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  • La gestione della vita nello spettacolo a 10€ (ovvero: di tutti gli articoli che leggete provo a spiegarvi che ruolo avete in quanto pubblico)

    27 giugno 2025

    Michel Foucault e i pensatori post-marxisti hanno ridefinito il potere, non più come mera repressione, ma come “gestione, organizzazione e potenziamento della vita stessa delle popolazioni”. Nel contesto dei concerti, ciò si manifesta attraverso strategie sottili per manipolare la percezione e il comportamento del pubblico.

    La svendita dei biglietti non è una coercizione fisica, ma una forma di “governamentalità”: un controllo sottile sulla popolazione di potenziali spettatori. Attraverso incentivi economici, come il prezzo basso (early bird, abbonamenti sottocosto, svendite last minute (qualcuno ha detto i Massive Attack a 10€ a Ferrara? Ah no?, etc.), si mira a mobilitare un preciso segmento di pubblico per raggiungere un obiettivo strategico: il sold out visibile. Questo dimostra come il potere contemporaneo operi non solo vietando, ma anche inducendo certi comportamenti. L’obiettivo primario non è la vendita del singolo biglietto, ma l’attivazione di una massa critica di persone che contribuiscano all’immagine desiderata dell’evento e dell’artista.

    I corpi che riempiono lo stadio, anche se hanno pagato poco, diventano corpi docili nel senso foucaultiano: vengono organizzati, posizionati e attivati per produrre un effetto desiderato: lo stadio pieno come simbolo di successo. La loro presenza fisica è centrale per la produzione di valore simbolico e d’immagine per l’industria, trasformandoli nella parte di una macchina che produce visibilità e legittimazione.

    Possiamo sfruttare anche Hardt e Negri: la moltitudine di spettatori che affolla lo stadio, pur essendo manipolata, contribuisce anche a creare il valore dell’evento attraverso la sua presenza e partecipazione emotiva. La tensione risiede nel fatto che questa moltitudine, sebbene sfruttata emotivamente e come corpo scenico, detiene una potenziale forza trasformativa, qualora prendesse coscienza della manipolazione. Cosa che, mi sembra di vedere, non accade, anzi: c’è una tendenza alla rimozione del torto subìto in quanto clienti per replicare un nuovo atto magico salvifico acquistando altri biglietti. Si prendano i concerti di Fontaines DC o Deftones al Carroponte: è come andare in un ristorante, mangiare male e decidere di ordinare tutto da capo.

    L’economia contemporanea si basa sempre più sulla produzione di conoscenze, informazioni, relazioni e affetti. L’industria musicale è un esempio perfetto di questa trasformazione sviluppata da pensatori come Franco Bifo Berardi. 

    I concerti sono luoghi di intensa produzione affettiva ed emozionale. L’industria musicale non vende solo un posto a sedere, ma la possibilità di vivere un’emozione, di sentirsi parte di una comunità, di condividere un’esperienza. Il biglietto a 10 euro – o la capienza a discapito della qualità d’ascolto – è un mezzo per massimizzare la produzione di queste emozioni collettive, che a loro volta alimentano la visibilità e il valore del brand dell’artista. L’”affective labor” (lavoro affettivo) dei fan – la loro passione, l’entusiasmo che portano al concerto – viene capitalizzato e riusato per generare ulteriore valore oltre il mero consumo, trasformando il pubblico in co-produttore di valore simbolico.

    L’artista e l’evento stesso diventano un brand, un’entità che accumula capitale simbolico fatto di reputazione, prestigio, desiderabilità. Il “sold out finto” è una strategia diretta per rafforzare questo capitale simbolico, perché non si tratta solo di vendere biglietti, ma di investire nel brand dell’artista, rendendolo percepito come un “peso massimo” capace di riempire grandi spazi, il che aprirà poi le porte a contratti più lucrosi, sponsorizzazioni e maggiore influenza culturale (sempre e comunque su un piano esclusivamente di immaginario non trasformativo, sempre per quella cosa che fate i video alla bandiera PAL durante il live dei Fontaines DC ma le bombe cadono comunque, idem con i Massive Attack, perché il culturalismo è terreno predato dal capitale).

    L’era digitale amplifica queste dinamiche. Un concerto “sold out” (anche se fittizio) genera un enorme volume di contenuti online (foto, video, storie, commenti) che amplificano l’evento ben oltre la sua durata fisica. Questo “lavoro immateriale spontaneo” (o semi-spontaneo) degli spettatori, che condividono la loro esperienza sui social media, diventa un potente strumento di marketing gratuito, rafforzando ulteriormente il valore del brand dell’artista e dell’evento. I biglietti a 10 euro sono un modo per “attivare” quante più persone possibile in questo processo di produzione di valore virale.

    i Fine Before You Came spiegano come affrontare non simbolicamente la vuotella

    E ora qualcosa di completamente diverso: una deviazione lavorista al discorso soprastante.

    L’industria dello spettacolo è una complessa catena di valore che coinvolge una moltitudine di professioni spesso invisibili al pubblico ma essenziali: artisti (star, turnisti, coristi, session man), tecnici audio, luci, video, scenografi e costumisti, tour manager, produttori esecutivi, backliner, personale di sala, sicurezza, addetti alle vendite e professionisti del marketing e della comunicazione. Da una prospettiva lavorista, tutte queste figure contribuiscono in modo fondamentale alla creazione del “prodotto” finale: il concerto. Il loro lavoro, sia materiale (come allestire un palco) che immateriale (come creare un’atmosfera o gestire la comunicazione), genera il valore d’uso e il valore simbolico dell’evento.

    La pratica dei biglietti a 10 euro, anche se apparentemente utile per “salvare” un evento o ininfluente nel computo finale (come scrivevo già qualche giorno fa: sono conglomerati finanziari che possono permettersi di giocare in perdita in ottica speculativa), può contribuire ad una svalutazione sistemica e simbolica del lavoro. Si insinua la percezione che il valore economico del prodotto sia trascurabile, intaccando così la percezione generale delle figure professionali di cui sopra.

    Il settore dello spettacolo è già caratterizzato da un’alta precarietà e intermittenza lavorativa, eventi come quelli che richiedono sold out finti possono aggravare questa situazione. I lavoratori non hanno garanzie di continuità, e la percezione di un mercato gonfiato può mascherare la reale difficoltà di molti professionisti a mantenere un reddito stabile. Una visione lavorista deve criticare il finto sold out perché crea un’illusione di abbondanza e successo. Se un concerto è percepito come un trionfo, ma una parte significativa del pubblico ha pagato poco o nulla, ciò falsifica il reale valore generato e rende più difficile per i lavoratori negoziare salari equi, in quanto il mercato appare “florido” quando in realtà è drogato. Il rischio è che i lavoratori finiscano per credere a questa narrazione, sminuendo il proprio contributo in un sistema distorto.

    Ogni stadio pieno aumenta il valore simbolico della classe padronale (l’artista, il management, il Booking, il circuito vendita) mentre ogni biglietto venduto a 10 euro riduce simbolicamente il valore del lavoro di tutti coloro che hanno contribuito allo spettacolo. Se il prodotto finale è offerto a un prezzo stracciato, si svaluta non solo l’esperienza del pubblico, ma anche lo sforzo, le competenze e la professionalità investite.

    Da un punto di vista lavorista e sindacale questo scenario impone la necessità di maggiore trasparenza sulle vendite reali dei biglietti e sulle logiche contrattuali. Sono auspicabili interventi per regolamentare la vendita di biglietti sottocosto su larga scala e del c.d. dynamic pricing, se questi distorcono il mercato e danneggiano la catena di valore. È cruciale rafforzare la sindacalizzazione di categoria per negoziare contratti collettivi che garantiscano salari equi, condizioni di lavoro sicure e tutele sociali, indipendentemente dalle strategie di vendita.

    In definitiva, “lo scandalo” non va letto come una semplice “truffa” o un errore di marketing, ma come una sofisticata strategia all’interno di un capitalismo che si basa sempre più sulla manipolazione delle immagini, la gestione delle masse, l’estrazione di valore da affetti ed emozioni, e la produzione di capitale simbolico.

    Il “sold out finto” è il sintomo di un sistema che valorizza l’apparenza, l’esperienza e l’immagine mediatica più della sostanza economica o dell’autenticità relazionale. Una visione lavorista inserisce questo fenomeno in un quadro più ampio di lotta per la giustizia sociale ed economica nel settore dello spettacolo, non solo per difendere il consumatore, ma per proteggere e valorizzare chi, con il proprio lavoro, rende possibile la magia del palcoscenico, troppo spesso a discapito della propria stabilità e dignità professionale.

  • Completamente sold out (bei tempi)

    21 giugno 2025

    La grande attenzione ai finti soldout ci lusinga, nondimeno non coglie né intacca il meccanismo riproduttivo del capitale musicale. Mi spiego.

    Quale sarebbe lo scandalo che dovrebbe emergere dallo scrivere “sold out” quando non lo è o praticare svendite sul costo del biglietto? Come sempre: non possiamo essere critici con il capitale leggendolo con strumenti non propri e inadatti.

