, ma intanto lo riassumo rozzamente: in un’ottica di produzione indipendente è sufficiente (e preferibile) avere 1000 persone che ti seguono davvero rispetto ad ambire alle decine di centinaia di migliaia o di milioni.

    In una produzione culturale in mano a colossi finanziari ciò che resta per l’artista è sempre più piccolo. Spesso mi chiedo: che senso ha cedere una fetta dei miei diritti sulla mia stessa musica (dunque sul mio lavoro) a fronte di un incasso molto basso al netto di tutte le suddivisioni e le tassazioni che questa somma deve affrontare? E questa cessione vedrà poi un reale investimento da parte della major o sarà solo un modo per rimpolpare un catalogo e avere dunque maggior potere di trattativa con la distribuzione per poter agire meglio le proprie strategie sugli artisti di punta? E le c.d. royalties sono realmente commisurate, nel lungo periodo, al valore che riconosco al mio ingegno che è stata la scintilla a mettere in moto tutta questa faccenda?

    Ad ognuno la propria risposta, ma riportare all’interno della propria persona (o della propria band) il percorso produttivo permette di guardare con più agio a quanto scrive Kelly e di utilizzare –qualora se ne presenti l’occasione– il mondo major solo ex-post pubblicazione o organizzazione dei tour, senza mai cedere definitivamente, ma facendo leva sui risultati ottenuti in autonomia. Possiamo pensare di garantirci un buon profitto dalla nostra arte se e solo se rimaniamo noi i primi sfruttatori economici della vendita della nostra stessa arte. Sempre che la si voglia vendere, s’intende.

    L’aver preso per scontato e necessario il percorso di produzione massificato, interpretandolo con le regole suggerite dalle corporate mondiali, non ha solo messo in crisi la filiera produttiva (che sembra sempre qualcosa di qualcun altro, mentre è il nostro lavoro), ma ha eroso larghissima parte dello spazio di manovra entro cui poter puntellare la propria autonomia, rimanendo padroni di ciò che si produce e, come suggeriva Marx, dei mezzi di produzione.

    Ci sono molti modi per farlo, magari ci penso un altro e po’ e poi ve ne parlo.

  • Che fare?

    12 Maggio 2024

    Una breve riflessione legata all’organizzarsi, Zerocalcare e la Palestina

    Ho guardato con un mix di sollievo e rabbia l’uscita di Zerocalcare dalle mura del salone per rimettersi in mezzo alle persone che manifestavano. Quando L’Espresso titolò forzosamente “l’ultimo intellettuale” fece un torto (piccolo) a Michele Rech e uno (più grande) a chi lavora nella cultura e ogni giorno cerca di mettere assieme le attività “dentro le mura” e “nelle piazze”, che sono due luoghi dell’anima e della pratica. Sono due luoghi in cui si va avanti solo organizzandosi, rispondendo alla famosa domanda “che fare?”.
    Zerocalcare ha -in maniera chiara- sottolineato questo semplice concetto pratico, ha preso la sua faccia e il suo zainetto ed è andato dove le persone si erano organizzate per spingere il mondo un po’ più in là, per qualcosa di più grande di noi.

    Queste cose più grandi di noi che alle volte, da soli, non sappiamo quali siano, ma la fortuna vuole che ci sia qualcuno che vede in maniera più lucida. Capita anche che quel qualcuno siamo noi. Non una leadership, ma la consapevolezza di avere accanto al proprio gomito qualcuno che ci integra, ci sostiene e in definitiva si fida. Un gesto che è sia figlio di un’enormità razionale, ma anche di uno slancio irragionevole, qualcosa di simile ad un gesto di fede.

    Il mondo attorno e la mia storia personale mi hanno nutrito di rabbia per troppe ingiustizie e diseguaglianze viste e vissute. Il sostegno al popolo palestinese è la sineddoche costruita su larghe fondamenta di precariato, instabilità economica, emergenze abitative, lavoro povero quando non assenza stessa di lavoro.
    Un quadro interpretativo, di questo ho avuto bisogno. Zerocalcare corrobora l’emersione della necessità di avere un quadro interpretativo che permetta di rispondere per sé in una direzione pubblica e collettiva.

