Viaggiare produce due cose dentro di me: stanchezza e vocali molto lunghi destinati ai miei amici e, tra questi, Hamilton Santià con il quale si commentavano i risultati della Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha preso quasi il quarantaquattro per cento e per la prima volta dal dopoguerra un partito di estrema destra si è messo in condizione di guidare un governo regionale tedesco, sono partite in automatico le due storie che ci raccontiamo ogni volta. Le sappiamo a memoria. La prima dice che la sinistra ha tradito la sua base, che il centrosinistra ha lasciato gli operai per il ceto medio istruito e adesso paga il conto. La seconda, più elegante e più liberale, dice che l’elettorato “si è spostato”, come se fosse un corpo che si muove da solo, un agente sovrano che soppesa le opzioni sul bancone del supermercato delle idee e sceglie la peggiore.
Le due storie sembrano nemiche. Invece fanno lo stesso identico lavoro, e lo fanno molto bene: tolgono l’economia di mercato dal banco degli imputati.
La prima è una consolazione autoflagellante. Ci mette al centro della scena come colpevoli, e la colpa, per quanto dolorosa, è pur sempre una forma di protagonismo. Se la destra vince perché noi abbiamo tradito, allora il destino è ancora nelle nostre mani, basta pentirsi e correggersi. È un mea culpa che tiene tutto il dramma dentro il campo progressista e non chiede conto a nessun altro. La seconda è la consolazione liberale classica: l’elettore razionale che sceglie. Serve a salvare la finzione su cui il liberalismo tiene in piedi la propria legittimità, cioè l’individuo sovrano che decide, il mercato delle idee che funziona come dovrebbe funzionare quello dei beni. In entrambi i casi il mercato, quello vero, quello dei beni e dei salari e delle case, resta fuori dall’inquadratura. Proviamo a rimetterlo dentro, questo mercato.

Negli ultimi trent’anni chi è crollato per davvero, nel giro di un battito di ciglia, non è il centrosinistra. Le coalizioni progressiste, in Italia, oscillano ma reggono. Chi è evaporato è la destra liberale, quella del libero mercato, dell’aspirazione, del “lasciate fare e tutti staranno meglio”. In un decennio siamo passati da Berlusconi a Meloni, e adesso vediamo Vannacci avanzare a spese della Lega e di Forza Italia. La destra si sta mangiando dall’interno i suoi stessi pezzi liberali e produttivi. E la domanda giusta non è “chi l’ha tradita”, ma un’altra: e se non l’avesse tradita nessuno? E se si fosse tradita da sola?
Perché è esattamente questo che è successo. La destra liberista non è stata pugnalata alle spalle da qualche congiura progressista. Ha falsificato sé stessa con la sua stessa arma. Il libero mercato che venerava aveva fatto delle promesse molto precise: concorrenza, mobilità, una democrazia di proprietari, l’idea che se studi e ti dai da fare sali. Consegnate al mercato, quelle promesse hanno prodotto l’esatto contrario. Non concorrenza ma concentrazione e rendita. Non mobilità ma stagnazione che si eredita di padre in figlio. Non una società di proprietari ma un’inflazione degli asset che ha trasformato la casa in un privilegio dinastico e ha chiuso la porta in faccia a chiunque abbia meno di quarant’anni.
È lo stesso meccanismo che ho passato anni a raccontare nell’industria musicale: pochissimi che si prendono tutto, una massa che si spartisce le briciole, il mezzo che scompare. Solo che non era una patologia del settore musicale, era il settore musicale che faceva da laboratorio anticipato di quello che sarebbe successo ovunque. Il mercato lasciato a concentrarsi non produce la borghesia diffusa e aspirante che il liberalismo prometteva. La divora. E divorando la propria base sociale, il liberismo ha tolto la terra sotto i piedi al proprio stesso progetto politico. Questo è l’autotradimento, ed è un’accusa molto più aggredibile del solito autoprocesso della sinistra, perché non chiede a noi di espiare: chiede alla destra di rispondere del disastro che ha combinato in casa propria.
Resta la questione dell’elettore. Ed è vero che è consolatorio pensare che si sposti come un agente autonomo: quel movimento non è una libera scelta, è prodotto plasticamente da quindici anni di economia di mercato che è stata un disastro continuo, una crisi dietro l’altra. Il 2008. Il debito sovrano e l’austerità. Il 2015. La pandemia. L’inflazione e l’energia. Ogni volta un pezzo di mondo che si sbriciola e nessuno che paga.
Epperò manco a fare determinismo economico. Dire “è colpa dell’economia” spiega la disaffezione ma non spiega la direzione. Se la crisi è la stessa per tutti, perché lo sradicamento va a destra e non a sinistra? La verità è che l’economia produce la materia prima, cioè la rabbia e lo spaesamento, ma la forma che quella materia prende la decide chi arriva per primo a darle un nome. La destra quel nome l’ha costruito con pazienza: un ecosistema mediatico, un racconto che tocca la pancia, un nemico con indirizzo e cognome, l’estraneo, il migrante, l’altro. La sinistra, nello stesso tempo, ha offerto gestione tecnocratica e moderazione. A parità di dolore, ha vinto chi il dolore lo ha articolato.
Lo diceva Mark Fisher (eccallà): l’uscita a destra è semplicemente più economica da immaginare. Chiede solo di immaginare un altro popolo, la nazione meno gli estranei. L’uscita a sinistra chiede di immaginare un’alternativa al capitale, che è precisamente la cosa che il realismo capitalista ci ha addestrati a considerare impensabile. Per questo la destra corre e noi arranchiamo: non perché il suo racconto sia più vero, ma perché è più a buon mercato.
E allora la conclusione, per una volta, non è un lamento. Se la plasticità è vera solo a metà, se l’economia decide il quanto ma la politica decide il dove, vuol dire che lì, nel dove, la sinistra ha ancora agency. Non deve aspettare le elezioni di metà mandato americane o l’allineamento dei pianeti geopolitici. Deve fare una cosa sola, ma difficile: smettere di processarsi e cominciare a processare il liberismo per quello che ha fatto, rendere leggibile il fallimento del mercato come fallimento del mercato, e costruire l’articolazione che la destra ha costruito, con la stessa cura e la stessa pazienza, ma puntandola sul capitale invece che sull’ultimo arrivato.
Nessuno ci ha tradito. Il mercato ha fatto quello che i mercati lasciati soli fanno sempre, e la destra liberale è morta di quello. Il compito non è piangerla., ma non lasciare che a raccoglierne l’eredità sia chi ha soltanto un nemico più comodo da vendere.