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Qualcuno con cui scrivere

  • Consumatore di musica

    19 luglio 2024

    Quest’oggi è andato online un articolo a firma di Damir Ivic a proposito dell’incredibile e smisurata inflazione economica e di advertising legata ai grandi concerti (-> grandi eventi – festival).
    È un articolo importante perché ricostruisce fuori dai tecnicismi una parabola iniziata una ventina d’anni fa e lo fa a firma di uno dei nomi più importanti del giornalismo musicale, non solo di settore. Grazie Damir per esserti accollato l’accollo.

    Da qualche mese, prima su Italian Review e poi sul mio sito, cerco di approfondire la sostenibilità economica del lavoro culturale nel settore musicale, approcciando da marxista alla faccenda, da uomo compromesso perché artista e infine da lavoratore che si scontra da alcuni anni con la non-volontà del settore di farsi sistema. L’unico momento in cui si è tentata la strada delle istanze unitarie è stato durante il covid, dal momento in cui il settore è tornato a muoversi la partecipazione è andata scemando.

    A commento dell’articolo di Damir qualcuno cita anche le responsabilità del pubblico ed è, almeno secondo me, il momento di provare a spacchettare l’argomento perché se è vero che 50000000 Elvis Fans Can’t Be Wrong, può darsi pure che ci siano delle dinamiche sul pubblico e nel pubblico che vale la pena indagare.

    Nell’articolo di Ivic si smarcano tutti gli attori della catena produttiva musicale: artisti, management, discografia e live. La ricostruzione è ottima e fa emergere la naturale tendenza degli attori-lavoratori a stare nel mercato, costruendolo e modificandolo, facendosi costruire e modificare a loro volta. Ma l’azione mancante è quella agita dal pubblico che, in un bagno di realismo, potremmo tornare a definire come consumatore.

    La finanziarizzazione dell’opera musicale –non a tutti i livelli, ma in larghissima percentuale– ci obbliga ad un confronto triangolare tra un’attività mercantile-materiale (la vendita\acquisto di uno spettacolo), il valore immateriale che diamo all’arte (“l’arte non rappresentativa per eccellenza”, Fubini) e la relazione con il suo recente ruolo di oggetto finanziario (che di questo triangolo è l’aggancio non cosciente sia per l’utilizzatore che per il 99% degli attori-lavoratori, sintagma fondante del neo-liberismo culturale).

    Massimiliano Raffa nel suo bel libro Poptimism (Meltemi, 2024), scrive:

    [il poptimism] configura una condizione in cui il dissenso creativo dal basso è sistematicamente inibito da un sistema orientato al rafforzamento dei conformismi culturali […] e che da processo culturale più ampio (e non esclusivamente relativo al dominio della musica) si riverbera nelle convinzioni non solo dei pubblici, ma anche di molti intermediari culturali.

    Mi vorrei spingere un po’ più in là, guardando al pubblico e al consumo.

    Quello che Raffa chiama poptimism produce una precarizzazione dell’ascoltatore o dello spettatore (nel caso della musica dal vivo). Emerge un risultato pratico ed emotivo per cui l’orizzonte di scelta del consumo culturale –percepito come infinito– inibisce l’eterogenesi del desiderio negandogli la mobilità della scelta (o della sua possibilità). Il prodotto viene disposto dalla finanziarizzazione ad un’altezza economica preoccupante per soddisfare il suo valore immateriale nel gesto pratico dell’acquisto desiderato (che è un desiderio per natura ambiguo: vero e presunto, autentico e artificiale, quindi richiedente).

    Il pubblico-consumatore diventa così desideroso di qualcosa verso cui prova il bisogno (per soddisfarlo) ma che è con troppa frequenza cognitivamente dissonante (“la musica nelle cuffie è gratis e ha un valore non quantificabile per la mia vita, la musica come esperienza corporea ha un valore economico ben più superiore alle mie disponibilità: cosa sto sbagliando?”).

    È un desiderio che rinnova sé stesso ed è, come ogni desiderio non soddisfatto, una delusione. Ci deludiamo colpevoli della nostra coscienza consumistica –accettandola, ma giustificandoci nella ricerca del piacere– e non ne tolleriamo l’esistenza –perché costretti ad principio di scelta-non-scelta.
    Il pubblico-consumatore contrae la sua capacità di scelta in scorta a questa precarizzazione. 

    In questa ennesima fase di postmodernismo non c’è una chiara distinzione tra l’arte per l’arte e il prodotto finanziario che la contiene. Una è l’arte non rappresentativa per eccellenza, l’altro è lo strumento non rappresentabile per eccellenza: lo spaesamento che si produce nel contesto dei consumatori della popular music è difficile anche solo da immaginare.

    Se fino a pochi anni fa il valore sociale e morale della musica popular era percepibile e scindibile dal suo valore economico, ora il valore sociale e morale è una metrica che indicizza il venduto, il reach, l’autoracconto per raggiungere quel dato evento. Sempre citando Poptimism di Raffa: “guardare ai prodotti della creatività come a delle forme simboliche dinamiche. in continua interlocuzione con i processi culturali che attraversano il mondo sociale, implica l’ammissione della sussistenza di una correlazione tra ambienti della comunicazione e contenuti dei testi culturali. Creatori e ricevitori simbolici, difatti, si trovano immersi in un ecosistema di esperienze che non influenza solo i contenuti dei testi culturali, ma anche la predisposizione dei ricevitori ad accogliere le sollecitazioni creative. […] Oggi, difatti, gli ascoltatori di musica non possono prescindere, lungo il processo di costruzione delle proprie culture individuali e durante le proprie attività di selezione e consumo dei materiali culturali, dal confronto con specifici ambienti comunicativi: quelli della piattaforme algoritmiche”.

    In conclusione mi sembra di scorgere un atto di forza quando si decide di spendere per qualcosa che riteniamo essere “di valore”. Un atto di forza nel disorientamento che si percepisce nella neo-lingua promozionale (“imperdibile”, “necessario”, “stupefacente”, etc.).
    Questa forza richiede un exploit di energie –emotive, per l’imposizione della scelta ed economiche, per la sostenibilità personale– che rinforza nell’ascoltatore o nel pubblico (in definitiva, senza altri mezzi termini, nel consumatore) un sentimento di inefficacia, causando così l’opposto di ciò che noi “alfieri della parte giusta della storia” pensiamo sia utile alla vendita (ovvero il valore immateriale): se non è possibile effettuare una scelta e l’agirla è un enorme investimento, useremo guardare alla pratica della ricerca del prodotto culturale come a un disvalore, cercando rifugio oltre la soglia, sopra la traccia, nel c.d. mainstream del live.