    Mi sembra che larga parta -se non la totalità- di questi articoli si muova su una orizzontalità etica di scorrettezza comunicativa. “Eh ma raccontano le bugie”, che sicuramente il Vangelo dice non sta bene a farsi, ma è anche vero che “it’s my party and i cry if i want to”. Il punto sui biglietti a 10€ è che quei 10€ dovrebbero essere il prezzo da pretendere in ragione del fatto che il capitale non fa nulla contro i propri interessi: in ipotesi potrebbe organizzare un concerto completamente gratuito per il pubblico rientrando nell’infinita sostenibilità economica di corporation facenti parti di conglomerati finanziari che hanno tutti gli interessi a lavorare, di tanto in tanto, in perdita.

    Perché tu leggi concerto, ma il fine analista lacaniano che vive in me, ti suggerirebbe di capire “speculazione”.

    Le analisi lette sono tutte giuste nel loro impianto etico, ma scordano che non si sta parlando né di arte né di persone, ma di merce. I grandi eventi, perché in questo contesto di analisi principalmente afferiamo a palazzetti dello sport e stadi, sono un prodotto che vive in un mercato esclusivo ad appannaggio di 2/3 società, alcune delle quali indistinguibili da quelle affianco, proprio perché più si torna alla radice nella filiera di scatole cinesi finanziarie e più gli stessi nomi si ripetono. KKR è solo il più noto delle ultime settimane, ma provate a guardare la galassia Ticketmaster / Live nation e poi andiamo a prenderci una birretta.

    In questa condizione di mercato organizzata come un oligopolio non esiste nulla di ciò che normalmente intendiamo come cultura o umanità. Spiace per colleghe e colleghi che decidono di firmare con questi brand: ben chiaro che pecunia non olet, ma il giudizio delle persone è quello che costruisce le nostre carriere nel momento in cui prendiamo delle decisioni, non si venisse poi a piangere che a forza di guardare l’abisso etc etc etc. Degli artisti, in questo caso, io non credo si debba avere “pietà” lavorativa, lo dico leggendo l’approfondimento di Lucarelli che parla di contratti da cui risulta quasi impossibile uscire: l’artista è libero nelle sue scelte e caricato delle proprie responsabilità, nessuno firma con pistole puntate alla testa e i c.d. malvagissimi management che lucrerebbero alle loro spalle non sono nient’altro che una ennesima fetta di questo capitalismo musicale. Giocano tutti la stessa partita, ma come in ogni partita qualcuno vince e qualcuno fa gli sfondoni. Spiaze (cit.).

    Una prece in particolare va a chi, posizionandosi in una fetta di immaginario politico “di sinistra”, fa felicemente parte di questo giochino: mollateci. Oppure mollateli, vi riaccoglieremo come il figliol prodigo (oggi evangelico, io).

    Sarebbe forse il caso di chiedersi se con questi 80/90/100€ di biglietto che decidiamo di spendere ci sia poi un trattamento economico adeguato per chi ci lavora. Un trattamento economico adeguato alle ore di lavoro che normalmente non vengono rispettate, ma lo sapete già tutti tranne l’ispettorato del lavoro che giustamente non può mica trattarci come i camionisti con il marker temporale di quanto sta in movimento il TIR.

    In una chat con amici ho immaginato il team di inchiesta di Fanpage che va a fare un lavoro sulle economie e la sicurezza e la dignità del lavoro nella produzione eventi, sarebbe un bel modo per cominciare a minare l’industria per come la conosciamo. Con buona pace di quei santi che firmano i piani sicurezza, tenuti per il collo anche loro dai padroni del cucuzzaro.

    E allora per cosa ci si lamenta in questo presunto scandalo dei soldout? Che era possibile vedersi Elodie a 10€? Evidentemente la sua agenzia ha valutato che la merce-Elodie fosse deprezzabile fino a 10€, io ne sarei stato contento se fossi stato in un cliente-Elodie.

    Il dynamic pricing è una pratica incondivisibile? Beh, non ce lo prescrive il dottore di foraggiare la carriera di qualcuno che decide di cedere la propria volontà per diventare un servo molto ricco. E gli Oasis hanno scritto grandi brani, ma sono un bellissimo esempio di servitù.

    Ripetiamolo insieme: comprare un biglietto è sottoscrivere un accordo, è un po’ di più che metter mano al portafogli, se ci pensi.

    Questi degli ultimi gironi sono “scandali” non trasformativi, che non evidenziano alcuna inequità verso i più deboli, perché nel mercato del capitale musicale non esistono i deboli: esistono solo clienti e merce.

  • La musica nell’era delle classi simboliche

    30 Maggio 2025

    Da diverso tempo mi cruccio cercando di mettere assieme una serie di osservazioni, letture e allucinazioni riguardanti il mondo della produzione culturale nell’era digitale contemporanea. Ho iniziato con una serie di articoli intitolati “Il capitale musicale”, producendo anche il podcast omonimo e sono finito in tempi recenti con alcune digressioni sulla creator economy, le AI e il podcasting.
    Un paio di giorni fa, andando a sfogliare un po’ di appunti sparsi ho ritrovato una citazione che mi ha illuminato e che, in qualche modo, è stata la scintilla per provare a mettere tutto assieme, spassionatamente, nella forma più comprensibile che ho potuto.

    Tutta colpa di queste parole:

    “emergono quelle che Žižek ha definito “classi simboliche”, vale a dire posizionamenti politici che istituiscono linee di divisione in base a scelte di campo su attitudini etico-culturali, piuttosto che in base al rapporto dialettico fra ideologia e posizionamento sociale”

    Mimmo Cangiano – Guerre culturali e neoliberismo (Nottetempo, 2024)

    Ecco dunque un articolo che non prometto breve.

    La musica nell’era delle classi simboliche: identità, etica, mercato digitale e sfruttamento della creatività nell’economia delle piattaforme (con uno sguardo agli algoritmi di spotify, alla musica AI-generated e al fenomeno dell’enshittification)

    Il dibattito sull’emergere di classi simboliche all’interno dell’influencing progressista sui social media e la critica al culturalismo avanzata da pensatori come Mimmo Cangiano, trovano risonanza e applicabilità nel mondo della creazione musicale e nel posizionamento pubblico degli artisti nell’era digitale. Il settore musicale, infatti, si rivela un terreno estremamente fertile per osservare queste dinamiche, ulteriormente complicate dal fenomeno dell’enshittification.

    Le classi simboliche nel panorama musicale contemporaneo: identità, allineamento e “cancel culture”

    Nel panorama musicale odierno, in cui i social media e le piattaforme digitali hanno un ruolo centrale, il posizionamento di un artista è sempre più definito dalla sua adesione o dalla sua presa di distanza da specifiche posizioni etico-culturali. Questo, alle volte anche per me stesso, assume un’importanza pari, se non superiore, al genere musicale o alla pura abilità tecnica (che non non trovo essere un valore di per sé, ma in questa istanza la musica è un oggetto culturale)..

    Numerosi artisti contemporanei costruiscono la propria immagine pubblica e la propria proposta musicale attorno a un marcato impegno sociale o a un’esplicita identità culturale. Pensiamo ad artisti che si schierano apertamente per cause LGBTQ+, ambientaliste, antirazziste, o che abbracciano determinate ideologie politiche. La loro musica, l’estetica visiva e le dichiarazioni rilasciate sui social media diventano espressione diretta di queste “scelte di campo”.

    All’interno di un mercato musicale sempre più saturo, il posizionamento etico-culturale si configura come uno strumento potente per catturare l’attenzione del pubblico e fidelizzare una fanbase. Essere percepiti come “allineati” ai valori di una specifica classe simbolica può garantire un’accresciuta visibilità e questo allineamento può manifestarsi attraverso il sostegno a movimenti specifici, l’adozione di un linguaggio inclusivo o la partecipazione a eventi legati a determinate cause. I social media, in particolare, sono diventati un palcoscenico essenziale per gli artisti, dove il personal branding e la coerenza con un’unica matrice valoriale sono fondamentali per rendersi riconoscibili.

    Tuttavia, il rovescio della medaglia è altrettanto significativo: un mancato allineamento o la percezione di uno “scivolone” etico-culturale può avere conseguenze notevoli sulla carriera di un artista. Episodi di “cancel culture” o boicottaggio, innescati anche da dichiarazioni o comportamenti passati, dimostrano chiaramente come il giudizio del pubblico –e delle altre classi simboliche– possa essere severo e avere un impatto diretto sulla reputazione e sulle opportunità professionali. La purezza simbolica emerge come un fondamentale metro di giudizio. La “cancel culture” (termine che volutamente uso virgolettato, come definizione-ombrello di un atteggiamento censorio bipartisan), in particolare, si manifesta tramite il potere dei social media che permeano una fetta di opinione pubblica o che arrivano a toccare aspetti operativi della produzione culturale, potendo portare alla rimozione di canzoni dalle piattaforme o al boicottaggio radiofonico. 

    La difficoltà di ragionare attorno a questo concetto può anche essere vista come una “fuga dal conflitto costante” della nostra società, un meccanismo di autodifesa personale e collettivo a ciò che noi stessi, come individui e società, produciamo alimentando questa dinamica.

    La critica al “culturalismo” di Mimmo Cangiano nel settore musicale: il rischio della radicalità apparente e della cooptazione

    La critica di Mimmo Cangiano al culturalismo trova ampie risonanze anche nel mondo della musica. Cangiano, da studioso marxista, sottolinea che “la classe deriva da ciò che fai, non da ciò che sei, e dal modo in cui si è in relazione con il modo produttivo”. Una “troppa fede nella cultura”, soprattutto se “slegata dal suo piano materiale”, può rendere le battaglie ideologiche “apparentemente radicali, ma mai sovversive”.

