La scena che si è caricata da sola

Storia di come il dark garage e il primo dubstep, musica nata sul vinile e sull’esclusività del dubplate, siano diventati forse la prima sottocultura del ballo per cui la rete non è stata una bacheca ma una casa. E di come quel modo possa essere utile a chi vuole provarci con la musica, oggi.

Scrivo poco di musica suonata, ormai. Mi capita così di rado che, quando capita, è quasi sempre perché sono inciampato in qualcosa. Stavolta è successo per un disco che volevo soltanto riascoltare: The Roots of El-B. Ce l’ho in vinile e per rimetterlo su ho dovuto alzare il culo dalla sedia, tirarlo fuori, appoggiarlo sul piatto, calare la puntina. Perché su Apple Music non c’è. Ho controllato meglio e a quanto pare non sta su nessuna piattaforma di streaming: sta solo su YouTube, caricato da un canale non ufficiale che si chiama Selector, la cui bio è “original pirate material”, che poi è il titolo del primo disco di The Streets, uno dei miei preferiti a mani basse. Un disco che per ascoltarlo mi ha obbligato a usare il corpo e che intanto, in rete, sopravvive soltanto come upload pirata di uno sconosciuto. Mi sono accorto che quel doppio destino non era un incidente: era il senso di tutta la storia. Una storia che comincia, come tante di queste, in fondo a un giardino.

La capanna sta a Streatham, sud di Londra, in fondo a un vialetto che serpeggia tra le siepi. È lì che intorno al 2000 Lewis Beadle, in arte El-B, mette insieme il collettivo che chiamerà Ghost. Prende un po’ dalla drum and bass, il basso, il lato maschio e minaccioso, e un po’ dallo UK garage, lo swing, l’ancheggiare sensuale, e ne fa una mutazione a cui più tardi qualcuno darà il nome di dubstep. Percussioni a legnetto, linee di basso che a volte fanno paura sul serio. Se ascolti “Bubble” oggi e la confronti con quello che c’era prima, senti ancora quanto suonasse aliena.

Il party FWD al Plastic People, periodo 2003

Ma il punto, per adesso, non è come suonava. È dove stava. Stava su vinile, spesso solo su dubplate: acetati tagliati in copia unica, che giravano di mano in mano tra un pugno di dj. Stava nei negozi giusti, il Big Apple di Croydon su tutti, dove dietro il bancone si formava la generazione dopo, Skream e Benga ancora ragazzini. Stava nelle notti giuste, il FWD>> al Plastic People, e nelle frequenze giuste, Rinse FM, radio pirata. Insomma, per sentire un pezzo dovevi essere in una certa stanza in una certa notte o conoscere qualcuno che c’era. La musica esisteva come oggetto e come evento. Non come file. Era una scena costruita, fin nelle ossa, sulla scarsità e sull’iniziazione.

Poi, intorno al 2002 lo UK garage esplode, nel senso brutto: le major si erano buttate sul genere con il libretto d’assegni aperto, si scottano e il giro si sgretola in tre pezzi: il garage tradizionale, il proto grime e questo dark garage strumentale e cupo che diventerà dubstep. Quest’ultimo resta orfano. Niente contratti, niente distribuzione, niente infrastruttura commerciale. Musica che in gran parte non era nemmeno comprabile.

Ed è esattamente in quel buco che entra la rete. Qui sta la tesi di questo pezzo: quella scena è stata forse la prima, tra le sottoculture del ballo, a usare internet non come bacheca, ma come infrastruttura. La differenza non è da poco. Rave e jungle la rete l’avevano già toccata negli anni Novanta, i newsgroup, le mailing list, i primi siti. Ma la usavano come si usa una bacheca in biblioteca: per annunciare che qualcosa stava succedendo altrove, nel mondo vero, nei capannoni. Il dark garage fa un’altra cosa. Usa la rete come il posto in cui la scena sta. Non il volantino della festa. La festa, il negozio, l’archivio e la memoria, tutti insieme, lì dentro. La rete non racconta la scena: la fa.