    Mentre la popular music come prodotto culturale, come dice bene Raffa, è parecchio in crisi.

  • Fanculo!

    16 luglio 2024

    Qualcuno con cui parlare, versione estesa. Da settembre nelle vostre città. Questo è uno spoiler.

    Fanculo i ricchi!
    Fanculo il loro potere!
    Fanculo la loro capacità di ricattarti dove sei più debole: sui soldi, sull’affitto, le bollette, un aperitivo per illuderti di non essere un poveraccio. Non essere tra gli ultimi, ma solo tra i penultimi.

    Fanculo questa tristezza e un’altra sigaretta per guardare quanto è alto il balcone: se salti almeno la fai finita. Quelli lì, i ricchi, si deprimono se il mondo non gli vuole bene, poverini! Io al mondo gli faccio schifo e in più devo lavorare, lavorare, lavorare! Che merda!
    Non la voglio più mangiare la merda! È tutta la vita che mangio merda senza scelta, quella che arriva io me la mangio! Pensate che stronzo che sono, manco la merda posso scegliermi!

    La testa di quelli lì, dei ricchi, è una testa a cui piove sopra, si bagnano i capelli, gli viene il raffreddore. Poverini!
    La mia testa è un posto in cui piove dentro fino a scolare in gola e riempirmi i polmoni e strozzare. Vorrei avercelo io il raffreddore: mi prendo il vostro raffreddore e voi vi prendete il mio peso nel petto!
    Poverini! Siete proprio poverini voi ricchi!

    Davvero, ammazzatevi, fate un’ecatombe, fateci una cortesia: non ci mancherete.

    Fanculo quelli con la casa comprata dai genitori,
    con la casa comprata dai genitori del fidanzato, della fidanzata,
    chi non ha mai avuto il pensiero per un affitto, per una rata,
    a chi non ha mai avuto un debito.
    Fanculo chi eredita i soldi, i muri, i lavori. Voglio vincere al Superenalotto anche io!

    Fanculo a chi vuole spiegarmi cos’è il mondo con il portafogli gonfio di famiglia. Il 90% sono donne culturalmente di destra che sfruttano delle persone marginalizzate.
    Siete letteralmente il capitalismo. Fanculo anche voi!

    Fanculo a chi abita nei centri storici e da tutta la vita ci insegna come stare al mondo.
    Quelli con le Clark’s con orgoglio o vestiti alla Caritas per vergogna. Fate una vita di prossimità e non uscite mai dal solito chilometro quadrato: nel dizionario vi trovano sotto la voce “nazisti dell’Illinois”. Il giorno che vi svegliate freddi vi facciamo un applauso.

    Fanculo i fratelli maggiori: professionisti avviati, stimati avvocati, consulenti rispettati, chini sul profitto che giocano a fare i caporali con il culo degli altri.
    Fanculo gli studi, gli studi associati, i coworking, gli incubatori d’impresa, le imprese etiche, ma i profitti sono i loro.

    Fanculo agli artisti. Sì, fanculo questa inutile retorica per cui l’artista è un ragazzo sensibile: aprite gli occhi, siamo tutti mostri egomaniaci interessati solo ai soldi. Siamo letteralmente il capitalismo. Da quanti anni non leggete qualcosa di diverso dai problemini borghesi del mondo cattivo che non gli fa godere la loro storia d’amore?

    Fanculo alla sinistra patatina, delle mezze misure.
    Fanculo le ZTL, le preferenziali, le zone T, le città dei 15 minuti. Fanculo il progressismo come clava per tacciare le fasce più deboli di benaltrismo, di ignoranza, di non avere i modi giusti, le parole giuste.

    Fanculo chi per ogni torto subìto scomoda il fascismo: avete vinto un corso accelerato in scienze politiche e 15 anni di psicanalisi lacaniana.

    Fanculo i fasci.
    Fanculo i fasci.
    Fanculo i fasci.

    Fanculo le periferie abbandonate.
    Fanculo i supermercati al posto del fornaio, del lavasecco, del ferramenta, della parrucchiera, della vita del quartiere. Ci spaventa la gentrificazione perché siamo ciechi davanti al deserto.

    Fanculo i bar che chiudono alle 19. Alle sale slot. Alla scritta COOP che illumina la sala da pranzo dei miei genitori.

    Fanculo le canne al campetto e quelli che spaccano i canestri.
    Fanculo i rapper marocchini che si credono Tupac. I compagni delle medie che sono diventati nazi per dispetto. I cinesi che hanno comprato il bar dove stavano i tossici.

    Fanculo la parrocchia, il parchetto, le balotte per cui rimani quello di vent’anni fa.

    Fanculo anche a chi se ne è andato e ha trovato un suo posto nel mondo.
    Fanculo a chi è morto e si è liberato di un peso grande.
    Fanculo i posti a cui non appartengo.
    Fanculo le persone a cui non appartengo.
    Fanculo i desideri.

  • In motorino

    10 luglio 2024

    Sono su un treno, che mi capitava spesso, ma quest’estate no. Sono su un treno che costeggia il mare, verso nord, poco dopo l’alba. In stazione sono andato in motorino, perché all’alba Roma sarebbe stata vuota, quasi fresca, comunque godibile. Tant’è che –uscendo da porta Cavalleggeri con il sole sbadigliante che tinteggiava già Ponte Amedeo e Castel Sant’Angelo– ho pensato che questa è una vita bella, nonostante tutto, che è una vita merdosa, malgrado tutto.

    Mi tengo tutt’e due i pensieri sul lungotevere di Nona, di Augusta, novanta gradi a destra verso Piazza del Popolo, poi piazzale Flaminio e Muro Torto e quasi mi scivola il motorino.

    Rifugio in via Vittorio Veneto, dove alle 6.15 del mattino non c’è quasi nessuno –giusto un autista NCC che pulisce il Mercedes dai vetri scuri, quattro tizi con le divise dell’AMA al bar, il tipo davanti a me al semaforo che si è chiuso sul telefono, o forse ha sonno.