    E dunque evviva organizzarsi, evviva cercare e trovare l’organizzazione più prossima alle nostre esigenze, alle nostre vite e infine, come suggeriscono da GKN, convergere.

    Niente di più e niente di meno che evitare la trincea nel proprio orto, nel proprio salone.

  • Vasto

    27 aprile 2024

    Arianna sbaglia a selezionare la destinazione sul navigatore e io mi faccio rodere il culo, resto in controllo e le dico che tornare indietro invece che risalire la costa non ha senso. Mi dice: “è inutile che fai questa scena sono anni che lo sai che io non so orientarmi”. Ha ragione, quindi accosto e punto il navigatore dove dobbiamo andare, solo che ad una rotonda segnalano un’azienda agricola che vende vino e penso “vedrai hanno anche l’olio”, solo che lo penso a voce alta e Arianna dice di seguire l’indicazione, contravvenendo ai diktat del gps che inizia le sue routine di ricalcolo per farci tornare sulla strada giusta.

    Per un paio di chilometri non c’è indicazione che regga e andiamo a caso, poi una freccia e sinistra e un altro paio di chilometri di vigne, ulivi e poderi, poi un’ultima indicazione che ci spinge davanti ad un cancello chiuso. L’ennesimo dopo averne incrociati almeno un paio verso cui avevamo riposto le nostre speranze.

    Rimetto in moto l’auto e torno a guardare le indicazioni, un po’ sconsolato e un po’ rapito dal mare in lontananza che sporge alla fine di questo infinito declivio coltivato. Appare un trattore con sopra il suo contadino con cappello d’ordinanza, mi faccio sulla destra per agevolare il passaggio e poi penso che non mi stanno bene i cancelli chiusi. Volevo dell’olio, chiederò  dove prenderlo.

    • quanto te ne serve? -mi fa lui spegnendo il motore del trattore.
    • Cinque litri -faccio io, mezzo metro più in basso sulla mia auto da fighetto di città.

    Ci pensa un attimo e poi ci dice che ce lo da lui, di seguirlo e che dopo cinquecento metri saremmo arrivati.

    Faccio inversione e lo seguo, pieghiamo a sinistra in uno dei cancelli davanti cui eravamo passati e il trattore lascia il suo odore mentre appare la casa su due piani nel cui cortile attende un’anziana su una sedia a rotelle con una rosa in mano.
    Spengo il motore alla fine del vialetto e Arianna è la prima a salutare, da straniera in casa altrui e spiegare che eravamo lì perché lui -di cui non sapremo mai il nome- ci ha detto che l’olio ce lo dava perché avevamo trovato tutto chiuso.

    Così ci impicciamo della vita altrui, in questa fetta di terra a pochi chilometri a nord di Vasto, completamente dedicata al lavoro agricolo. Ci impicciamo a vicenda, perché anche l’anziana è interessata a questi due piombati nel suo cancello di casa e viene interrotta solo dall’apparizione di una bambina mora che sgattaiola giù dalla scala, seguita dalla nonna che ci saluta dal secondo piano e dalla più piccola di casa che senza timore scende gli scalini. Perché non ci sono estranei nel cortile di casa tua, immagino che pensi.

    Così facciamo conoscenza con i presenti e con gli assenti, il padre delle due creature che fa il cuoco in un albergo in centro a Vasto, che è molto bravo, così bravo che il piatto preferito della sua figlia più grande, cinquenne, sono le patatine.