    Spesso, l’attenzione del pubblico e della critica si sposta dal valore intrinseco della musica (composizione, esecuzione) al messaggio veicolato –che di questi tempi…– o all’identità dell’artista. L’impegno etico-culturale rischia così di trasformarsi in una mera strategia di “marketing” o in un prerequisito indispensabile per ottenere validazione e riconoscimento, mettendo in ombra la qualità artistica intrinseca dell’opera. Questa dinamica è legata al fatto che “la musica non conta più. La gente non si preoccupa più della musica stessa, ma di chi fa la musica”. Il pubblico è sempre più interessato alle celebrità e al “fascino”, perdendo una connessione trascendentale con la qualità musicale. Questo fenomeno si allinea con l’idea del “Poptimism” di Massimiliano Raffa, secondo cui la musica pop e la sua analisi critica si sono spostate verso una valorizzazione del successo commerciale e dell’impatto culturale piuttosto che della complessità musicale o della critica sociologica delle sue condizioni di produzione. In questo contesto, l’apprezzamento è spesso legato alla risonanza emotiva e all’identificazione con l’artista come persona e le sue posizioni, piuttosto che con l’opera in sé.

    Secondo questa prospettiva, un artista che si posiziona in modo “radicale” su temi etico-culturali potrebbe, in realtà, non intaccare le strutture di potere o le dinamiche di sfruttamento intrinseche all’industria musicale stessa. In questo scenario, la battaglia simbolica diventa un sostituto per una critica più profonda al sistema economico in cui l’artista è immerso e opera. Questa è una delle preoccupazioni centrali della prospettiva marxista sulle culture wars, che vede affondare le proprie radici nelle contraddizioni e nelle disuguaglianze del sistema capitalistico, spesso sfogandosi in conflitti culturali che, pur sembrando distanti dall’economia, ne riflettono le tensioni sottostanti. La spettacolarizzazione delle controversie e la riduzione di questioni complesse a slogan polarizzanti sono strategie che oscurano le radici materiali dei conflitti.

    Un aspetto cruciale evidenziato dalla critica di Cangiano è la cooptazione da parte del capitale. Le case discografiche, i brand e le piattaforme di streaming dimostrano una notevole abilità nel cooptare e monetizzare queste posizioni etico-culturali. Un artista “impegnato” può facilmente diventare un testimonial credibile per un’azienda, o la sua musica può essere strategicamente inserita in playlist tematiche che beneficiano di un’estetica progressista, senza che ciò si traduca necessariamente in un cambiamento materiale per l’industria o per i musicisti meno privilegiati. Questo fenomeno è noto come “woke washing”: i brand sfruttano temi sociali e discussioni pubbliche per trarne profitti economici o dissimulare politiche aziendali controverse. Questo tipo di marketing, sebbene possa sembrare progressista, spesso manca di un reale impegno verso la diversità, l’equità e l’inclusione all’interno dell’azienda stessa.

    Negli ultimi anni, la piattaformizzazione ha reso accessibili un grande numero di servizi, pensiamo alla salute mentale: ma a quale costo per chi viene intrappolato in schemi di sfruttamento e rewarding legati alla propria svalutazione economica? Quali migliori testimonial se non content creator, artisti o volti noti già sostenuti da queste  classi simboliche? L’illusione dell’accessibilità produce nuovo sfruttamento, perché non si impegna in pratiche trasformative, restando cooptata dal capitale.

    La performance integrale dell’artista nell’era digitale: autenticità, capitale culturale e l’”enshittification” della “creator economy”

    La performance di un artista nell’era digitale non si confina al palco o allo studio di registrazione, ma si estende a ogni aspetto della presenza pubblica, inclusi i profili sui social media, le interviste e le collaborazioni. Questa estensione della performance è cruciale per il “personal branding”, in cui l’artista deve rendersi riconoscibile e creare contenuti di qualità che tengano viva l’attenzione del pubblico. Questo è particolarmente vero in un contesto di creator economy dove la richiesta di produrre contenuti ad-hoc per le piattaforme è diventata sempre più pressante (e a volte delirante e inappropriata).

    La nozione di capitale culturale di Pierre Bourdieu ci viene in aiuto.
    Il capitale culturale, che include conoscenze, abilità e disposizioni apprezzate in certi contesti, può influenzare la posizione di un individuo nei campi sociali, inclusi quelli artistici. L’identità artistica non è solo ciò che l’artista dice di essere, ma anche ciò che il pubblico percepisce e la coerenza estetica del marchio sui social media è fondamentale per creare un’identità riconoscibile e memorabile. I social media sono diventati una componente strutturale dell’ecosistema dell’arte contemporanea, giocando un ruolo centrale nella produzione, distribuzione, consumo e commercializzazione dell’arte.

    La sfida per gli artisti è bilanciare la necessità di autenticità con le esigenze di visibilità e marketing sui social media. Un eccesso di promozioni o post sponsorizzati, ad esempio, può essere interpretato dal pubblico come una mancanza di autenticità. Stabilire forti legami con i follower e interagire con la community può creare un senso di familiarità e genuinità. La partecipazione a network culturali più ampi e la collaborazione con altri artisti e influencer possono aumentare l’esposizione e l’autenticità desiderabile.

    Tuttavia, il mondo della creator economy nasconde meccanismi di sfruttamento profondi e sistemici, che si manifestano nel fenomeno dell’enshittification. Inizialmente, le piattaforme attraggono gli utenti con un valore innegabile, ma poi, per massimizzare i profitti, iniziano a sfruttare i loro fornitori (in questo caso, gli artisti), e infine il pubblico stesso, trasformando l’esperienza da benefica a tossica. Le piattaforme digitali agiscono come “gatekeeper” che controllano l’accesso al pubblico, gli algoritmi di distribuzione e le opportunità di monetizzazione. Questa posizione dominante permette loro di imporre condizioni spesso svantaggiose, modificando unilateralmente le regole o gli algoritmi, riducendo drasticamente il potere negoziale dei singoli creator.

    Liz Pelly, nel suo libro “Mood Machine” (Hodder & Stoughton, 2025), analizza in profondità come Spotify, la piattaforma di streaming dominante sul mercato, stia ridefinendo radicalmente il valore della musica e la vita degli artisti. Pelly sostiene che Spotify, attraverso i suoi algoritmi e la sua enfasi sulle playlist basate sull’umore (“mood-based playlists”), ha trasformato la musica da un’opera d’arte complessa a una mera “risorsa” per l’automazione, un “pacchetto di dati” da manipolare e riorganizzare per massimizzare il consumo e la pubblicità.

    Secondo Pelly, il primato degli algoritmi di Spotify favorisce una musica che si conforma a parametri specifici, promuovendo suoni mid-tempo, chill o lo-fi che si adattano a playlist per la produttività, il relax o il sottofondo. Questo processo porta a una omogeneizzazione del suono e all’erosione dei generi, spingendo gli artisti a produrre musica che sia “playlist-friendly” piuttosto che intrinsecamente innovativa o rischiosa: non a caso la stessa tesi che ritroviamo in molte parti di Poptimism di Raffa. Gli artisti sono costretti a lavorare per l’algoritmo, adattando la loro creatività ai requisiti di un sistema che valorizza il mood e la fruizione passiva invece che l’ascolto attento e la sperimentazione.

    Questo impatto algoritmico si somma alle dinamiche di sfruttamento della creator economy. Gran parte del lavoro svolto dai content creator è spesso non retribuito o sottopagato, contribuendo al valore complessivo delle piattaforme. Questo lavoro invisibile o mal retribuito rientra nel concetto di “digital labor” analizzato da Christian Fuchs. Attraverso questa attività, gli utenti diventano una “merce-pubblico” (audience commodity) venduta agli inserzionisti, con i content creator che generano il contenuto per attrarre e trattenere questa merce. La loro dipendenza dalla visibilità e dagli strumenti della piattaforma li rende estremamente vulnerabili e alienati dal frutto del loro lavoro. La promessa di successo è spesso una chimera capitalista, un colpo di fortuna indipendente dalle volontà del creator. I dati generati dai content creator che sono quindi, in questo caso, gli artisti (engagement, visualizzazioni, demografia del pubblico) sono una risorsa preziosa per le piattaforme, che li utilizzano per migliorare i propri algoritmi, attrarre inserzionisti e consolidare la propria posizione monopolistica. Questo valore viene estratto senza che i creator ne ricevano una parte proporzionale. In questo sistema, i creator non sono partner paritari, ma ingranaggi di una macchina che estrae valore, trasformandoli di fatto in “schiavi in abbonamento”. Infatti lo spazio, i follower e i contenuti stessi non sono più di proprietà del creator una volta accettati i termini e le condizioni. È di ieri la notizia che molti canali Youtube di creators erano stati hackerati e momentaneamente non disponibili: e se YT un giorno decidesse di chiudere baracca? I nostri prodotti dove finirebbero? Avremmo ancora lo stesso valore?