    Mi sono tenuto questi due pensieri come mi sono tenuto due pensieri per quasi tutti gli anni della vita adulta: che senso ha la vita? Come gestisco questo scoppio di felicità? Me li sono tenuti in tasca delle braghe, del cappotto, nello zaino, sopra al tavolo. Me li sono tenuti perché non sapevo fare diversamente e non potevo fare altrimenti: tenerti due pensieri dicotomici è uno dei pilastri del pensiero depressivo, mi hanno detto, ma lì per lì non riconoscevo la metà delle cose che ho conosciuto nel tempo.

    Ho tenuto tutto assieme con ostinazione alle 6.30 verso il grande magazzino del bricolage, verso la fabrichetta, nei tour, con le persone, gli amici, mamma, papà. Era un’esperienza democratica e orizzontale: nell’impegno del tenere due pensieri assieme non hai molte energie per differenziare il trattamento verso gli altri.

    Tutte cose che non sapevo e che scoprivo empiricamente, chiaro che poi riguardare quei momenti con il bagaglio di cose imparate ad oggi… Uno pensava di essere disastroso e invece era solo depresso e funzionante. Convinto che tenere assieme due pensieri dicotomici  avrebbe prodotto un superpotere: quello di aggirarsi spettralmente tra le corsie di un supermercato, un pranzo di famiglia, l’uscita con una ragazza.
    Se ignori il nome delle cose, se non conosci e non riconosci, alle volte, di rado, secondo me, ti aiuta.

    Mi sono persuaso questa ignoranza sia stata utile, somigliando da fuori a ciò che somigliavo da dentro, senza mimesi o autoracconto. Era un mondo diverso e più disponibile verso la posizione fetale o l’esplosione di rabbia: due cose che il neo-liberismo ti sollecita a risolvere per poter essere efficiente, ma prima acquistando un libercolo in cui l’esperienza del sé è l’unico medium per tradurre una teoria generale, in questo infinito twist di espulsione e sussunzione ben oltre il postmoderno, il post-ironico, il nuovo sensibilismo. Tutte cose che mal si adattano a tempi nevrotici, ansiogeni.

    Una cosa, il sapere, che aiuta a stare nel periodo tassonomico in cui viviamo e che aiuta molte persone a trovare una definizione per loro stesse solo attraverso una diagnosi, magnificando l’identità dentro una categoria medicale, comprensibile a chiunque, una merce come tante. Oltre lo stigma c’è la personificazione del malessere e la possibilità di diventare riconoscibile come categoria merceologica: apri un libro, punta un dito, scopriti. A forza di cercare si trova di tutto.

    In tempi curativi a me piace inquinare andando in motorino all’alba verso la stazione per cose di lavoro, tutte cose che con un minimo di sonno in più disprezzerei, ma la luce di questo cielo dice di tenere tutto assieme, tutto nello stesso momento, l’opposto di quegli anni di vita adulta al cui centro una ragazza mi chiese cosa volessi e risposi “essere lasciato in pace”. Così mi lasciò in pace scrivendo una lettera che era una diagnosi e una profezia.

    Il cervello degli esseri umani, nonostante il Fontanone del Gianicolo, non è ancora programmato per la vita di città: un’introduzione tecnologica molto recente rispetto al momento in cui la nostra struttura biologica ha assunto la forma attuale.
    Motorino o non motorino. Autismo o non autismo. Depressione o non depressione. Ansia o non ansia. Malattie o non malattie. Tutto mi sfugge, tutto è vicino.

  • ChatGPT fa il verso delle pecore elettriche?

    4 luglio 2024

    Monologo estratto da “Intelligenti, ma non si applicano” spettacolo\esperimento scritto a conclusione di un progetto finanziato da ATU Trento, per la rassegna Teatro Capovolto del Centro Culturale Santa Chiara.

    Qualche mese fa, sono sul divano, mi scrive Johnny. Mi dice che c’è questo bando, che non ho inteso bene come è fatto, per un’opera di teatro, ma anche un podcast con l’università, sull’intelligenza artificiale. Non ci capisco molto, un po’ perché forse sono disattento e stanco, è sera e ho poche capacità di comprensione, un po’ perché Johnny è spesso confondente.

    Non si esprime male, ma si approccia all’eloquio come uno della sua generazione –perché ha 12 anni meno di me– ed è alcuni passi oltre il postmodernismo, il pastiche. Affabula e io lo lascio finire, poi gli ripeto quello che ho capito per capire se ho davvero capito e, 9 volte su 10, la risposta di Johnny è: “esattamente così, ma non proprio così”. Che è una non-risposta.

    Capite anche voi che relazionarmi a Johnny sia un’attività che mi affatica, però mettere assieme il mio pragmatismo e la sua tensione caotica fa succedere le cose. Cioè, può farle succedere. In qualche modo la compresenza di entrambi su un dato progetto, dopo un iniziale spaesamento, si risolve con l’emersione di un equilibrio.

    Dice Wikipedia:

    “L’intelligenza è un complesso di facoltà psichiche e mentali che, mediante processi cognitivi, consentono di percepire o capire le cose e i significati attraverso l’elaborazione delle informazioni e di organizzare conseguentemente il proprio comportamento sia attraverso le idee che l’attività pratica per risolvere un problema e raggiungere un obiettivo. In generale, può essere descritta come la capacità di percepire o dedurre informazioni e di conservarle come conoscenza da applicare a comportamenti adattivi all’interno di un ambiente o di un contesto.

    Benché i ricercatori nel campo non ne abbiano ancora dato una definizione ufficiale (considerabile come universalmente condivisa dalla comunità scientifica), alcuni identificano l’intelligenza (in questo caso l’intelligenza pratica) come la capacità di un agente di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti”

    Ed è, questa dell’affrontare situazioni e problemi nuovi e sconosciuti, la cosa che più si avvicina ad una spiegazione formale di ciò che intendiamo, fuori dalle accademie, come creatività.

    Non si è mai parlato tanto di creatività come negli ultimi mesi in cui, grazie o per colpa dell’intelligenza artificiale, l’ipotesi che alcuni mestieri creativi vengano sostituiti si è fatta largo nel discorso pubblico. Come spesso succede però il discorso è diventato fazioso, diviso tra entusiasti integratori e spaventati oppositori. Noi abbiamo fatto un po’ di chiacchiere con chi di creatività ci vive e lavora e, nella schiacciante maggioranza dei casi, l’intelligenza artificiale è guardata come uno strumento.