    Poi riappare l’uomo del trattore, con la latta da cinque litri, che ha riempito con 4,5kg di olio -che lui lo pesa- ed è un olio “fatto con più olive, non solo le leccine… che hanno un sapore un po’… che a noi piace di più così”. Gli dico che mi fido della sua ricetta e chiedo quant’è, mentre Arianna dice cose che non sento rivolgendosi all’anziana bisnonna, alla nonna, alle nipoti. Tutto nel corso degli eventi, tutto come se l’ingresso di sorpresa pochi minuti prima non fosse mai avvenuto siamo anche noi in questo cerchio magico di quatto generazioni.

    Poi io stringo la mano all’uomo del trattore che è diventato l’uomo dell’olio e l’anziana regala ad Arianna il fiore che aveva in mano fin dal nostro ingresso. Ci salutiamo promettendoci che saremmo tornati, se non lì, lì attorno, che ci sono un paio di bed & breakfast. Ci avevamo fatto caso anche noi mentre andavamo a caccia di un cancello aperto.
    Saliamo in auto, metto in moto ed esco in retromarcia dal vialetto, con la signora sulla sedia a rotelle e la nipote più piccola che agitano la mano e anche noi salutiamo con la mano fuori dal finestrino.

    Il cancello si richiude e comincia questa storia.

  • 25 aprile

    25 aprile 2024

    Vorrei iniziare con qualcosa di banale, ma non scontato: buon 25 aprile a tutte e tutti.

    Siamo molto contenti di essere qui, oggi, nel 2024, in anni in cui è difficile pronunciare la parola pace, la parola partigiano, la parola resistenza.

    Oggi, che è la festa della liberazione dal nazi-fascismo ed è la festa più importante assieme a quella del Primo Maggio, vorrei condividere con voi una cosa stupida che ho pensato poco tempo fa: Benito Mussolini è stato un provincialotto romagnolo che ha trovato fortuna a Roma e si è fatto fregare a Milano. Una parabola che, se uno straniero mi chiedesse oggi com’è la vita di un italiano medio, gli risponderei così: pensi di essere furbo e finisci appeso in pubblica piazza. Succede.

    A me dispiace parlare di furbi e non furbi, perché una cosa che ci insegna la resistenza è che non si può pensare di dividere il mondo in due parti nette.

    Molte persone che blaterano in tv, sui giornali, dentro l’internet, spesso commettono un errore –per non dire che ignorano la storia– quando dicono che sono stati i partigiani a dar vita alla guerra civile. E io, che ormai sono un adulto, vorrei fare la faccia seria e chiedere loro di ripetere questa strana teoria per cui i venti anni di regime sono scomparsi dall’equazione. Questa strana teoria per cui la resistenza è nata così, per caso.

    Per vent’anni il regime fascista, supportato dalla monarchia, ha fatto quel che gli pareva: uccidendo, incarcerando, torturando, schiacciando il paese e dunque il popolo. La resistenza nasce, tra dittatura e guerra, dopo ventitré anni e secondo me hanno pazientato anche troppo, i partigiani.

    Mi arrabbio. Poi mi passa.

    Si fa spesso l’errore di contrapporre il bene al male, io penso non sia così facile. Penso sia davvero difficile decidere chi e cosa è bene o male, penso che la forza nel voler stare dal lato dei giusti sia proprio avere tra le proprie carte una grande varietà di emozioni e comportamenti, anche duri, anche radicali come imbracciare un fucile, ma avere nell’altra tasca un biglietto che ti ricorda che finita la guerra poi la pace bisogna costruirla. E sei tu il primo a dover fare un passo per reinserire in società chi ha perso e si sente escluso, sei tu il primo a dover immaginare una società in cui nessuno si senta escluso, una società dove sia sconveniente militare in quel grande minestrone d’odio che è, il razzismo, la xenofobia, il fascismo.

    Il professore Alessandro Barbero, in una delle sue famose lezioni, dice che è sbagliato pensare che con la fine della guerra d’improvviso tutti fossero diventati democratici e repubblicani. Io accetto l’inestricabile complessità del mondo e non penso che siamo qui a dire per la settantanovesima volta che noi eravamo perfetti perché abbiamo avuto ragione. Noi abbiamo avuto e abbiamo ragione perché siamo il lato che ha saputo essere garantista, pietoso, inclusivo persino nei confronti di chi fino al giorno prima era nemico, non solo d’opinione attraverso un social, ma fisicamente, militarmente, a costo della vita.