    L’avanzamento delle intelligenze artificiali generative rappresenta una fase ulteriore e più sofisticata del “capitalismo della sorveglianza” e dell’enshittification. Le IA generative non sono un progresso neutro, ma una manifestazione profonda di questo sistema. Il “Ciclo di Espropriazione” di Shoshana Zuboff si manifesta nell’estrazione massiva e spesso non consensuale di dati (testi, immagini, audio, video) per l’addestramento delle IA. Questa non è solo un’incursione nella proprietà intellettuale, ma anche nella creatività e cognizione umana, mercificando prerogative uniche dell’intelligenza umana. In questo contesto, assistiamo all’emersione di musica generata artificialmente appositamente per ottenere click e presenze su piattaforme come Spotify, spesso con la creazione di artisti fittizi sotto pseudonimi diversi. Queste tracce, spesso prodotte a basso costo e in grandi volumi, sono progettate per essere playlist-friendly e riempire nicchie specifiche negli algoritmi, generando rendite per le piattaforme e mettendo in discussione la stessa nozione di autorialità e valore artistico. Questa pratica, pur non violando sempre direttamente il copyright, mina la sostenibilità economica degli artisti umani e satura il mercato con contenuti “fantasma” che competono per l’attenzione e le royalties, contribuendo a una logica di iper-produzione a discapito della qualità e della remunerazione equa per la creatività umana. Le IA generative, alimentate dal digital labor e dal surplus comportamentale di miliardi di utenti, diventano strumenti per una sorveglianza più pervasiva e una manipolazione più sottile del comportamento umano. Questo solleva interrogativi fondamentali sulla proprietà intellettuale e sul valore del lavoro umano nell’era digitale, evidenziando una nuova forma di accumulazione primitiva basata sull’espropriazione del “surplus comportamentale generativo”.

    In conclusione, è evidente come la creazione musicale e il posizionamento pubblico degli artisti siano profondamente immersi nelle dinamiche delle classi simboliche e del culturalismo digitale. La capacità di un artista di navigare in questo complesso panorama, trovando un equilibrio tra la propria arte e il proprio posizionamento etico-culturale, pur consapevole delle dinamiche di sfruttamento della creator economy –amplificate dall’analisi di Pelly sul ruolo di Spotify e dall’avanzata della musica generata artificialmente– e più in generale dell’avanzamento delle IA generative, è oggi più che mai cruciale per la sua visibilità e per l’accettazione da parte sia del pubblico che dell’industria. A questo si deve opporre l’annosa questione: è forse il successo, l’accettazione, la visibilità una triade a cui ambire tout-court?

  • Creo dentro le piattaforme, dunque sono schiavo.

    27 Maggio 2025

    Da quando ho un podcast sono diventato ufficialmente un content creator.
    Negli anni ho utilizzato i social network sia per scopi privati –con le foto delle vacanze o del matrimonio, come chiunque– sia per scopi promozionali. Se con la band la richiesta di produrre contenuti ad-hoc per le piattaforme è diventata sempre più pressante (e delirante e inappropriata considerata la natura e l’immaginario della band stessa), anche nel mio piccolo ho cominciato a “scendere a patti” con la c.d. creator economy.

    Negli anni ho scritto numerose volte della mia feroce antipatia per la figura dell’influencer, anticipandone il declino narrativo, mentre da qualche tempo abbiamo familiarizzato con il rebranding di queste figure e l’emersione ex-novo di nuove celebrità definite e autodefinite “content creator”. Quelle persone che prima erano delle vetrine antropomorfe ora sono nobilitate dallo sforzo creativo del catturare l’attenzione dell’utenza, in relazione ai sempre più veloci meccanismi di consumo delle piattaforme, il cui fine ultimo –naturalmente– è quello di vendere qualcosa.

    Non dobbiamo afferire solo al gruppo Meta o TikTok, ma anche a Google (“mi raccomando la recensione!” ogni volta che usciamo da una qualsiasi attività commerciale), alle piattaforme per le newsletter come Substack o MailChimp & co (“consiglia un articolo!”) e naturalmente alle piattaforme di streaming musicale e di podcast, di cui avevo parlato qualche giorno fa (e quale miglior autodenuncia se non l’esistenza dell’interfaccia “Spotify for creators”).

    La parola chiave in content creator è la seconda: creazione. Nel 2025 non è possibile immaginare un ragionamento sull’estrazione di valore da parte delle big tech senza trattare l’intelligenza artificiale generativa, il lato della medaglia meccanico della creator economy ed entrambi sintomi di una nuova schiavitù.
    Attraverso le lenti critiche di pensatori come Shoshana Zuboff, Nick Srnicek e Christian Fuchs, emerge un quadro inquietante in cui i content creator assumono le sembianze di veri e propri schiavi digitali e le intelligenze artificiali generative si configurano come l’ultima frontiera del capitalismo della sorveglianza.

    I nuovi schiavi delle piattaforme

    La figura del content creator, spesso idealizzata e presentata come espressione di libertà creativa e autonomia, nasconde in realtà meccanismi di sfruttamento profondi e sistemici. Le piattaforme digitali, che Srnicek definisce “infrastrutture che consentono di raccogliere, analizzare e monetizzare i dati degli utenti”, agiscono come “gatekeeper” che controllano l’accesso al pubblico, gli algoritmi di distribuzione e le opportunità di monetizzazione. Questa posizione dominante permette alle piattaforme di imporre condizioni spesso svantaggiose, modificando unilateralmente le regole di monetizzazione o gli algoritmi, riducendo drasticamente il potere negoziale dei singoli creator (per la musica ci si può riferire a Poptimism di Massimiliano Raffa, Meltemi 2024).

    Il lavoro svolto dai content creator rientra a pieno titolo nel concetto di digital labor analizzato da Christian Fuchs. Gran parte del loro impegno –la produzione di contenuti, l’interazione con il pubblico, la generazione di traffico e dati– è spesso non retribuito o sottopagato, specialmente per i creator emergenti. Questo lavoro invisibile o mal retribuito contribuisce in modo significativo al valore complessivo delle piattaforme. Il confine tra lavoro e tempo libero si dissolve, poiché molti creator vivono la loro attività come una passione o un hobby, sottovalutando la mole di lavoro non retribuito che svolgono per le piattaforme (come dite? nessuno vi paga per il vostro podcast? ahi ahi ahi!). Attraverso questa attività, gli utenti diventano una merce-pubblico (audience commodity), venduta agli inserzionisti, con i content creator che generano il contenuto che attrae e trattiene questa “merce”. La loro dipendenza dalla visibilità e dagli strumenti della piattaforma li rende estremamente vulnerabili e alienati dal frutto del loro lavoro.
    In alcuni casi li rende anche ricchi (in forme di ricchezza più vicine alle vecchia classe media che alla moderna classe dei ricchi, va detto), producendo come effetto secondario lo spirito emulativo di tante persone che ritengono afferrabile questo successo, introiettando la chimera capitalista dello “svoltare”, del farcela. Niente di più e niente di meno che un colpo di fortuna, come abbiamo visto legato a meccanismi indipendenti dalle volontà del creator.

    Per ogni utente di una piattaforma quanti creator ce l’hanno fatta? Per ogni gratta e vinci giocato, quanti sono diventati milionari?

    La rendita da dati, malgrado sia l’aspetto più noioso e sicuramente invisibile, è un’altra forma cruciale di sfruttamento se non, forse, quella a cui sono più interessate le piattaforme che vi sollazzano con le analitiche, ma che di certo non vi cedono lo sfruttamento dell’enorme quantità di dati che elaborano grazie a voi.

    I dati generati dai content creator (engagement, visualizzazioni, demografia del pubblico) sono una risorsa preziosa per le piattaforme, che li utilizzano per migliorare i propri algoritmi, attrarre inserzionisti e consolidare la propria posizione monopolistica. Questo valore viene estratto senza che i creator ne ricevano una parte proporzionale. In questo sistema, i creator non sono partner paritari, ma ingranaggi di una macchina che estrae valore, mentre il loro stesso valore viene mercificato e venduto, trasformandoli di fatto in “schiavi in abbonamento” che pagano una rendita da dati come lavoro non retribuito.
    Quando capita che vi sottraggano una pagina molto seguita che avete aperto alcuni anni fa ricordatevi sempre che quello spazio non è vostro, quei follower non sono vostri, quei dati prodotti non sono vostri e nemmeno il repertorio di contenuti creato è vostro. L’avete ceduto accettando termini e condizioni e indietro non si torna.

    IA generative: la nuova frontiera del capitalismo della sorveglianza

    L’avanzamento delle intelligenze artificiali generative, come analizzato da Shoshana Zuboff, rappresenta una fase successiva e più sofisticata del capitalismo della sorveglianza. Le IA generative non sono un progresso tecnologico neutro, ma una manifestazione più profonda di questo sistema.