    Non mi inserisco né da una parte né dall’altra del discorso, sono però un musicista atipico che ha imparato a comporre e produrre stando davanti ad un computer -circa 23 anni fa per la prima volta- e che poi ha approfondito quella che è diventata una disciplina: la sintesi sonora. Nessun Moog si suona da solo, nessuna drum machine si programma da sola, nessuna intelligenza artificiale genera da sola l’Urlo di Munch, la Primavera di Vivaldi o Delitto e Castigo di Dostoevskji.

    L’intelligenza artificiale a scopi artistici rivela due caratteristiche interessanti, per chi ha contezza di alcune prassi. La prima e più utilitarista: permette la prototipizzazione di un’idea con tempi molto più ristretti, riducendo il momento esplorativo. La riduzione dell’esplorazione elimina quasi del tutto l’imprevisto se non a titolo d’errore della macchina, che è un gradiente utile ma non indispensabile, che però mi porta alla seconda valutazione: l’arte generata da una intelligenza artificiale richiede una grande padronanza nel “prompting”, –l’inserimento del comando– e quindi molte molte molte ore di studio, il cui prodotto sarà nella migliore delle ipotesi un prodotto perturbante, un fantasma e una apparizione di qualcosa di già noto ma non riconoscibile: un volto umano ma di un umano non esistente, un colpo di rullante esistente ma irriproducibile fuori dalla macchina, una risposta formalmente comprensibile ma aldilà di ogni emozione.

    Sono manifestazioni di quello che Jacques Derrida chiamava “hauntology” e che nel culturale postmoderno ha preso la direzione di una nostalgia per il futuro perduto. Il prodotto artistico di una AI, essendo somma del patrimonio umano conosciuto e rielaborato dalla macchina, è inevitabilmente nostalgico perché non ha la capacità di produrre elementi di novità, quindi di produrre in maniera sorprendente una situazione nuova rispetto al già conosciuto. Eppure la troviamo perturbante nel suo essere riconoscibile ma senza collocazione, nella sua educata aberrazione.

    Noi due siamo anche artisti, in questo momento stiamo maneggiando una forma espressiva artistica, ma non siamo solo questo. Come chiunque dei presenti, non è solo ciò che mostra in un dato contesto. L’utilizzo creativo dell’intelligenza lo agiamo costantemente, proprio quando abbiamo davanti a noi una situazione nuova o sconosciuta.

    Diamo per certo che ognuno di noi pensi: io penso, mi sento pensare, ma solo entrando dentro la mente di ognuno di voi potrei avere contezza dei vostri pensieri e dunque stabilire che state pensando. Non potendolo fare, ma osservando il vostro comportamento, stabilisco che siate in grado di pensare, ma sapreste davvero, la totalità di voi, dimostrare di non essere una macchina? Un androide? Un’intelligenza artificiale? Siete in grado, infine, di esprimere intelligenza?

    Per distinguere l’umano dalla macchina possiamo avvalerci del test di Turing. Alan Turing, più o meno lo abbiamo sentito nominare tutti, è stato un precursore del machine learning, delle macchine computazionali, dell’intelligenza artificiale. Gli hanno dedicato un film molto bello: “The imitation game”.

    Cos’è il test di Turing, spiegato bene, sempre grazie a Wikipedia?

    “Turing prende spunto da un gioco, chiamato appunto “gioco dell’imitazione”, con tre partecipanti: un uomo A, una donna B, e una terza persona C. Quest’ultima è tenuta separata dagli altri due e tramite una serie di domande deve stabilire qual è l’uomo e quale la donna. Dal canto loro anche A e B hanno dei compiti: A deve ingannare C e portarlo a fare un’identificazione errata, mentre B deve aiutarlo. Affinché C non possa disporre di alcun indizio (come l’analisi della grafia o della voce), le risposte alle domande di C devono essere dattiloscritte o similarmente trasmesse.

    Il test di Turing si basa sul presupposto che una macchina si sostituisca ad A. Se la percentuale di volte in cui C indovina chi sia l’uomo e chi la donna è simile prima e dopo la sostituzione di A con la macchina, allora la macchina stessa dovrebbe essere considerata intelligente, dal momento che – in questa situazione – sarebbe indistinguibile da un essere umano.

    Per macchina intelligente Turing ne intende una in grado di pensare, ossia capace di concatenare idee e di esprimerle. Per Turing, quindi, tutto si limita alla produzione di espressioni non prive di significato.”

    Espressioni non prive di significato…

    bebo: Johnny?
    Johnny: dimmi.
    b: scusa se ti disturbo, però mi fai una cortesia? Chiederesti a chatGPT se può passare il test di Turing?

    Johnny va sulla finestra di chatgpt e prompta: ”sapresti passare il test di turing?”

    La risposta di chatGPT:

    Come assistente virtuale, non sono in grado di partecipare direttamente al Test di Turing poiché sono un programma informatico progettato per fornire supporto e risposte alle tue domande. Anche se mi sforzo di simulare conversazioni umane naturali, il mio funzionamento si basa su algoritmi e modelli linguistici che mi consentono di rispondere in modo logico e coerente.

    Il principale obiettivo del Test di Turing è stabilire se una macchina è in grado di ingannare un giudice umano nell’interazione scritta, facendo credere che si tratti di un’altra persona anziché di una macchina. Tuttavia, il mio scopo è di offrirti informazioni utili e assistenza in diversi contesti, piuttosto che cercare di “superare” il Test di Turing.

    Se hai altre domande o bisogno di ulteriori chiarimenti, sono qui per aiutarti!

    bebo: La risposta di chatGPT è una risposta paracula. È giusta, naturalmente, ma è paracula perché mette in evidenza la definizione dell’output: non ci suggerisce direttamente di usarla con una parte terza, per cercarne l’inganno, ma sottolinea che si basa su algoritmi e modelli linguistici che le consentono di rispondere in modo logico e coerente. Se usiamo chatGPT per scrivere un post su Instagram, un saggio breve sulla storia di Trento, un rudimentale spettacolo di teatro o chiediamo cosa fare alle Canarie in vacanza e poi, questo risultato, lo portiamo ad un nostro amico, possiamo dirgli che quello è il nostro post su Instagram, il nostro saggio breve o ciò che secondo noi si fa alle Canarie in vacanza, senza permettere, probabilmente, di distinguere se le righe sono prodotte da noi o da una macchina.

    Ammesso che nessuno di noi sia un androide, s’intende.

