Quest’oggi è andato online un articolo a firma di Damir Ivic a proposito dell’incredibile e smisurata inflazione economica e di advertising legata ai grandi concerti (-> grandi eventi – festival).
È un articolo importante perché ricostruisce fuori dai tecnicismi una parabola iniziata una ventina d’anni fa e lo fa a firma di uno dei nomi più importanti del giornalismo musicale, non solo di settore. Grazie Damir per esserti accollato l’accollo.
Da qualche mese, prima su Italian Review e poi sul mio sito, cerco di approfondire la sostenibilità economica del lavoro culturale nel settore musicale, approcciando da marxista alla faccenda, da uomo compromesso perché artista e infine da lavoratore che si scontra da alcuni anni con la non-volontà del settore di farsi sistema. L’unico momento in cui si è tentata la strada delle istanze unitarie è stato durante il covid, dal momento in cui il settore è tornato a muoversi la partecipazione è andata scemando.
A commento dell’articolo di Damir qualcuno cita anche le responsabilità del pubblico ed è, almeno secondo me, il momento di provare a spacchettare l’argomento perché se è vero che 50000000 Elvis Fans Can’t Be Wrong, può darsi pure che ci siano delle dinamiche sul pubblico e nel pubblico che vale la pena indagare.
Nell’articolo di Ivic si smarcano tutti gli attori della catena produttiva musicale: artisti, management, discografia e live. La ricostruzione è ottima e fa emergere la naturale tendenza degli attori-lavoratori a stare nel mercato, costruendolo e modificandolo, facendosi costruire e modificare a loro volta. Ma l’azione mancante è quella agita dal pubblico che, in un bagno di realismo, potremmo tornare a definire come consumatore.
La finanziarizzazione dell’opera musicale –non a tutti i livelli, ma in larghissima percentuale– ci obbliga ad un confronto triangolare tra un’attività mercantile-materiale (la vendita\acquisto di uno spettacolo), il valore immateriale che diamo all’arte (“l’arte non rappresentativa per eccellenza”, Fubini) e la relazione con il suo recente ruolo di oggetto finanziario (che di questo triangolo è l’aggancio non cosciente sia per l’utilizzatore che per il 99% degli attori-lavoratori, sintagma fondante del neo-liberismo culturale).
Massimiliano Raffa nel suo bel libro Poptimism (Meltemi, 2024), scrive:
[il poptimism] configura una condizione in cui il dissenso creativo dal basso è sistematicamente inibito da un sistema orientato al rafforzamento dei conformismi culturali […] e che da processo culturale più ampio (e non esclusivamente relativo al dominio della musica) si riverbera nelle convinzioni non solo dei pubblici, ma anche di molti intermediari culturali.
Mi vorrei spingere un po’ più in là, guardando al pubblico e al consumo.
Quello che Raffa chiama poptimism produce una precarizzazione dell’ascoltatore o dello spettatore (nel caso della musica dal vivo). Emerge un risultato pratico ed emotivo per cui l’orizzonte di scelta del consumo culturale –percepito come infinito– inibisce l’eterogenesi del desiderio negandogli la mobilità della scelta (o della sua possibilità). Il prodotto viene disposto dalla finanziarizzazione ad un’altezza economica preoccupante per soddisfare il suo valore immateriale nel gesto pratico dell’acquisto desiderato (che è un desiderio per natura ambiguo: vero e presunto, autentico e artificiale, quindi richiedente).
Il pubblico-consumatore diventa così desideroso di qualcosa verso cui prova il bisogno (per soddisfarlo) ma che è con troppa frequenza cognitivamente dissonante (“la musica nelle cuffie è gratis e ha un valore non quantificabile per la mia vita, la musica come esperienza corporea ha un valore economico ben più superiore alle mie disponibilità: cosa sto sbagliando?”).
È un desiderio che rinnova sé stesso ed è, come ogni desiderio non soddisfatto, una delusione. Ci deludiamo colpevoli della nostra coscienza consumistica –accettandola, ma giustificandoci nella ricerca del piacere– e non ne tolleriamo l’esistenza –perché costretti ad principio di scelta-non-scelta.
Il pubblico-consumatore contrae la sua capacità di scelta in scorta a questa precarizzazione.
In questa ennesima fase di postmodernismo non c’è una chiara distinzione tra l’arte per l’arte e il prodotto finanziario che la contiene. Una è l’arte non rappresentativa per eccellenza, l’altro è lo strumento non rappresentabile per eccellenza: lo spaesamento che si produce nel contesto dei consumatori della popular music è difficile anche solo da immaginare.
Se fino a pochi anni fa il valore sociale e morale della musica popular era percepibile e scindibile dal suo valore economico, ora il valore sociale e morale è una metrica che indicizza il venduto, il reach, l’autoracconto per raggiungere quel dato evento. Sempre citando Poptimism di Raffa: “guardare ai prodotti della creatività come a delle forme simboliche dinamiche. in continua interlocuzione con i processi culturali che attraversano il mondo sociale, implica l’ammissione della sussistenza di una correlazione tra ambienti della comunicazione e contenuti dei testi culturali. Creatori e ricevitori simbolici, difatti, si trovano immersi in un ecosistema di esperienze che non influenza solo i contenuti dei testi culturali, ma anche la predisposizione dei ricevitori ad accogliere le sollecitazioni creative. […] Oggi, difatti, gli ascoltatori di musica non possono prescindere, lungo il processo di costruzione delle proprie culture individuali e durante le proprie attività di selezione e consumo dei materiali culturali, dal confronto con specifici ambienti comunicativi: quelli della piattaforme algoritmiche”.
In conclusione mi sembra di scorgere un atto di forza quando si decide di spendere per qualcosa che riteniamo essere “di valore”. Un atto di forza nel disorientamento che si percepisce nella neo-lingua promozionale (“imperdibile”, “necessario”, “stupefacente”, etc.).
Questa forza richiede un exploit di energie –emotive, per l’imposizione della scelta ed economiche, per la sostenibilità personale– che rinforza nell’ascoltatore o nel pubblico (in definitiva, senza altri mezzi termini, nel consumatore) un sentimento di inefficacia, causando così l’opposto di ciò che noi “alfieri della parte giusta della storia” pensiamo sia utile alla vendita (ovvero il valore immateriale): se non è possibile effettuare una scelta e l’agirla è un enorme investimento, useremo guardare alla pratica della ricerca del prodotto culturale come a un disvalore, cercando rifugio oltre la soglia, sopra la traccia, nel c.d. mainstream del live.
Mentre la popular music come prodotto culturale, come dice bene Raffa, è parecchio in crisi.