    Il “Ciclo di Espropriazione” di Zuboff si manifesta in modo lampante nell’operato delle IA generative:

    1. Incursione (Incursion): La fase più evidente è l’estrazione massiva e spesso non consensuale di dati da ogni angolo del web: testi, immagini, audio, video. Milioni di opere protette da copyright, post sui social media, articoli e conversazioni vengono raschiati (scraped) e trasformati in materia prima per il capitale di sorveglianza. Questa non è solo un’incursione nella proprietà intellettuale, ma anche nella creatività e cognizione umana, simulando la scrittura, l’arte e il ragionamento, e mercificando queste prerogative uniche dell’intelligenza umana.
    2. Abituazione (Habituation): L’integrazione rapida e l’entusiasmo per le IA generative portano a una normalizzazione del loro uso, percepite come normali o addirittura necessarie. Le aziende gestiscono le critiche etiche con promesse di “IA responsabile”, che spesso servono a mantenere la fiducia del pubblico e rallentare la regolamentazione, senza affrontare la radice dell’espropriazione.
    3. Adattamento (Adaptation): Gli aggiornamenti delle IA generative, pur sembrando offrire più controllo all’utente, in realtà rafforzano il meccanismo di espropriazione. I dati continuano a essere usati per migliorare i modelli e i prodotti di previsione, alimentando un ciclo di feedback che perfeziona la capacità dell’IA di modellare il comportamento. La loro profonda integrazione negli ecosistemi digitali aumenta la dipendenza degli utenti e riduce le alternative.
    4. Reindirizzamento (Redirection): Il dibattito pubblico viene spesso reindirizzato sui benefici apparenti dell’IA o su rischi più spettacolari, distraendo dall’espropriazione sistemica dell’esperienza umana. La responsabilità della privacy è spesso imposta all’utente, invece di riconoscere la natura intrinsecamente espropriativa del capitalismo della sorveglianza e delle sue IA generative.

    Le IA generative potenziano le economie dell’azione. Non si limitano a predire, ma intervengono per modellare il comportamento, influenzando opinioni, scelte di consumo e persino risultati politici, andando oltre la semplice previsione per arrivare alla manipolazione e al controllo ambientale. Questo solleva interrogativi fondamentali sulla proprietà intellettuale e sul valore del lavoro umano nell’era digitale, evidenziando una nuova forma di accumulazione primitiva basata sull’espropriazione del “surplus comportamentale generativo”. Numerose dispute legali sono in corso riguardo all’uso di opere protette da copyright per l’addestramento delle IA, e le IA stesse possono produrre output che violano la proprietà intellettuale.

    Verso un Futuro di Controllo e Sfruttamento Potenziato

    L’intersezione tra lo sfruttamento dei content creator e l’avanzamento delle IA generative prefigura un futuro in cui il controllo e l’estrazione di valore da parte delle big tech si intensificano. I content creator, che già operano in un regime di schiavitù digitale mascherata da opportunità, vedono la loro stessa creatività minacciata e riprodotta dalle macchine che essi stessi hanno, indirettamente, contribuito ad addestrare. Le IA generative, alimentate dal digital labor e dal surplus comportamentale di miliardi di utenti, diventano strumenti per una sorveglianza più pervasiva e una manipolazione più sottile del comportamento umano.

    Questo scenario richiede una riflessione critica profonda e azioni volte a resistere a questa deriva. Il pensiero critico di sinistra non può accettare la narrativa dominante delle big tech come forze di progresso neutrale. Al contrario, deve analizzarle come attori centrali del capitalismo contemporaneo, evidenziando le implicazioni di sfruttamento, disuguaglianza, alienazione e controllo. L’obiettivo non è una semplice regolamentazione, ma una trasformazione più profonda dei rapporti di potere, per recuperare autonomia individuale e collettiva di fronte a un sistema che cerca di mercificare ogni aspetto dell’esperienza umana.

  • La trappola del tech-ottimismo

    20 Maggio 2025

    Nel 2000 avevo 15 anni e internet era arrivato in casa poco prima. Da quell’anno fino ad oggi la mia vita, come quella di chiunque, è segnata da un’esplosione di innovazione tecnologica senza precedenti.
    In queste settimane sto registrando un podcast intitolato “Il capitale musicale” che racconterà la vita professionale di chi con la musica e nella musica ci lavora e, in maniera trasversale e quasi inconscia, ogni volta abbiamo toccato l’argomento “tecnologia”. Con la tecnologia siamo in relazione ogni secondo delle nostre vite e la musica più di ogni altra arte è strettamente legata ai progressi dei mezzi di produzione e riproduzione. Tuttavia non è della musica che voglio parlare (almeno oggi).

    Dagli anni ’90 fino ad oggi questa ondata di progresso digitale ha generato un diffuso “tech-ottimismo”, una fede quasi messianica nella capacità della tecnologia di migliorare radicalmente le nostre vite e di risolvere i problemi della società. Tuttavia, mentre celebriamo le meraviglie dell’intelligenza artificiale, della blockchain e della realtà virtuale, mi domando: questa fiducia incondizionata nel potere trasformativo della tecnologia potrebbe paradossalmente indebolire la spinta per un cambiamento sociale profondo promossa dalle idee progressiste? Esiste una sottile ma insidiosa correlazione tra un tech-ottimismo acritico e una potenziale atrofia della capacità di trasformazione del mondo da parte di chi aspira a un futuro più equo e sostenibile?

    Per comprendere appieno questa dinamica, è cruciale definire cosa intendiamo per “idee progressiste”. In generale, esse si fondano su valori come l‘uguaglianza sociale ed economica, la giustizia, la sostenibilità ambientale, l’inclusione e la difesa dei diritti umani. Queste idee spesso si traducono in proposte politiche volte a riformare le istituzioni, redistribuire la ricchezza e il potere, e affrontare le cause strutturali delle disuguaglianze. E sono state metodicamente, ma non interamente, erose dal capitale, che ne ha sussunto il potenziale trasformativo trasformandole in merce culturale posizionale.

    Il tech-ottimismo, nella sua forma più ingenua, postula che l’innovazione tecnologica sia una forza intrinsecamente positiva, capace di superare le barriere e di generare progresso per tutti. Si nutre della narrazione della “disruption”, dell’idea che nuove tecnologie possano scardinare sistemi obsoleti e creare opportunità inedite. Questa visione, pur vera almeno in parte, rischia di omettere le complessità del cambiamento sociale e di sottovalutare il ruolo dell’azione politica e della mobilitazione collettiva.

    Una delle principali insidie del tech-ottimismo acritico risiede nella sua potenziale capacità di fungere da surrogato all’azione politica. Se si crede fermamente che una nuova applicazione risolverà il problema della povertà, o che un algoritmo intelligente ottimizzerà la distribuzione delle risorse in modo equo, la spinta per un intervento politico diretto, per riforme legislative o per una maggiore pressione sociale potrebbe affievolirsi. L’energia che potrebbe essere canalizzata verso l’organizzazione di movimenti, la partecipazione democratica o la critica delle strutture di potere esistenti, rischia di disperdersi in un’attesa passiva della prossima “soluzione tecnologica miracolosa”.


    Inoltre, il tech-ottimismo tende spesso a concentrarsi su soluzioni individuali o di mercato, veicolate dalla tecnologia. L’enfasi è posta sull’adozione di nuovi strumenti da parte dei singoli cittadini o sulla creazione di nuove imprese tecnologiche che, attraverso meccanismi di mercato, dovrebbero generare benefici a cascata per l’intera società (teoria che anche in ambienti liberal è sempre più ritenuta falsa e obsoleta). Questa prospettiva si scontra con l’approccio delle idee progressiste, che spesso mirano a un cambiamento sistemico e collettivo. La lotta contro il cambiamento climatico, ad esempio, non può essere vinta unicamente attraverso app per il riciclo individuale, ma richiede politiche energetiche ambiziose, accordi internazionali vincolanti e una trasformazione radicale dei modelli di produzione e consumo.

    Un altro aspetto critico riguarda la presunta neutralità della tecnologia. Il tech-ottimismo spesso presenta la tecnologia come uno strumento oggettivo, privo di ideologia. Tuttavia, la tecnologia è sempre sviluppata, implementata e utilizzata all’interno di specifici contesti sociali, economici e politici. Essa riflette e spesso amplifica le disuguaglianze preesistenti. Un algoritmo di riconoscimento facciale che discrimina le minoranze, una piattaforma social che diffonde disinformazione o un sistema di automazione che precarizza il lavoro non sono anomalie, ma potenziali esiti di uno sviluppo tecnologico non guidato da principi di equità e giustizia sociale. Un  tech-ottimismo acritico rende più difficile riconoscere e contrastare questi effetti negativi, smussando la capacità critica che è invece un tratto distintivo del pensiero progressista.

    In questo senso è interessante l’emergere di una figura controversa come Nick Land, associato al pensiero accelerazionista di destra. Land, alfiere di uno spregiudicato tech-ottimismo radicale, vede nella tecnologia, in particolare nell’intelligenza artificiale e nel capitalismo sfrenato, le forze motrici di una “deriva” verso un futuro post-umano e tecnologicamente determinato. Per Land, autore di “Illuminismo oscuro” che è diventata la bibbia dei tech-bro guidati da Elon Musk, le idee progressiste tradizionali sono viste come un freno a questa ineluttabile accelerazione tecnologica. La sua visione, spesso intrisa di un nichilismo distopico, celebra la dissoluzione delle strutture sociali tradizionali e l’emergere di forme di intelligenza artificiale autonome. Il conflitto con le idee progressiste è evidente: mentre queste ultime cercano di orientare il progresso tecnologico verso obiettivi di giustizia sociale ed equità, Land lo vede come una forza cieca e inarrestabile che trascende le preoccupazioni umane. Il suo tech-ottimismo è intrinsecamente anti-progressista, poiché considera il cambiamento sociale desiderabile come un sottoprodotto inevitabile, e potenzialmente doloroso, dell’evoluzione tecnologica.