  • La precarizzazione dell’ascoltatore

    20 giugno 2024

    La precarizzazione dell’ascoltatore o dello spettatore è a mio avviso quel risultato pratico ed emotivo per cui l’orizzonte di scelta del consumo culturale –costruito da una percepita infinità di scelta disposta ad un’altezza economica non raggiungibile per soddisfare il desiderio vero e presunto, autentico e artificiale del consumo stesso, in una doppia posizione orwelliana– che immobilizza il consumo culturale negandogli l’orizzontalità della scelta o della sua possibilità.

    Si diventa così desiderosi di qualcosa che non sappiamo scegliere e che non possiamo permetterci di esaudire nella costante spinta a riformare sé stesso. È un desiderio inestinguibile ed è, come ogni desiderio impossibile, un’assenza che ci fa sentire in colpa provandola e non potendola colmare. Ci sentiamo colpevoli d’avere coscienza consumistica –accettandola come prodromo del desiderio del prodotto, giustificandoci nella ricerca dell’incredulità edonista– e non ne tolleriamo la finalità analitica –ammanettati ad un principio di non-scelta, per limiti strutturali, in opposizione all’offerta bulimica del capitale.

    La contrazione della spesa in conseguenza di un impoverimento economico aumenta la percezione di questa precarizzazione culturale, anche in virtù dell’immersione costante che viviamo in questa ennesima fase di posmodernismo in cui non c’è una chiara distinzione tra l’arte per l’arte e il prodotto finanziario che la contiene. Se il valore sociale e morale era deducibile e scindibile dal valore economico, ora il valore sociale e morale è una metrica che indicizza la distribuzione e il valore economico, esattamente quanto –se non oltre– la sua assenza.

    Decidere di spendere per qualcosa che riteniamo essere “di valore” diventa un atto di forza nel disorientamento che si percepisce nella neo-lingua promozionale (“impredibile”, “necessario”, “stupefacente”, etc.). Questa forza richiede un exploit di energie –emotive, per l’imposizione della scelta ed economiche, per la sostenibilità personale– che rinforza nell’ascoltatore o nel pubblico (in definitiva, senza altri mezzi termini, nel consumatore culturale) un sentimento di inefficacia, causando così l’opposto di ciò che pensiamo sia utile alla vendita (i valori): se non è possibile effettuare una scelta e l’agirla è un enorme investimento, useremo guardare al prodotto culturale come a un disvalore, cercando rifugio altrove.

  • Raccolta differenziata

    4 giugno 2024

    Alcuni anni fa ho scritto un pezzo leggero e, in scorta a recenti avvenimenti legati a culture wars e celebrità digitali, mi sento in dovere di ripubblicarlo qui perché secondo me fa ridere, ma anche piangere.

    Ho un movimento interno di emozioni, molto contrastanti. Penso nello stesso momento a Piazzale Loreto e agli Influencers, maiuscoli anche loro. Come il Duce.

    DU
    CE
    DU
    CE
    IN
    FLU
    DU
    CE

    A me, gli Influencers, appassionano moltissimo. Ieri ho scritto un post da Influencer in cui mi lamentavo della mancanza di educazione di un ufficio stampa, in un teatro, a vedere Luca Ravenna, a Roma. Mi lamentavo di una cosa che, nel mondo dei vivi, neanche esiste. C’è un però. Mi sono persuaso nel tempo, pensandoci molto la notte prima di non addormentarmi, che il mondo sia diviso in due macro-sezioni.

    Lì sui monti con Annette dove il cielo è sempre champagne brut, ci sono azzimatissimi personaggi che riescono ad addormentarsi molto più serenamente della media delle persone reali, che non soffrono di acidità davanti ai sottoli e che se la vivono, la vita. Non lo so se serenamente, ma se la vivono. E questo ovviamente per me è un mistero perché parto dalla presunzione che invece siano loro gli Irreali. Vivono digitalmente appagati? Non lo so, un tizio anonimo mi ha anche preso per il culo sotto il post. Non mi sono sentito di dargli tutti i torti, ma quando ha preso in mezzo la mia famiglia l’ho mandato in Piazzale Loreto a fare la raccolta differenziata.

    Non ho l’attitudine.
    Mi mette in imbarazzo questa cosa di non avere l’attitudine di fare cose sciocche come lamentarmi della marginalità del mondo. Non dovrebbe succedere, eppure.

    Dall’altra parte della barriera di ghiaccio e incantesimi magici –costruita grazie a 8000 post da 30 like– c’è il mondo di chi è, per contrapposizione, ininfluencer. Una massa disorganizzata e puzzosa di caconi che s’azzuffano per un tozzo di pane. Perché l’intolleranza al glutine non se la possono proprio permettere. Gente che magari ha anche dei feed ordinati, scrive bene in italiano, parla una bella lingua. Ma anche gente però che non gliene frega un cazzo porcoddue, che scureggia sui bambini che crepano di fame, che paga tutte le mazzette del mondo, che gli fanno schifo i negri e Giogia Meloni è una grande. Gente scorretta. Una maggioranza disorganizzata del paese reale che vive dimmerda.
    Perché è giusto. Sei ininfluencer dunque te lo accolli, il viver di merda.

    Cazzo vuoi, vai a morire più in là.

    Ho emozioni contrastanti. Soffro, soffro malissimo.

    Vado al bar, non c’è più il bar. C’è un coffee boutique. Si dirà al maschile, al femminile? Vera Gheno cosa dice? Una parete bianca per le foto e uno specchio in cui sono parecchio magro. Mi tocco i maroni. C’è Corso Como 10. C’è una ragazza che dice “finalmente un po’ di decoro” mentre indossa degli stivali da SS e nel frattempo altre persone mi mettono una giacca da gerarca nazista, mi passano un foglietto scritto in Ariel 12 con interlinea standard. C’è scritto: “tu, da adesso, sei nostro”.
    Ma come sono vostro! Sono vostro di chi, ragazzi non scherziamo! Io volevo fare finta, non ho abbastanza followers, non mi invitano a quelle feste lì. Mi invitano alle presentazioni dei libri, dei fumetti, siamo quindici quando va bene! Ma cosa fate, lasciate stare il trucco, ho la dermatite, questi pantaloni taglia 46 li mettevo in seconda media, dai non fate così, vi prego, parlate correttamente, non dovete iper-pronunciare le parole inglesi, la weltanschauung!

    Infine, in questo turbine di emozioni, bestemmio. Bestemmio per davvero. Bestemmio davanti al parroco, davanti alle telecamere, bestemmio davanti a mia suocera, davanti ai bambini che muoiono di fame perché hanno sbagliato un post e gli si è abbassata la media del rating della merda nel culo della bocca, proprio dove si attacca al dotto lacrimale.