    L’orrore della guerra non sarebbe mai finito con il lieto fine in cui ancora oggi viviamo se non fosse stato per la lungimirante umanità che ha permesso alle stesse persone riunite qui di vedere le cose per come sono, con un filtro ideologico fiero: un’ideologia che ha la forma di chi non nega, non opprime, non esclude.

    Festeggiare il 25 aprile rappresenta festeggiare un percorso, non solo un momento, non solo quel 25 aprile 1945, ma la strada che si è aperta da quel giorno e che permette di essere bianchi, neri, gialli, alti, bassi, maschi, femmine, trans, ciechi, sordi e pazzi e ogni sfumatura in mezzo.

    E di votare liberamente. Anche partiti di destra, anche partiti di destra non bellissimi, roba scoraggiante. Ecco cosa significano 79 anni di 25 aprile: essere liberi di essere come pensiamo sia giusto essere. Oh, Mica poco.

    Una lezione etica e morale che, secondo me, è importante sottolineare ancora oggi: da qui, noi sappiamo riconoscere il male, ma non accettiamo e non accetteremo di dividere il mondo in due, perché dividerci è ciò che vuole il male stesso e noi, a questo, resisteremo.

    Grazie mille, buona serata, buon 25 aprile.

  • Fanculo!

    24 aprile 2024

    inedito, estratto dalla versione estiva “Qualcuno con cui parlare”

    Fanculo i ricchi!
    Fanculo il loro potere!

    Fanculo la loro capacità di ricattarti dove sei più debole: sui soldi, sull’affitto, le bollette, un aperitivo per illuderti di non essere un poveraccio. Non essere tra gli ultimi, ma solo tra i penultimi.
    Fanculo! Ricchi di merda!

    Fanculo questa tristezza e un’altra sigaretta per guardare quanto è alto il balcone, se salti almeno la fai finita. Quelli lì, i ricchi, si deprimono se il mondo non gli vuole bene, poverini! Io al mondo gli faccio schifo e in più devo lavorare, lavorare, lavorare! Che merda!

    Non la voglio più mangiare la merda! È tutta la vita che mangio merda senza scelta, quella che arriva io me la mangio! Pensate che stronzo che sono, manco la merda posso scegliermi!

    La testa di quelli lì, dei ricchi, è una testa a cui piove sopra, si bagnano i capelli, gli viene il raffreddore, poverini!

    La mia testa è un posto in cui piove dentro fino a scolare in gola e riempirmi i polmoni e strozzare. Vorrei avercelo io il raffreddore: mi prendo il vostro raffreddore e voi vi prendete il mio peso nel petto!
    Poverini! Siete proprio poverini voi ricchi!

    Davvero, ammazzatevi, fate un’ecatombe, fateci una cortesia: non mi mancherete.

    Fanculo quelli con la casa comprata dai genitori,
    con la casa comprata dai genitori del fidanzato, della fidanzata,
    chi non ha mai avuto il pensiero per un affitto, per una rata,
    a chi non ha mai avuto un debito.

    Fanculo chi eredita i soldi, i muri, i lavori. Voglio vincere al Superenalotto anche io!

    Fanculo a chi vuole spiegarmi cos’è il mondo con il portafogli gonfio di famiglia. Il 90% sono donne culturalmente di destra che sfruttano le delle persone marginalizzate. Siete letteralmente il capitalismo. Fanculo anche voi

    Fanculo a chi abita nei centri storici e da tutta la vita ci insegna come stare al mondo.
    Quelli con le Clark’s con orgoglio o vestiti alla Caritas per vergogna. Fate una vita di prossimità e non uscite mai dal solito chilometro quadrato: nel dizionario vi trovano sotto la voce “nazisti dell’Illinois”. Il giorno che vi svegliate freddi vi facciamo un applauso.