    La distrazione dalle priorità politiche concrete è un ulteriore rischio. L’eccitazione per le promesse future della tecnologia, per le frontiere inesplorate dell’intelligenza, può facilmente allontanare l’attenzione e le risorse da problemi urgenti e tangibili che richiedono interventi politici immediati. La disuguaglianza salariale, la crisi abitativa, la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria o l’erosione dei diritti dei lavoratori non si dissolveranno magicamente con l’avvento di una nuova piattaforma digitale. Richiedono invece un impegno politico costante, proposte legislative concrete e una mobilitazione sociale efficace che può passare attraverso le piattaforme digitali, ma è impensabile lo faccia attraverso una piattaforma privata, si dovrebbe quindi valutare anche da questo punto di vista una piattaforma civica di attivazione della cittadinanza.

    Infine, il linguaggio e le narrazioni del tech-ottimismo possono creare una barriera comunicativa con il mondo delle idee progressiste. Termini come “disruption”, “scalabilità”, “innovazione dirompente” e l’enfasi sulla “meritocrazia tecnologica” potrebbero suonare distanti e persino alieni a chi si batte per l’inclusione, la solidarietà e la giustizia sociale. Questa distanza linguistica e concettuale può rendere più difficile la costruzione di un fronte comune per affrontare le sfide globali, frammentando le forze che aspirano a un cambiamento positivo.

    Tuttavia, è fondamentale evitare una generalizzazione eccessiva. Le idee progressiste non sono monolitiche e molte di esse riconoscono il potenziale intrinseco della tecnologia come strumento per il progresso. Le energie rinnovabili sono una tecnologia cruciale per la transizione verso un futuro sostenibile. Le piattaforme digitali possono essere utilizzate per organizzare movimenti sociali, diffondere informazioni e dare voce a comunità marginalizzate. La telemedicina può ampliare l’accesso all’assistenza sanitaria. L’errore non sta nel riconoscere il potenziale della tecnologia, ma nell’affidarsi ad essa come unica o principale via per il cambiamento, trascurando la necessità di un’azione politica concertata e di una profonda trasformazione delle strutture sociali ed economiche.

    Cory Doctorow, scrittore e attivista per i diritti digitali, offre una prospettiva più sfumata e intrinsecamente progressista sul rapporto tra tecnologia e cambiamento sociale. Doctorow è un convinto sostenitore del potenziale emancipatorio della tecnologia, ma è al contempo profondamente consapevole dei rischi di centralizzazione, sorveglianza e controllo insiti nelle architetture tecnologiche contemporanee, soprattutto quelle gestite da grandi corporation. La sua critica si concentra sul “capitalismo di sorveglianza” e sulla necessità di un’azione politica e normativa per garantire che la tecnologia sia utilizzata a beneficio della collettività e non per rafforzare le disuguaglianze e limitare le libertà. Il conflitto con un tech-ottimismo ingenuo risiede nella sua costante enfasi sulla necessità di una vigilanza critica e di un intervento politico attivo per plasmare lo sviluppo tecnologico in linea con i valori progressisti. Per Doctorow, la tecnologia non è una forza neutrale che porta automaticamente al progresso; il suo potenziale positivo deve essere attivamente coltivato e protetto attraverso scelte politiche consapevoli e una lotta costante contro le tendenze monopolistiche e antidemocratiche.

    Un approccio progressista maturo alla tecnologia dovrebbe essere critico e consapevole. Dovrebbe interrogarsi sui fini per cui la tecnologia viene sviluppata, su chi ne beneficia e su chi ne subisce le conseguenze negative. Dovrebbe promuovere un’innovazione responsabile, guidata da principi etici e sociali, e dovrebbe considerare la tecnologia come uno strumento da integrare all’interno di una visione politica più ampia e ambiziosa.

    In conclusione, sebbene la tecnologia possa e debba essere uno strumento al servizio del progresso sociale, un’eccessiva fiducia nelle sue capacità intrinseche rischia di indebolire la spinta per un cambiamento politico significativo. L’illusione tecnologica può portare a una sorta di “pigrizia politica”, alla convinzione che il futuro sarà inevitabilmente migliore grazie alle innovazioni tecnologiche, senza la necessità di una lotta attiva per i valori progressisti. Superare questa illusione richiede un’analisi critica delle implicazioni sociali, economiche e politiche della tecnologia, una rinnovata enfasi sull’azione collettiva e sulla costruzione di alternative sistemiche che vadano oltre la mera innovazione tecnologica. Solo attraverso un approccio consapevole e politicamente impegnato alla tecnologia, le idee progressiste potranno realmente tradursi in un cambiamento duraturo e significativo nel mondo.

    N.B.: ho utilizzato “progressismo” come parola ombrello, comoda e comprensibile, malgrado ritenga alcune derive del progressismo una parte dello spostamento a destra degli assetti politici mondiali. È però una parola che concettualizza perfettamente un insieme di valori chiaro ad una larga fetta di persone.

  • Eurovision e culture wars

    17 Maggio 2025

    Il rombo degli applausi, i giochi di luce, la melodia di Espresso Macchiato che si insinua nell’orecchio: l’Eurovision Song Contest, con la sua patina di leggerezza e celebrazione paneuropea, raramente viene percepito come una rappresentazione di conflitti ideologici eppure, grattando la superficie patinata di paillettes e coreografie elaborate, si rivela un palcoscenico in miniatura dove le culture wars che infiammano il dibattito pubblico negli ultimi anni trovano una peculiare, seppur spesso velata, espressione. Analizzare questo fenomeno attraverso una lente marxista non significa banalizzare la complessità delle questioni in gioco, ma piuttosto svelare come le dinamiche di potere economico e le sovrastrutture ideologiche si intreccino, plasmando le narrazioni e le tensioni che emergono anche in un evento apparentemente innocuo come un concorso canoro.

    La prospettiva marxista considera come la base materiale – le forze produttive e i rapporti di produzione – influenzi la sovrastruttura, ovvero l’insieme delle istituzioni giuridiche, politiche, religiose, artistiche e filosofiche, nonché le forme di coscienza sociale. Le culture wars, lungi dall’essere battaglie puramente ideologiche, affondano le loro radici nelle contraddizioni e nelle disuguaglianze generate dal sistema capitalistico. In un’epoca di esacerbata precarietà economica, polarizzazione sociale e crisi di egemonia, le ansie e i risentimenti trovano spesso sfogo in conflitti culturali che, pur manifestandosi su temi apparentemente distanti dall’economia, ne riflettono in realtà le tensioni sottostanti.
    Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’intensificazione di queste culture wars su una vasta gamma di temi: identità di genere e orientamento sessuale, razzismo e decolonizzazione, immigrazione e confini nazionali, laicità e religione. Questi dibattiti, spesso veicolati e amplificati dai media digitali, si caricano di una forte valenza emotiva e polarizzante.

    È in questo contesto che l’Eurovision si inserisce come un interessante caso di studio. Tradizionalmente presentato come un inno all’unità europea e alla diversità culturale, l’evento è sempre stato un terreno fertile per la negoziazione di identità nazionali e regionali. Tuttavia, negli ultimi anni, e in particolare nell’edizione attuale, la sua narrazione mediatica è stata sempre più attraversata dalle dinamiche delle culture wars.
    Consideriamo la crescente attenzione riservata alle identità di genere e all’orientamento sessuale degli artisti partecipanti. Se in passato la diversità veniva trattata in modo più superficiale, oggi le rappresentazioni LGBTQ+ sono spesso al centro del dibattito, diventando sia motivo di celebrazione per alcuni che di critica e boicottaggio per altri. Da una prospettiva marxista, questa centralità può essere interpretata in diversi modi. Da un lato, può riflettere una parziale integrazione di alcune istanze minoritarie all’interno della sovrastruttura ideologica dominante, un modo per il sistema di cooptare e neutralizzare potenziali forze di opposizione. Dall’altro, può rappresentare un autentico terreno di scontro ideologico, dove le rivendicazioni di riconoscimento e inclusione si scontrano con le resistenze di una visione del mondo più conservatrice e tradizionale, spesso legata a interessi economici e di potere consolidati.

    Allo stesso modo, le questioni legate al razzismo e alla decolonizzazione emergono, seppur in modo più sottile, nel racconto mediatico dell’Eurovision. La rappresentazione di artisti provenienti da contesti migratori o minoritari, le scelte stilistiche che attingono a tradizioni musicali non occidentali, possono essere interpretate sia come un tentativo di riflettere una società europea sempre più multiculturale, sia come una forma di “esotismo” che rischia di marginalizzare ulteriormente queste culture. La critica marxista ci spinge a interrogarci sul potere di chi definisce cosa è “europeo” e cosa rientra nella cornice accettabile della “diversità”, evidenziando come queste categorie possano essere intrise di dinamiche di potere storiche e contemporanee.