    Appaio finalmente alla madonna.

    • Ciao Madonna.
    • Ciao Alberto.
    • Chiamami bebo, però, che m’imbarazzo.
    • Ma io sono tua madre.
    • Tu sei la madonna. Non sei mia madre.
    • Per una questione che puoi intuire facilmente, invece, sono anche tua madre.
    • Non mi trovi d’accordo.
    • È un problema tuo.
    • Dice Freud che è un problema nostro.
    • Non parlare male di mio figlio.
    • Hai ragione, scusa.
    • Ti sta bene la giacca da gerarca nazista.
    • Io, per la verità, preferivo non ammazzare nessuno.
    • Lo so, è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare.
    • Madonna.
    • Chiamami pure mamma.
    • Madonna.
    • Dimmi pure, figlio.
    • Assomigli moltissimo a Chiara Ferragni.
    • Non sei il primo che me lo dice.
    • Ah no?
    • No.
    • Caspita.
    • Già.
    • Madonna.
    • Chiamami pure mamma.
    • Madonna.
    • Dimmi pure, figlio.
    • Io ci ho ripensato. Preferivo quegli altri.
    • Sono sporchi e puzzano.
    • Guarda, una volta ho leccato la figa ad una Influencer e puzzava.
    • È l’odore dei soldi, quello.
    • Dev’essere che non ci sono abituato.
    • Cambierai.
    • Vabbè, io vado che ho da fare.
    • Ciao, figlio.
    • Ciao, Madonna.

    Esco dal bar, esco da casa, esco da moltissime situazioni tutte diverse tra loro in cui, misteriosamente, mi sento sempre a mio agio.
    Esco da me stesso e faccio un’impennata con il motorino, sono un intellettuale.

  • All eyes on Rafah: un bignami di cose messe assieme dopo 24 ore di Polemichette®

    31 Maggio 2024

    1.
    AI vs non-AI: macroscopicamente si può dire non faccia grande differenza, l’importante è la finalità di raccolta adesioni. Nello specifico caso la creator Pal amat.international -in un reel di ieri- suggerisce di utilizzare materiale foto\video proveniente dai territori perché ci sono persone (giornalisti o no, ricordando che oltre cento giornalisti son ostati uccisi da IRF) che rischiano la vita per documentare le atrocità ed è importante non rimuovere la cronaca. Sottolinea anche che se il contenuto è troppo esplicito o violento si possa lavorare sulla condivisione del pensiero in forma scritta (cronaca fattuale o emotiva che sia). Quest’ultima è una opzione interessante per la finalità universalizzante del messaggio: sgombera dall’equivoco di rappresentare quei luoghi come pacificati, sostituendo graficamente il male con un immaginario estetico falsato. I.E.: la bandiera Pal come sfondo e la scritta “All eyes on Rafah” -> la bandiera di uno stato non riconosciuto come sineddoche della storia del popolo che rappresenta.

    2.
    Universalismo vs elitismo: Le critiche bollate di etilismo credo si dividano in due generi. Da una parte chi cerca di problematizzare il messaggio per indagarne il funzionamento e le criticità (attività tediosa, ma imho fa parte della dialettica) e chi fa gatekeeping. Evitare di ridurre all’osso l’analisi -come ho fatto io- aiuta chi legge ad uscire dall’equivoco per cui la comprensione di un processo è sovrapponibile al giudizio delle persone coinvolte, chiarisce la posizione universalista e smarca la distorsione che genera il suo succedaneo populista: la pratica di selezione all’ingresso della lotta, male endemico di ogni quadro interpretativo e che -questo sì- si basa sul giudizio di merito verso le persone che producono un’azione (materiale o intellettuale che sia). Se si vuole dire o fare qualcosa pro-argomentosuperbello bisogna essere liberi di farlo, senza attività censoria di chi distribuisce il patentino di bravo compagno (sapendo che ci son quelli con gli occhiali di cui al punto 3).

    3.
    Intellettualismo vs populismo: in molti contenuti ho letto l’uso dispregiativo del termine “intellettuale” e devo dire che la cosa è spiacevole. Non possiamo pensare che da sinistra si guardi al mondo criticando quello che una volta era chiamato “pensiero unico” per poi sovrapporgli l’imposizione della stessa logica, per arrivare ad un fine, purché funzioni. Stare nella dialettica e sfruttare l’eterogenesi dei fini, questa è una risorsa per opporsi al deserto di pensiero che avanza e che normalizza la guerra, il liberismo, le xenofobie, etc. Rifiutare la complessità è una cosa di destra, il gatekeeping è una cosa di destra. Messa così forse suona più chiara. Spaccare i capello in quattro è un’attività antipatica, per qualcuno molto divertente, e se ci allontaniamo di un passo scopriamo che persino Marx spaccava il capello in quattro (il capitale sono 3 tomi da 1000+ pagine l’uno). Ognuno faccia quello che può fare secondo le proprie possibilità, uniti nella lotta.

    4.
    Occasionali vs RosaLuxemburg: è difficile dire cosa resterà di questa ondata di ricondivisioni. Qualcuno posta i google trend, qualcuno cita lo slacktivism, qualcuno ha la sfera di cristallo e non ce lo dice. I percorsi di costruzione del senso e di una comunità sono enormi, anche lenti, di sicuro complicatissimi e hanno bisogno delle storielle un po’ grafiche e un po’ no, così come dei saggi scritti difficili che leggono cinque persone. Quello che fa la differenza è la continuità, da parte della comunità che sostiene un dato tema, nel continuare a produrre senso. La story “All eyes on Rafah” nella suo essere criticabile cattura, ma quali sono le attività che prolungheranno e creeranno affezione al tema per chi si è imbattuto la prima volta in questo racconto? Le molteplicità di cui sopra: avere la possibilità di consumare informazioni rapide come complesse, senza gatekeeping o populismo.

    Il picco di Google trends è un sintomo, ma è un sintomo che produce trasformazione nel reale? Bibi cosa ne pensa? Quanti morti oggi dopo le 40 milioni di ricondivisioni? Quali sono le strategie da adottare? Abbiamo bisogno di una voce unica? Il leaderismo? Uno slogan? 40 milioni di slogan?