    Fanculo i fratelli maggiori: professionisti avviati, stimati avvocati, consulenti rispettati, chini sul profitto che giocano a fare i caporali con il culo degli altri.

    Fanculo gli studi, gli studi associati, i coworking, gli incubatori d’impresa, le imprese etiche, ma i profitti sono i loro.

    Fanculo agli artisti. Sì, fanculo questa inutile retorica per cui l’artista è un ragazzo sensibile: aprite gli occhi, siamo tutti mostri egomaniaci interessati solo ai soldi. Siamo letteralmente il capitalismo. Da quanti anni non leggete qualcosa di diverso dai problemini borghesi del mondo cattivo che non gli fa godere la loro storia d’amore?

    Fanculo alla sinistra patatina, delle mezze misure.

    Fanculo le ZTL, le preferenziali, le zone T, le città dei 15 minuti. Fanculo il progressismo come clava per tacciare le fasce più deboli di benaltrismo, di ignoranza, di non avere i modi giusti e le parole giuste.

    Fanculo chi per ogni torto subìto scomoda il fascismo: avete vinto un corso accelerato in scienze politiche e 15 anni di psicanalisi lacaniana.

    Fanculo i fasci.
    Fanculo i fasci.
    Fanculo i fasci.

    Fanculo le periferie abbandonate.

    Fanculo i supermercati al posto del fornaio, del lavasecco, del ferramenta, della parrucchiera, della vita del quartiere. Ci spaventa la gentrificazione perché siamo ciechi davanti al deserto.

    Fanculo i bar che chiudono alle 19. Alle sale slot. Alla scritta COOP che illumina la sala da pranzo dei miei genitori.

    Fanculo le canne al campetto e a quelli che spaccano i canestri.

    Fanculo i rapper marocchini che si credono Tupac. Ai compagni delle medie che sono diventati nazi per dispetto. Ai cinesi che hanno comprato il bar dove stavano i tossici.

    Fanculo la parrocchia, il parchetto, le balotte per cui rimani quello di vent’anni fa.

    Fanculo anche a chi se ne è andato e ha trovato un suo posto nel mondo.
    Fanculo a chi è morto e si è liberato di un peso grande.
    Fanculo i posti a cui non appartengo.
    Fanculo le persone a cui non appartengo.

    Fanculo i desideri.

  • QCCP TOUR

    22 aprile 2024

    2023
    18 ottobre Roma – Arci Sparwasser
    28 ottobre Cavriago – Circolo Kessel
    4 novembre Milano – Arci Bellezza
    28 novembre Bologna – Locomotiv club
    7 dicembre Imola – Ca’Vaina

    2024

    12 gennaio Gorizia – Arci Gong
    13 gennaio Montereale Valcellina – Arci Tina Merlin
    13 gennaio San Vito al Tagliamento – Arci Cral
    14 gennaio Conegliano – LZO Brewery
    08 marzo Lentini – Sede Antudo
    09 marzo Palermo – Mind House
    10 marzo Messina – Retronouveau
    11 marzo Lamezia Terme – Birrificio Lametus
    13 marzo Padova – Sherwood Open Live
    14 marzo Trento – CS Bruno
    21 marzo Torino – OFF Topic
    22 marzo Piacenza – Arci Belleri
    23 marzo Modena – OFF
    14 aprile Andria – Officina san Domenico
    03 maggio Ferrara – Officina MECA
    04 maggio Taranto – Mercato Nuovo
    05 maggio Barletta – Arci Cafiero
    10 maggio Lama di Reno – Cellulosa
    15 maggio Terni – B Side
    18 maggio Genova – Giardini Luzzati
    19 maggio Alessandria – Laboratorio Sociale
    20 maggio Asti – Diavolo Rosso

