Lo stadio di Live Nation

Il 30 settembre BolognaFiere e il Bologna FC hanno annunciato l’accordo per il nuovo stadio in Fiera: 35mila posti, copertura mobile, campo movimentabile, 300 milioni, pronto nel 2031 e candidato a Euro 2032. Polifunzionale, dice il comunicato: calcio, fiere, congressi e soprattutto grandi concerti.

Saputo e la Fiera coprono circa 200 milioni. Dei 100 mancanti, una trentina dovrebbero arrivare dallo Stato. Il resto lo si cerca tra Eni Plenitude e Live Nation, che gestisce già i concerti al Dall’Ara e che nelle rassegne di stamattina è già “tra i partner”.

Lepore promette che il Comune farà la sua parte e che i residenti saranno coinvolti. La domanda più banale è un’altra: farla con chi? Di Eni Plenitude, molti sanno già tanto, vorrei fermarmi sul secondo partner. Perché il partner che Bologna corteggia per riempire il suo stadio è, da sei mesi, un monopolista dichiarato tale da una giuria federale americana.

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Il volano

Il 15 aprile 2026 a New York una giuria ha stabilito che Live Nation e Ticketmaster hanno monopolizzato illegalmente biglietteria, promozione e grandi anfiteatri, legando l’accesso alle proprie venue all’uso dei propri servizi. Ticketmaster controlla circa l’86% della biglietteria primaria nelle grandi venue americane. Il Dipartimento di Giustizia aveva patteggiato a processo in corso; più di trenta stati hanno rifiutato l’accordo e hanno vinto. Ora sul tavolo c’è anche lo scorporo di Ticketmaster.

In aula ha vinto la teoria del volano: management, promozione, venue, biglietteria e sponsor che si spingono a vicenda. Chi vuole le venue del gruppo usa Live Nation come promoter; chi vuole i suoi tour usa Ticketmaster. Non un promoter tra i tanti, quindi: un’architettura che in una città non affitta uno spazio. Ci si installa.

La curva che lo stadio accelera

A luglio, su Jacobin, leggevo il Rapporto Siae 2025 come una mappa dell’estrazione: le venue oltre i trentamila posti sono lo 0,4% degli eventi ma si prendono il 35,6% della spesa, quattro punti in più in un anno. Intanto il biglietto sale del 12,4% contro un’inflazione dichiarata dell’1,5%. Il valore si addensa in poche città giacimento. Bologna è una di queste.

Lo stadio in Fiera è la macchina per accelerare quella curva. Trentacinquemila posti, appena sopra la soglia delle grandi venue. Tetto mobile: niente più stagione, il volano gira anche a febbraio. Ogni serata lì sottrae pubblico, soldi e date ai club e alle sale medie, perché il pubblico ha un portafoglio solo e il calendario un numero finito di sabati. La città che massimizza il concerto espelle il musicista.

Poi c’è il quartiere. Lepore l’ha detto: San Donato cambia volto. Resta da capire per chi, visto che un’arena attiva tutto l’anno è un generatore di affitti brevi.

L’indotto è la narrazione, il sussidio è il fatto

A giugno, qui sul sito, raccontavo Hellwatt: 1,7 milioni pubblici sugli 11,5 della RCF Arena, un festival saltato e una città che paga due volte. L’indotto è la narrazione, il sussidio è il fatto.

A Bologna ci sono 30 milioni dallo Stato e una Fiera con soci pubblici di peso. Lo stadio non sarà del club ma di una società di gestione di Fiera e Saputo, che al Bologna farà pagare un affitto calmierato e agli investitori promette il 3-4% l’anno. Non è uno stadio per la squadra: è un’operazione immobiliare con la squadra come inquilino e i concerti come flusso di cassa.

Il criterio resta uno: chi cattura il surplus. Se i ricavi vanno alla società di gestione e a Live Nation mentre i costi restano alla città, è Hellwatt in versione più grande. Con una differenza: a Reggio ce ne siamo accorti dopo, qui siamo prima. Le firme non ci sono ancora ed è adesso che la città ha potere contrattuale.

Meno internet, più cabernet

Una giurisdizione con il nostro nome sopra

Nel Capitale Musicale, con Benjamin Bratton, descrivo le piattaforme come giurisdizioni: hanno regole, pene, territorio. Live Nation è una giurisdizione sulla musica dal vivo e il suo territorio è di cemento. In uno stadio dove lo stesso soggetto controlla palco, biglietteria e promozione, il biglietto diventa un passaporto che vi profila e vi fa pagare il massimo nel momento in cui desiderate di più.

Il campo movimentabile è una metafora involontaria: lo spazio si riconfigura secondo il calendario del concessionario. La città mette terreno, strade, pubblico e nome. Le regole le scrive qualcun altro. E “coinvolgere i residenti”, nella grammatica delle piattaforme, significa informarli. Non farli decidere.