    Convergere, come dice GKN. Convergere, convergere, convergere. Prendere le analisi e i libri noiosi e convergere. Prendere l’entusiasmo scatenato da una immagine AI e convergere. Prendere il portafogli in mano e aiutare chi aiuta professionalmente, secondo le proprie possibilità. Tirare per la giacchetta i politici, costruire identità politiche collettive, lanciare una m****** perché adesso basta, ci siamo stufati. Convergere. Uscire di casa, occupare le piazze, fare le accampate, produrre senso. Convergere.

  • Il mio mestiere

    22 Maggio 2024

    Dopo un caso di malasanità in casa e la morte di Matteo (quasi un anno, di già), mi sono chiesto cosa sapessi fare per davvero. La risposta è stata “parlare”. Io chiacchiero. Chiacchiero per riprendermi indietro anni di vita trascorsi rimanendo solo nella mia testa e chiacchiero perché ho scoperto che le persone mi piacciono.

    Mi sono chiesto anche quale fosse il mio mestiere, rispondendomi che il mio mestiere non è essere la fabbrica dei soldi per le major, il booking o il management. Il mio mestiere è quello di stare in giro, che è bello e anche brutto. Perché non sono ricco di famiglia e quindi questo mio mestiere, naturalmente, mi fa anche schifo.

    Mi sono chiesto se potevo farcela e un po’ ce l’ho fatta, grazie a Gigi che non mi ha mollato mai neanche per un secondo. Sarà che è interista, sarà che gioca a tennis, sarà che è catanese.

    Il viaggio non è finito, questo mio mestiere del chiacchierare lo porterò in giro anche questa estate, anche nella versione con Stefano.

    Tutto il resto sono balle e trucchi da quattro soldi, come disse una volta Iosif Brodskij: “Il tuo vero lavoro è scrivere bene”.
    Va bene.

  • Il capitale musicale (pt.2)

    13 Maggio 2024

    Alcuni giorni fa Italian Review ha pubblicato una mia riflessione sullo stato del lavoro culturale nella musica, lo trovate qui. Provo ad espandere alcune considerazioni legate perlopiù alla vita dell’artista.

    A fine aprile The Guardian ha pubblicato un articolo che indaga la non sostenibilità economica della vita artistica nel mondo musicale: il rapporto tra costi e incassi, analizzando i tour di alcuni artisti medio-piccoli, è sconfortante. Budget che vengono chiusi con perdite da qualche centinaio ad alcune migliaia di Pounds e act che si domandano se abbia senso continuare o meno l’attività artistica. Persino chi vince premi e si imbarca in tour mondiali, senza essere Taylor Swift, chiude in passivo mentre viene detto loro che “è normale”. Chiaramente non dovrebbe esserlo.

    In Italia il lavoro nella musica dal vivo non è molto distante da queste analisi. Da anni si ripete l’adagio per cui la principale fonte di reddito dell’artista sarebbero i concerti, ma quali concerti? Per quali artisti?
    Senza prosciugare le tasche dei promoter e del pubblico, un tour di 7/8 mesi con la mia band è sufficiente a coprire una finestra economica ampia poco più del tour stesso. Siamo i principali datori di lavoro che conosca: paghiamo agenzia, management, crew, noleggi, spese di tour, amministrazione ed infine noi stessi (con una tassazione irreale del 37%, grazie welfare state). Riusciamo a camparci perché abbiamo avuto fortuna e capacità nel costruire una carriera di oltre dieci anni, ma chiuso un tour iniziano altre attività lavorative. A me va bene, non sono interessato ai soldi delle major: so che mettermi in tasca un enorme anticipo fotterà definitivamente il sistema di produzione culturale.
    Cosa che già succede, sistematicamente: l’aumento spropositato del costo dei biglietti dei concerti è una curva escludente. Seconde o terze generazioni di migranti, classe lavoratrice, fasce di pubblico deboli economicamente vengono tagliate fuori dal consumo culturale della musica. L’assenza di “ricambio generazionale” o di allargamento della platea d’età passa anche tra queste valutazioni.

    Più sarà alto il vostro biglietto, più il vostro pubblico sarà vecchio.
    Il consumo della musica nella famosa fascia 16-24 è un consumo digitale, se vi guardate attorno ad un qualsiasi concerto capirete quanto la demografia sia sbilanciata over35.

    La retorica del grande evento (sia concerto di artista singolo o festival) è l’unica che il mass market recepisce e consuma, decretando la progressiva chiusura per assenza di pubblico di venue sotto le 500 persone di capienza e la sempre più alta soglia di realizzo per tutti quegli artisti che chiamiamo emergenti, ma che sono di fatto la maggioranza numerica e la minoranza economica.
    La forbice tra il vincitore che prende tutto e “ciò che resta” è sempre più grande.
    Le persone sono sempre più interessate a ciò che sembra essere imperdibile rispetto alla costruzione di un pacchetto di passioni da seguire attivamente.

    Una responsabilità di questa deriva è anche in casa mia. Nel quinquennio che va dal 2017/2018 a circa il 2023 tutto quello che era il mondo delle etichette indipendenti è diventato il bacino di pesca delle major che, valigetta in mano, sono arrivate alla carica e che il c.d. mondo indipendente non ha esitato ad accogliere a braccia aperte. Accoglienza che, vista solo da un profilo economico, poteva essere di grande utilità, ma che poi ha prodotto un disinteresse parziale o totale per lo scouting e la ricerca di nuovi artisti da pubblicare, disinvestendo sul modello (fragile, ma consolidato) della costruzione di alternativa ad un mercato discografico legato alle sole logiche di profitto e visibilità.
    La stragrande maggioranza di quelle che prima erano etichette indipendenti impegnate nella costruzione di un discorso pubblico, la creazione di immaginario e l’emersione di un senso artistico, si sono trasformate in management e, per statuto e missione dell’attività di management, si è passati a seguire e promuovere la crescita (continua, costante, obbligata, capitalistica) di ciò che già si aveva in casa.

    Ciò che prima era filosoficamente alternativo è stato sussunto e si è trasformato in attore del mercato.
    L’agency dell’indipendente è andata dissolvendosi.

    Della distribuzione digitale e del suo ruolo in questo cambio di paradigma ho già detto nell’articolo per Italian Review: le possibilità di emergere in una logica distributiva che utilizza la musica come strumento finanziario sono pari a zero.
    In accoppiamento a questo c’è anche il ruolo della promozione attraverso i social network, che sono a loro volta dei gatekeeper in cui speriamo di vincere la lotteria e di ottenere un post virale. O paghiamo sperando che questo succeda. Ogni piattaforma parla solo a sé stessa, eccetera, eccetera. Anche in questo caso la frammentazione totale e l’impossibilità di costruire un discorso ad una platea disomogenea ma larga –come succedeva con i media del ‘900– ha portato a veicolare l’attenzione verso ciò che già funziona, nel binario di quanto detto prima dei management, ma questa volta dal fronte dell’utenza.