    22 maggio Milano – Politecnico (con Stefano Maggiore)

  • Non sono sicuro

    21 aprile 2024

    Oggi, ci ho pensato perché credo di avere uno sfogo cutaneo che parte dalla tempia sinistra e arriva all’attaccatura della barba, pochi centimetri sotto gli zigomi -che comunque non è che mi si notino molto, gli zigomi- e sento un fastidio percepibile, ecco dicevo, non mi sono guardato allo specchio e non so che faccia ho. Mi sono persuaso quindi che, dal momento in cui mi sono svegliato al momento adesso, io possa avere messo almeno la maschera del passeggero in auto, in treno, del componente di band, dell’amico chiacchierone, del bevitore di vino, ma neppure una di queste rimanendo con il pensiero a questo possibile sfogo, che ripeto non lo so se ho uno sfogo, neppure ora che sono di nuovo in treno verso Roma e nel lungo tunnel prima di Firenze il finestrino non restituisce un’immagine fedele. Esattamente come la giornata di oggi: un’immagine poco fedele della faccia di una che gli sa di avere uno sfogo dalla tempia all’attaccatura della barba e non sa mica perché gli possa essere venuto uno sfogo. Sarà sintomo di qualcosa? Avrò sonno? Ho ancora una faccia montata al posto della faccia?

    Non sono sicuro, ecco.

  • Matteo è morto

    19 aprile 2024

    estratto da “Qualcuno con cui parlare”

    Quando Matteo è morto –perché Matteo è morto, ogni tanto lo ripeto– ho chiamato Stefano Maggiore, che è uno dei miei migliori amici. E al telefono, quando gli ho detto che Matteo è morto, Stefano, è come se l’avessi visto cadere sulla sedia: perché quando parla al telefono lui cammina e, siccome passa molto tempo al telefono, secondo me è grazie a questa attività fisica che si tiene in forma.

    Poi, qualche giorno dopo, lo stesso Stefano mi manda un messaggio, che a me che ho un ottimo rapporto con la serietà, ma pessimo con il prendere sul serio le cose, mi ha messo in un’ottica diversa davanti al tema della morte di Matteo. Perché Matteo è morto, ogni tanto lo ripeto.

    Stefano sostiene che da un certo punto di vista la morte di un amico famoso può rivelarsi in qualche modo utile, perché possiamo inventarci cose non vere sulla sua vita.

    Il 20 luglio 1969 il modulo LM-5 della navetta spaziale Apollo 11 apre il suo portellone e il primo essere umano mette piede sul suolo lunare. Quell’uomo era Matteo Romagnoli. Le sue parole furono: “No regaz, sta roba è impubblicabile”.

    Poi ce ne sono venute in mente altre e Fiò ne ha detta una che aveva come protagonisti Papa Wojtyla, Alì Agca ed Emanuela Orlandi. Non ve la racconto perché non sono bravo come lui a far ridere. E così abbiamo cominciato a raccontarle tra di noi al funerale di Matteo seduti davanti alla porta del Donkey studio e ognuno che passava tra il giardino e la sala da pranzo veniva fermato e gli dicevamo:
    “Ma lo sai te, che con un amico famoso morto, possiamo far impazzire Wikipedia?”

    E partivamo a ripetere le migliori, e le persone ridevano! Ridevano spinte dalla risata sincera, dalla risata di reazione al dolore, da quella per l’imbarazzo verso l’istinto di ridere ad un funerale o verso l’imbarazzo per gente, che poi saremmo noi, conciata un po’ così così per essere ad un funerale: sudati dal gran caldo, moderatamente sobri e moderatamente brilli, tutti lì per festeggiare un funerale con la birra alla spina montata in giardino e decine di bottiglie di vino sui tavoli e –qualcuno un po’ avventato– aveva addirittura portato del vino rosso ed era stato subito guardato con sospetto.