Cosa può pretendere una città

Se il Comune vuole davvero fare la sua parte, la sua parte non è il tifo. È il contratto. Ecco cosa metterei nero su bianco prima di qualunque firma.

  1. Nessuna esclusiva. Né di promozione né di biglietteria. L’impianto deve restare aperto a più promoter e più piattaforme di ticketing, per contratto. È il minimo che perfino il Dipartimento di Giustizia di uno stato che ha inventato il liberismo, nel suo patteggiamento al ribasso, ha imposto a Live Nation. Sarebbe curioso che Bologna chiedesse meno di Washington.
  2. Un prelievo di scopo, vincolato. È la proposta di giugno con un indirizzo preciso: una quota di ogni biglietto venduto sopra una soglia di spettatori va in un fondo per sale prova, club, residenze, spazi di produzione. Lo stadio che accumula paga il pavimento sotto la scena che comprime.
  3. Commissioni limitate e prezzi leggibili. Niente prezzo dinamico opaco, commissioni dichiarate con un tetto, dati di vendita pubblici. Se ci sono soldi pubblici, la contabilità del valore deve essere pubblica: non solo quanto entra al botteghino, ma dove va a finire.
  4. Un impianto che non sia tutto in affitto. Nessuno pensa di riempire trentacinquemila posti con la scena locale. Ma un impianto progettato per riconfigurarsi in fiera o congresso può farlo anche per la musica: configurazioni ridotte a canone agevolato per festival e produzioni del territorio, spazi permanenti dentro il complesso (sale prova, studi, uffici di produzione) in uso alla scena, aperture dei grandi concerti affidate per contratto ad artisti locali. Il palco più grande della regione non deve diventare l’unico palco che conta.
  5. Contropartite per il quartiere. Tutele abitative per San Donato, vincoli sugli affitti brevi nell’area, trasporto pubblico pagato da chi trae profitto dall’afflusso. Coinvolgere i residenti vuol dire questo.

Nessuna di queste richieste è radicale. Sono le condizioni minime perché uno stadio costruito anche con soldi pubblici resti, come promette il presidente della Fiera, patrimonio della città. Altrimenti sarà patrimonio della città come le spiagge italiane sono patrimonio dello Stato: sulla carta. Poi per entrare paghi l’ombrellone a chi ha la concessione da trent’anni.

Poi c’è una sesta richiesta, che so già verrà liquidata come una provocazione. La faccio lo stesso. Mancano 100 milioni e si cercano tra l’energia e la musica dal vivo. Perché non cercarli anche tra chi lo stadio lo riempirà ogni domenica e ogni sera di concerto? Un azionariato popolare vero: quote aperte ai tifosi, al pubblico, alle realtà culturali della città, con diritto di voto e un posto nella governance della società di gestione. Non un crowdfunding per comprare un mattoncino con il proprio nome inciso sopra.

Non è un’utopia da centro sociale. In Germania la regola del 50+1 impedisce agli investitori esterni di prendere il controllo dei club: la maggioranza dei voti resta ai soci. Barcellona e Real Madrid appartengono ai loro soci. I Green Bay Packers, nel campionato più capitalista del pianeta, sono di proprietà di centinaia di migliaia di piccoli azionisti e la squadra non può essere portata via dalla città.

Anche se raccogliesse solo una parte dei 100 milioni, l’effetto politico sarebbe enorme. Ogni euro messo dalla città è un euro che non serve chiedere a Live Nation. E una tribuna di soci che vota nella società di gestione è l’unico modo in cui “coinvolgere i residenti” smette di essere una frase da conferenza stampa e diventa un potere.

L’assemblea dei soci del nuovo stadio di Bologna

Il pubblico o la controparte

Un’ultima cosa dal processo di New York. Agli atti c’è il modo in cui dentro Live Nation si parlava del pubblico dei concerti: gente da “robbing them blind”, da derubare alla cieca. Non è uno slogan dei suoi critici. È il lessico privato del partner che stiamo corteggiando, riferito alle persone che comprano i biglietti.

Bologna ha qualche mese, forse un anno, per decidere da che parte del tavolo sedersi. Può comportarsi da pubblico: applaudire il rendering, celebrare l’indotto, ringraziare per l’opportunità. Oppure può comportarsi da controparte: usare il potere che ha adesso, prima delle firme, per scrivere le regole di quello che succederà in casa sua.

A giugno chiudevo dicendo che una città che non può più permettersi il proprio spreco diventa un fondale. Uno stadio coperto da trentacinquemila posti governato da un monopolista è il fondale più grande che si possa costruire. Luci bellissime, acustica perfetta, un tetto che si apre sulle stelle. E sotto, una città che fa la comparsa a casa propria.

Fonti


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