    All’interno di queste analisi esistono mosche bianche, eccezioni, appassionate e appassionati che si muovono autonomamente, ma che a loro volta combattono contro questo infinito frazionamento e questa infinita capitalizzazione della musica. Perché, e questa è una pura speculazione nichilista, se fino a 10 anni fa potevo pensare che c’era posto anche per Lo Stato Sociale dove già sedevano altri artisti, adesso, seguendo queste logiche, dovrei combattere perché nessun altro si sieda al tavolo: in un mercato puramente concorrenziale come quello che si è venuto a creare (e che abbiamo corroborato) l’emersione del nuovo è l’erosione di ciò che è già mio.

    Non dedicherò più di una frase invece alla folta e nutrita schiera di artisti e artiste che riempiendosi la bocca di parole come “diritti” sono testimonial di brand che affamano e desertificano il mondo, che spingono sempre più in alto l’asticella del capitale e della disuguaglianza (un pensiero a quell’artista che dopo l’elezione di Giorgia Meloni scrisse “Ora inizia la resistenza” e poche ore dopo pubblicò un adv per un noto bran di moda: LOL).
    Dieci, cento, mille volte meglio l’influencer di borgata che pubblica un libro o il comico cringe pure un po’ di destra, almeno giocano con il proprio culo, ma la trasformazione in vetrina di persone che poi cercano di spiegarci come il mondo sia ingiusto è davvero l’ultimo sintomo di una svendita completa del lavoro nella musica.

    Kevin Kelly di The Technium, molto tempo fa, ha scritto un bellissimo e illuminante articolo intitolato 1000 true fans. Leggetelo, ma intanto lo riassumo rozzamente: in un’ottica di produzione indipendente è sufficiente (e preferibile) avere 1000 persone che ti seguono davvero rispetto ad ambire alle decine di centinaia di migliaia o di milioni.

    In una produzione culturale in mano a colossi finanziari ciò che resta per l’artista è sempre più piccolo. Spesso mi chiedo: che senso ha cedere una fetta dei miei diritti sulla mia stessa musica (dunque sul mio lavoro) a fronte di un incasso molto basso al netto di tutte le suddivisioni e le tassazioni che questa somma deve affrontare? E questa cessione vedrà poi un reale investimento da parte della major o sarà solo un modo per rimpolpare un catalogo e avere dunque maggior potere di trattativa con la distribuzione per poter agire meglio le proprie strategie sugli artisti di punta? E le c.d. royalties sono realmente commisurate, nel lungo periodo, al valore che riconosco al mio ingegno che è stata la scintilla a mettere in moto tutta questa faccenda?

    Ad ognuno la propria risposta, ma riportare all’interno della propria persona (o della propria band) il percorso produttivo permette di guardare con più agio a quanto scrive Kelly e di utilizzare –qualora se ne presenti l’occasione– il mondo major solo ex-post pubblicazione o organizzazione dei tour, senza mai cedere definitivamente, ma facendo leva sui risultati ottenuti in autonomia. Possiamo pensare di garantirci un buon profitto dalla nostra arte se e solo se rimaniamo noi i primi sfruttatori economici della vendita della nostra stessa arte. Sempre che la si voglia vendere, s’intende.

    L’aver preso per scontato e necessario il percorso di produzione massificato, interpretandolo con le regole suggerite dalle corporate mondiali, non ha solo messo in crisi la filiera produttiva (che sembra sempre qualcosa di qualcun altro, mentre è il nostro lavoro), ma ha eroso larghissima parte dello spazio di manovra entro cui poter puntellare la propria autonomia, rimanendo padroni di ciò che si produce e, come suggeriva Marx, dei mezzi di produzione.

    Ci sono molti modi per farlo, magari ci penso un altro e po’ e poi ve ne parlo.

  • Che fare?

    12 Maggio 2024

    Una breve riflessione legata all’organizzarsi, Zerocalcare e la Palestina

    Ho guardato con un mix di sollievo e rabbia l’uscita di Zerocalcare dalle mura del salone per rimettersi in mezzo alle persone che manifestavano. Quando L’Espresso titolò forzosamente “l’ultimo intellettuale” fece un torto (piccolo) a Michele Rech e uno (più grande) a chi lavora nella cultura e ogni giorno cerca di mettere assieme le attività “dentro le mura” e “nelle piazze”, che sono due luoghi dell’anima e della pratica. Sono due luoghi in cui si va avanti solo organizzandosi, rispondendo alla famosa domanda “che fare?”.
    Zerocalcare ha -in maniera chiara- sottolineato questo semplice concetto pratico, ha preso la sua faccia e il suo zainetto ed è andato dove le persone si erano organizzate per spingere il mondo un po’ più in là, per qualcosa di più grande di noi.

    Queste cose più grandi di noi che alle volte, da soli, non sappiamo quali siano, ma la fortuna vuole che ci sia qualcuno che vede in maniera più lucida. Capita anche che quel qualcuno siamo noi. Non una leadership, ma la consapevolezza di avere accanto al proprio gomito qualcuno che ci integra, ci sostiene e in definitiva si fida. Un gesto che è sia figlio di un’enormità razionale, ma anche di uno slancio irragionevole, qualcosa di simile ad un gesto di fede.

    Il mondo attorno e la mia storia personale mi hanno nutrito di rabbia per troppe ingiustizie e diseguaglianze viste e vissute. Il sostegno al popolo palestinese è la sineddoche costruita su larghe fondamenta di precariato, instabilità economica, emergenze abitative, lavoro povero quando non assenza stessa di lavoro.
    Un quadro interpretativo, di questo ho avuto bisogno. Zerocalcare corrobora l’emersione della necessità di avere un quadro interpretativo che permetta di rispondere per sé in una direzione pubblica e collettiva.

    E dunque evviva organizzarsi, evviva cercare e trovare l’organizzazione più prossima alle nostre esigenze, alle nostre vite e infine, come suggeriscono da GKN, convergere.

    Niente di più e niente di meno che evitare la trincea nel proprio orto, nel proprio salone.

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