    Eravamo conciati così: con le scarpe da ginnastica e gli stivaletti da rockers, con i capelli rasati, i basettoni, i capelli lunghi, ingrigiti; qualcuno con qualche chilo in più e qualcuno con qualche chilo di meno, qualcuno che non somiglia nemmeno più a sé stesso mentre sfiliamo lentamente dietro alle ceneri di Matteo che, finalmente, ha assunto la forma di un ovetto, più o meno grande così: due spanne, che ci vogliono due mani a tenerlo. Per qualche passo lo porta Raffaele il suo papà, poi Checco e poi French, che sono a loro volta padri e questa cosa mi dà da pensare mentre sbuca alle spalle un ometto stravolto contenuto nelle lacrime e nel corpo di Dario Mangiaracina de La Rappresentante di Lista e gli do un abbraccio e un bacio come ad un parente che non vedo da troppo tempo.

  • Rabbia

    18 aprile 2024

    estratto da “Qualcuno con cui parlare”

    L’altro giorno, come ogni giorno, da tempo, nutro rabbia. E questo fatto, che prima dell’emozione ci sia la parola nutrire, racconta molto di me.

    Nutro come mia nonna nutriva i nipoti e il sottoscritto: naturalmente e con slancio, senza alcun limite o deprivazione. Nessuna dieta mediterranea per mia nonna troppo povera, nessuna dieta mediterranea in casa mia: troppe ore dedicate al lavoro. Nessuna dieta mediterranea per la mia rabbia.
    Sì al junk food. Sì alla polemica social. Sì allo sbattere il mostro in prima pagina.

    Vorrei non doverla più fronteggiare.
    Vorrei non dover più nutrire questa voragine chiamata rabbia.
    Vorrei disimparare a stare al mondo.
    Vorrei disimparare un po’ di cose tecniche e scientifiche, ma anche umanistiche.

    Vorrei scordare un po’ di quel sapere largo messo assieme grazie alla cultura pop, alla cultura alternativa, alla cultura prima alternativa poi pop, quella pop che era cattiva, che poi è diventata trash, poi di culto.
    Un grande reflusso di tutti quelli che hanno fatto anche cose buone, ma non ce ne eravamo accorti. Tipo Paola e Chiara.

    Vorrei disimparare ogni insegnamento sui comportamenti sociali.
    Non metterti le dita nel naso in pubblico. Saluta sempre quando entri da qualche parte. Non fissare le tette della cassiera.

    Vorrei essere di destra.
    Vorrei essere maggioritario, pasciuto, tracotante e godermi Paola e Chiara.
    Vorrei sborrare mentre dormo il sonno dei giusti.

    Vorrei essere qualche pagliaccio televisivo, di quelli che non vedi mai in diretta, ma li scopri il giorno dopo dai social. Non certo per posa, ci mancherebbe che io non accetti che qualche milione di persone, compreso un gran numero di miei coetanei improvvisamente rincoglioniti compiuti i trent’anni, si mangi la merda. Chi sono io per parlare, che al massimo sono diventato virale con una canzone di Sanremo o una poesia scandalosa.

    Poesia sì, ma solo perché ho buttato degli a capo strategici per far bella figura con Einaudi.

    Ma sapete cosa? Vorrei trasformarmi in un merdone!
    Sìììì, un bel merdone, una specie di Brignano con il coraggio di spaccare tutto.

    SIPARIO CHE SI ALZA

    IL PUBBLICO APPLAUDE CARICO PER LA SERATA

    BRIGNANO ENTRA CON IL SUO FACCIONE BONARIO E SALUTA

    – Signore e signori, buonasera e porca madonna!

  • Aborto magico

    17 aprile 2024

    estratto da “Qualcuno con cui parlare”

    Arianna è agitata: un po’ piange, un po’ fa la dura per darsi forza.