    Anche il tema dei confini nazionali, apparentemente centrale in un concorso tra nazioni, si declina in modi complessi alla luce delle culture wars. Se da un lato l’Eurovision celebra la competizione tra stati, dall’altro è spesso teatro di alleanze e rivalità geopolitiche che trascendono il mero gusto musicale. Le polemiche politiche che talvolta emergono, legate a conflitti internazionali o a questioni di identità nazionale, dimostrano come la sfera culturale non sia mai completamente separata dalla sfera politica ed economica. In un contesto di crescente nazionalismo e sovranismo, l’Eurovision può diventare un campo di battaglia simbolico dove si scontrano diverse visioni dell’Europa e del suo futuro.

    Ci si può limitare, ad oggi, nel rilevare il pragmatico silenziare un pubblico rumoroso e capace di contestazioni verso Israele. Una confezione mediatica entro cui il silenzio di Big Mama, pur essendo un gesto individuale, può essere letto come una manifestazione delle tensioni e delle contraddizioni che attraversano la nostra società. In un contesto come l’Eurovision, che spesso celebra l’unità a scapito della verità politica, un simile atto di dissenso può avere un significato potente. Ma da qui, in scorta ai discorsi sentiti al Primo Maggio contro gli haters, emerge soprattutto la scelta di inserirsi in un contesto aconflittuale e, dunque, favorevole a ciò che succede in quei territori.

    La lente marxista ci porta inoltre a considerare il ruolo dei media nella costruzione e nella diffusione di queste narrazioni conflittuali. La spettacolarizzazione delle controversie, la creazione di “buoni” e “cattivi”, la riduzione di questioni complesse a slogan polarizzanti sono strategie comuni che rischiano di oscurare le radici materiali dei conflitti e di ostacolare una comprensione più profonda delle dinamiche in gioco. Bisogna essere dunque consapevoli dello spazio d’azione e delle sue regole di ingaggio: quelle che hanno, come fine ultimo, il raccogliere soldi dagli sponsor chiunque essi siano.

    In conclusione, l’edizione attuale dell’Eurovision, con la sua risonanza mediatica e la sua capacità di catalizzare l’attenzione di milioni di persone, si rivela un osservatorio privilegiato per analizzare le “culture wars” in atto. Una prospettiva marxista ci permette di andare oltre la superficie patinata dell’intrattenimento e di svelare come le tensioni ideologiche riflettano, in ultima analisi, le contraddizioni e le disuguaglianze generate dal sistema capitalistico. Il palcoscenico dell’Eurovision, lungi dall’essere un’isola felice, diventa così un campo di battaglia simbolico dove si negoziano identità, si scontrano visioni del mondo e si riproducono, seppur in forma mediatizzata e spettacolarizzata, le lotte culturali che attraversano le nostre società. Comprendere queste dinamiche è fondamentale per andare oltre le polarizzazioni superficiali e per costruire un’analisi critica che miri a trasformare le radici materiali delle disuguaglianze e dei conflitti.

  • Il podcast come luogo da occupare

    6 Maggio 2025

    Da qualche tempo, con Vincenzo Cramarossa, ci stavamo confrontando su alcune questioni di pratica politica. Non temi, non teorie: pratiche.

    Pratiche che nel 2025 non sono solo l’aperta conflittualità delle azioni e il partecipare a movimenti, associazioni, luoghi, ma anche la capacità di far diventare pervasivo l’immaginario che le suddette producono.

    La politica, nella sua essenza più profonda, è anche l’arte della persuasione e del plasmare il consenso con l’ambizione di costruire un’architettura di valori, credenze e pratiche che Antonio Gramsci definì “egemonia” – per quanto Sapore di male abbia minato l’utilizzabilità di questa parola a suon di post-ironia.

    L’egemonia si radica in un terreno fertile di comunicazione, definendo i confini del pensabile e del desiderabile. In uno scenario dinamico come quello contemporaneo, la comunicazione politica non è un semplice strumento di propaganda, ma una prassi costitutiva, il medium attraverso il quale una visione del mondo si afferma e si consolida, permeando il tessuto sociale fino a diventare –nei casi migliori– “senso comune”.

    Per Gramsci, l’egemonia non si impone dall’alto, ma si costruisce attraverso il lavoro culturale e ideologico: una “guerra di posizione” che investe ogni aspetto della vita civile, dalla scuola ai media, dalle associazioni ai luoghi di lavoro. In questo processo, la comunicazione gioca un ruolo centrale nel diffondere e radicare le idee della classe dominante (o di un blocco sociale egemonico in divenire), presentandole come universali e naturali.

    Gli “intellettuali organici” del pensiero gramsciano agiscono come ponti tra la classe e la società civile, traducendo le esigenze e le aspirazioni del gruppo dominante in un linguaggio accessibile e persuasivo, forgiando un immaginario collettivo in linea con i propri interessi.

    Ad oggi, l’avvento massiccio dei podcast pone sfide interessanti alla comprensione della comunicazione politica e della costruzione dell’egemonia. Il podcast, con la sua natura intima e conversazionale, la sua capacità di raggiungere nicchie specifiche e la sua flessibilità di fruizione, si presenta come uno strumento potente per la diffusione di messaggi politici. La sua familiarità, spesso percepita come un dialogo diretto tra l’ospite e l’ascoltatore, può favorire una maggiore adesione e un senso di vicinanza con le idee proposte. Non ultima, l’esperienza solo uditiva, libera l’ascoltatore dalla rappresentatività iconica dell’immagine.

    Tuttavia, mi sembra evidente una tendenza a concepire il podcast come un “prodotto” da intestarsi individualmente o da una specifica organizzazione, e non come un medium già esistente da sfruttare strategicamente all’interno di una più ampia strategia comunicativa. Questa “tentazione proprietaria” rischia di limitare il potenziale egemonico del podcast. Concentrandosi sulla creazione di un proprio canale esclusivo, si potrebbe perdere di vista l’opportunità di inserirsi in conversazioni già in corso, di raggiungere pubblici eterogenei e di contribuire a plasmare un discorso pubblico più ampio.

    Un approccio più gramsciano alla comunicazione politica attraverso i podcast vedrebbe invece una strategia di “moltiplicazione delle presenze”, investendo diverse piattaforme e formati, partecipando a podcast esistenti, creando reti di collaborazione e integrando il podcast in una strategia multicanale che comprenda social media, eventi pubblici, tv e altre forme di comunicazione (diacroniche e non). L’obiettivo non sarebbe tanto “possedere” un canale, quanto “occupare” lo spazio comunicativo, diffondendo idee e narrazioni in modo capillare e contribuendo attivamente alla formazione del consenso.

    Grazie ad un bel libro pubblicato da Quodlibet nel 2023 (“Un incontro mancato: Walter Benjamin e Antonio Gramsci”, curato da Gentili, Stimilli e Guerra) ho pensato ad un accoppiamento – come suggerisce anche il testo– tra Gramsci e Benjamin, in particolare con la sua riflessione sull’”aura” dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Benjamin osservava come la riproduzione meccanica privasse l’opera d’arte della sua unicità, della sua “aura” legata al tempo e allo spazio della sua creazione. Tuttavia, questa perdita non era necessariamente negativa, in quanto apriva nuove possibilità di fruizione e di politicizzazione dell’arte.

    Trasponendo questo concetto al campo della comunicazione politica e dei podcast: si potrebbe dire che la “tentazione proprietaria” del podcast mira a ricostruire un’aura di esclusività attorno a un medium intrinsecamente riproducibile e distribuibile. Concentrandosi sulla creazione di un “prodotto” unico e distintivo, si rischia di perdere di vista la sua statutaria capacità di essere replicato, condiviso e ricontestualizzato all’infinito.

    Un approccio più benjaminiano alla comunicazione politica attraverso i podcast valorizzerebbe invece la sua natura di “opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Si tratterebbe di sfruttare appieno la sua capacità di essere diffuso su larga scala, di raggiungere pubblici diversi e di innescare processi di riappropriazione e di reinterpretazione da parte degli ascoltatori. Invece di concentrarsi sulla creazione di un’aura proprietaria, si punterebbe a una disseminazione virale delle idee, accettando il rischio e l’opportunità della loro circolazione incontrollata.

    Andando a concludere: penso che la comunicazione politica nell’era digitale, e in particolare attraverso strumenti come i podcast, richieda una riflessione approfondita sulle strategie più efficaci per costruire egemonia. La tentazione di concepire questi media come “prodotti” da intestarsi rischia di limitarne il potenziale trasformativo. Un approccio più gramsciano e, in un certo senso, benjaminiano, suggerisce invece di abbracciare la natura intrinsecamente relazionale e riproducibile di questi strumenti, integrandoli in una strategia comunicativa ampia e diffusa, volta a “occupare” lo spazio del discorso pubblico e a plasmare attivamente il senso comune.

    In questo modo, credo, mi sono persuaso, la politica potrà dispiegare appieno la sua forza costruttiva, contribuendo a edificare un’egemonia radicata nel consenso, nell’immaginario e – in uno slancio novecentista, dopo tutta questa contemporaneità – nella partecipazione.

    (Ho iniziato a scrivere questo articolo un paio di settimane fa e la prematura scomparsa del mio caro Vincenzo mi ha spinto a terminarlo quest’oggi. Molto di quello che so di comunicazione politica lo devo a lui, che mancherà soprattutto come amico a tante e tanti di noi e come grande professionista a larga fetta della politica odierna.)