    Attraversiamo via Salaria e ci salutiamo per la seconda volta sull’uscio di questa clinica. Dentro non posso entrare perché, nel mondo dell’autodeterminazione femminile, noi maschi dobbiamo stare fuori, non esprimere pareri, non rompere il cazzo. Vorrei esprimere il parere dell’amore e della solidarietà all’interno di un percorso condiviso con quella persona che non è solo legalmente mia moglie, ma è, più informalmente, l’amore della mia vita e con cui è facile stare assieme in riva al mare al Frigidaire di Capalbio, mentre sarebbero queste le situazioni in cui ci sarebbe bisogno di reale vicinanza. Anche solo fisica, con la bocca chiusa a farsi compagnia. Un antidoto alla solitudine.

    Mi domando che educazione possiamo dare agli uomini mettendoli sull’uscio, poi penso che nel mondo la violenza è in carico agli uomini. Tengo per me questo malumore e cerco di essere il più pragmatico.

    Arianna mi scrive dall’accettazione mentre vado a sedermi in un bar aspettando arrivi l’ora di collegarmi ad una riunione. Il tempo passa con lentezza e sposto tonnellate di pensieri magici a destra e a sinistra. Cerco di non lasciare spazio alla rabbia che si allarga dentro di me. Mi sento escluso dalla possibilità di stare con lei, di tenerle compagnia senza nessuna pretesa di sostituirmi a medici o farmaci, provando ad essere un essere umano decente.

    Arianna mi scrive che ha preso la seconda prima pillola, questa volta con un dosaggio superiore e speriamo che vada tutto per il verso giusto, ma ha bruciore in gola e ­temendo una reazione allergica­ le fanno una siringa di cortisone: “che non si nega a nessuno” o almeno così le dicono.

    Poi passa un po’ di tempo, la riunione non la seguo davvero finché non mi scrive che la dimettono: corro a prendere la macchina e aspetto davanti alle porte scorrevoli del Centro Tutela Salute della Donna e Del Bambino, Asl di competenza Roma 1, via Garigliano 55. Virgola. Roma nord. Punto. A poca distanza da Villa Borghese. Punto.

    Sono di nuovo lì. Assieme ad altre persone: immagino parenti. Donne, uomini, ragazzini: nessuno riesce a stare fermo. Chi cammina e chi balla sui piedi e tutti ogni tanto prendono in mano il telefono. Nessuno parla, nessuno. Nemmeno il corriere che consegna una decina di pacchi sull’uscio.

    Arianna sbuca dalla porta con la faccia bianca e l’andatura più a zig-zag del solito e mi fa: “Non ci capisco niente, è come se non sentissi il mio corpo, andiamo via”. Andiamo via e, mentre chiacchieriamo, all’incrocio con l’Aurelia si mette le mani in mezzo alle cosce e mi dice “corri corri che mi sto perdendo tutto!”.

    Tutti, in quelle settimane, hanno un’opinione al riguardo. Chiunque ha un’opinione, un appunto, una virgola da restituire sulle tue scelte, su cosa provi, su come cerchi di stare in piedi e, se non riesci a stare in piedi, hanno un’opinione su come stai seduta. Tutti, se non ci sono passati, hanno almeno due opinioni, perché possono immaginarsi difensori di ogni eventualità, mentre la verità è un’altra: la vita, se vuole, ti spezza ogni secondo in maniera imprevedibile lasciandoti senza parole e senza immaginazione.

    Si può essere trascinati alla deriva tentativo per tentativo, pragmaticamente.
    RU486 dopo RU486, arrivando a prenderla in farmacia, autonomamente, va bene, non mi opporrò di certo io che sono 38 anni che vivo sperando che chiunque sia autonomo a sufficienza per occuparsi di sé.

    Però poi, se l’autonomia è al massimo, ma la capacità di orientamento è al minimo, con chi sei?
    Quando tutto è imprevedibile, con chi sei?
    Quando si rimane da soli con le proprie scelte, chi ci dev’essere a rispondere alle domande di conforto?
    Quando sei davvero solo e autonomo, con chi sei?

    Io non le ho le risposte, ho solo le sue domande.

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