  • Possedere delle cose mi ha salvato la vita

    3 Maggio 2025

    Durante la scrittura del libro mi sono ritrovato a ragionare sulle differenze di classe sociale che ho vissuto durante la crescita. Pur non essendo io una persona con un background marginalizzato, la mia estrazione sociale mi ha esposto a differenze sostanziali nei confronti di persone che conoscevo e che tuttora conosco: nelle parole, nei vissuti, nelle cose che avevano o che decidevano di non avere.

    Nel libro mi sono fermato su questo ultimo dettaglio solo su un piano simbolico. Il protagonista non si ferma troppo attorno ai beni materiali – pur avendo il cruccio di affitto, bollette e per l’appunto l’assicurazione – ma passa molto tempo nella propria automobile, adibendola a luogo itinerante dell’anima. Da un lato rappresenta il mezzo di liberazione per soddisfare il proprio edonismo ma rimarca ogni giorno la condizione di schiavitù lavorativa a cui è obbligato per vivere.

    Andrea Costa, proprio come noi, vive esposto a narrative progressiste che utilizzano la c.d. mobilità sostenibile come una clava culturale, esponendo chi adopera il mezzo privato ad un giudizio negativo avulso dalle infinite peculiarità a cui la vita working class obbliga (distanza con il lavoro, turni all’alba o serali o notturni, impegni famigliari, etc.) e che non include nell’equazione l’istituzione pubblica come responsabile delle cattive infrastrutture di trasporto pubblico e, quando presenti, della loro difficile sostenibilità economica (l’orizzonte dovrebbe essere il trasporto pubblico gratuito).

    In scorta a queste valutazioni, pur accorgendosi di quanto le istanze ecologiste siano importanti, non può comunque rinunciare al mezzo privato perché è una forma di emancipazione verso ciò che desidera e gli appartiene come i suoi amici, nel difficile incastro con la vita del dovere lavorativo.

    Ritornando al sottoscritto, che con Andrea Costa condivido ben poche cose materiali, ho dovuto ripensare a quanto, da parte di molte persone, la rinuncia razionale ad alcuni beni fosse invece una trasmutazione della differenza di classe. Chi ha un background working class che non era e non è solo non-ricco, ma è una persona nata in una condizione di basso capitale culturale e relazionale, e l’acquisto di beni materiali che afferiscono all’immaginario delle classi più abbienti si configura come una possibilità di migliorare edonisticamente le propria vita.

    In questo senso, è l’intera categoria di prodotti a rappresentare un traguardo, ben lontano dalla vana attrattiva del singolo oggetto.

    Cerco di spiegarmi: è l’automobile, non il Mercedes. È l’enorme scritta GIVENCHY sulla tuta che indossano tutti i cazzo di giorni i regaz egiziani qui sotto casa mia, non l’abito da sera della stessa marca.

    Nessuno di loro e di noi e di voi se ne farebbe mai niente di un abito Givenchy: la working class non viene invitata in eventi come il MET Gala che sono ad appannaggio di una classe intellettuale e posizionale che sempre di più fa scopa con il capitale finanziario.

    Da esponenti di questa classe intellettuale abbiente e posizionale ho sentito pronunciare – anche in tempi recenti –discorsi vanesi sul non-possesso. Discorsi aconflittuali, semplicemente, appunto, posizionali: in queste dichiarazioni pubbliche, scegliere di non avere ciò che gli altri ritengono uno status, è un modo per elevarsi moralmente mostrando quanto la propria vita non necessiti di alcuni beni materiali (e non) che definiscono statutariamente la classe sociale. Un pauperismo di ritorno.

    Avrete incontrato di sicuro molte persone, spesso abitanti nei centri storici, farsi vanto del non possedere l’automobile. Chiedete ora ad un addetto della logistica Amazon se può prescindere dal proprio mezzo privato. Chiedete ora a chi non può permettersi un’automobile come valuta la propria qualità di vita.

    Il possesso di oggetti è la realizzazione di una desiderio più profondo e idealista: avere una vita migliore.

    Lasciate perdere per un attimo Naomi Klein e la critica al capitalismo in ogni sua affermazione produttiva, pensate a quale significato diamo agli oggetti che possediamo: a quell’anello, ad una maglietta, ad un motorino, ad un computer, allo smartphone da cui mi state leggendo. Il portato simbolico di ciò che possediamo è inestricabilmente legato alla classe sociale da cui proveniamo e a cui apparteniamo. Solo chi nasce ricco può fare vanto di non provare desideri verso il possesso, perché già ha o potenzialmente può avere.

    Questo desiderio (di classe), in quanto materiale psicanalitico, trova un suo interprete in Mark Fisher – nei suoi scritti su k-punk poi raccolti da Minimum Fax – nei quali invitava a rifiutare atteggiamenti depressivi indotti dal capitalismo e “valutare in modo responsabile e pragmatico le risorse a nostra disposizione qui e ora, e riflettere su come utilizzarle al meglio e incrementarle. Di muovere – magari lentamente, ma con assoluta determinazione – da dove ci troviamo oggi a un luogo molto diverso”.

    Questo luogo, nelle biografie working class si accoppia bene con quanto detto da Amir Issa e riportato nella prefazione di “Maranza di tutto il mondo, unitevi!”:

    Quello che accomuna i rapper di «seconda generazione» in Italia, in Francia o in Inghilterra, così come quelli che qui chiamano i maranza, è il sentirsi nel mirino, nemici della società, e rispondono con la provocazione. Quando lo Stato non ti riconosce, l’unica risposta possibile è questa. Anche se firmano un contratto con una major da un milione di euro, l’attitudine non cambia: la rabbia resta. […] È un tema delicato e scivoloso, lo so. Oggi i rapper, soprattutto quelli di famiglie povere, si fanno vedere con gioielli e macchine di lusso. Del resto già negli anni Ottanta i rapper afroamericani si facevano le foto con catene d’oro larghe come le catene di un motorino. Il rivendicare che sei riuscito a ottenere degli oggetti materiali che prima non avevi, anche questo è un atto politico. Stanno dicendo: perché io dovrei salvare la società? Io voglio avere le cose che non ho mai avuto. È una rivendicazione di potere da parte dei maranza. Si esprime in un linguaggio differente dal passato, va compresa con un’altra lente di ingrandimento.

    Diffidate da chi non esprime desideri di possesso, potrebbe essere il vostro padrone di casa.

  • Tinder e la classe intellettuale

    2 Maggio 2025

    Il 29 aprile è uscito il mio libro, lo trovate nelle librerie o negli store online. Metto il link perché, come dico anche nel romanzo, per noi abitanti delle periferie – delle città, dell’impero o dell’anima – “la libreria” è spesso un luogo lontano se non proprio indisponibile, perciò si è costretti ad accettare il ricatto dei mostri della logistica.

    “Con rabbia e con amore” è anche un monologo che stiamo distribuendo in queste settimane. È una giornata nella vita del protagonista: in automobile con lui verso il lavoro, alla fine del turno, puntando dritti al bar, mentre rimesta considerazioni sul mondo del lavoro, l’irrefrenabile desiderio di andare fuori a mangiare e l’insoddisfazione sessuale di una classe intellettuale più attenta alla forma che alla sostanza (che sarebbe, appunto, quella di scopare).

    Vi lascio qui sotto un estratto, proprio sul tema sopracitato:

    Le prime presentazioni sono queste e, solo per voi iscritti a questa bellissima forma di comunicazione, anche gli ospiti ad oggi confermati:

    7 maggio – Confraternita dell’uva (BO) (con Alessandro Canella di Radio Città Fujiko)
    13 maggio – ARCI Zalib (RM) (con Piotta)
    14 maggio – Spazio Stria (PD) (con Claudio Calia)
    21 maggio – Capodoglio (TO) (con Willie Peyote)
    22 maggio – ARCI Bellezza (MI) (con Fabio Kenobit Bortolotti)
    30 maggio – ARCI Galileo (CE)
    31 maggio – ARCI Avionica (AV)
    1 giugno – RESET (BN) 

    Molte altre arriveranno (FVG, Sicilia, Sardegna, Perugia, una roba tutta pazza ad Ascoli Piceno, etc). Se volete mettermi sul comodino a dirvi delle cose per farvi addormentare, spodestando il prof Barbero: deadverse @ gmail . com

    N.B.: le presentazioni vedranno sempre la presenza di una persona a moderare l’incontro, dunque non saranno il monologo (anche se per qualcuno, la mia proverbiale logorrea, si può considerare una specie di monologo).

    La prima replica del monologo invece vedrà la luce il 6 giugno al Parco di Pisogne (BS), per la chiusura della campagna referendaria di CGIL Lombardia.
    Se non sapete cosa sono i cinque quesiti referendari per cui si voterà l’8 e il 9 giugno ho prodotto un pratico video riassuntivo. Ormai faccio più video di Flavia Carlini, avete ragione. Un giorno tutto questo content si rivolterà al badile e andranno i fasci al gove… Ah già.

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    Ultime due cose: Alberto Prunetti, su Il Manifesto, ha scritto che ho scritto un bel libro.

    Come disse James Baldwin: “Non ho un lavoro dei sogni perché non sogno di lavorare”.

    Vi abbraccio.

  • I partigièn / I partigiani

    25 aprile 2025

    Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette. E adesso che siam morti non rompeteci i coglioni con le cerimonie, pensate piuttosto ai vivi, che non debbano perdere anche loro la giovinezza.

    [Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007]

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