E la fa cominciando dalla parola, non dall’audio. Prima ancora che si potessero ascoltare comodamente, questi pezzi si potevano leggere. Un giornalista e dj che si firmava Blackdown, all’anagrafe Martin Clark, dal 2004 comincia a scrivere di questa roba con una serietà che la stampa musicale non le dedicava: la definisce, la storicizza mentre sta ancora accadendo, la descrive come l’eco cupa del grime, una bassline spaventosa che rimbalza sui muri che si sbriciolano. Per sette anni la documenta, con articoli e interviste, arrivando persino a tenere una rubrica mensile su Pitchfork. Intorno a lui, un ecosistema: Dubstep Forum, la webzine dell’etichetta Hyperdub, siti di download come Barefiles. Una sottocultura che si costruisce in tempo reale la propria critica e il proprio canone, in modo nativamente digitale, senza aspettare che qualcuno da fuori le desse il permesso di esistere sulla carta.

Il caso limite, la figura che porta tutto questo alle sue conseguenze estreme, è Burial. Un artista senza volto, la cui intera mitologia vive nel testo online, nelle interviste sul blog di Blackdown, mentre la musica gira su forum e upload. Nessuna faccia, nessuna foto stampa, nessun tour. Solo il suono e le parole scritte intorno al suono. E c’è un dettaglio che chiude il cerchio all’indietro: quando gli chiedono da dove viene, è Burial stesso, in un’intervista del 2006 proprio con Blackdown, a fare il nome di El-B come influenza decisiva. La capanna di Streatham torna a farsi sentire, ma passando per uno schermo.

Poi arriva il salto vero, quello che dà il titolo a questo pezzo. Arriva YouTube.

YouTube nasce nel 2005, ed è la macchina che rovescia definitivamente la scarsità in abbondanza. Una musica che stava quasi solo su vinile, spesso in copia unica, diventa di colpo accessibile a chiunque, ovunque, gratis. E il punto decisivo, quello che rende questa una storia sul contenuto generato dagli utenti e non semplicemente sulla tecnologia, è chi la carica. Non le etichette. Non i detentori dei diritti. I fan. Il caso perfetto si chiama UKF. Nel 2009 un sedicenne di Frome, Luke Hood, apre due canali, uno dubstep e uno drum and bass, per condividere tracce con i compagni di scuola. Nel giro di un anno ha un milione di iscritti. Non un’etichetta con un ufficio marketing: un ragazzo in una cameretta di provincia che, caricando pezzi nel momento esatto in cui lo streaming non esisteva ancora e YouTube era il modo più semplice al mondo per ascoltare una canzone, diventa il punto di riferimento globale della bass music.

Fermiamoci un attimo sulla simmetria, perché è tutta lì. All’inizio di questa storia, per sentire un pezzo dovevi essere nella stanza giusta e conoscere la persona giusta. Alla fine, per sentirlo, basta un ragazzino a Frome che lo carica e un altro, da qualche parte lontano da dove quei dischi erano stati fatti, che lo cerca. Uno di quei ragazzi lontani ero io, a Bologna. La stessa identica scena che era nata dalla scarsità e dall’iniziazione ora vive di accesso universale. E, per un momento almeno, riesce a farlo senza tradirsi, senza smettere di essere se stessa.

Per un momento. Perché la cosa più bella, e insieme più inquietante, viene proprio quando l’infrastruttura si compie del tutto, e va guardata in due direzioni.

All’indietro, c’è un gesto quasi commovente, ed è proprio il disco da cui sono partito. The Roots of El-B, uscito nel 2008, rimette insieme i vecchi acetati introvabili, i remix perduti, i nastri impolverati di quella prima stagione. A curarla, insieme, c’è Blackdown. Cioè: è la seconda ondata, quella dei blog, a scrivere la storia della prima. Il primo atto adulto dell’infrastruttura digitale è tornare indietro e archiviare la propria preistoria analogica, ordinarla, salvarla, renderla mondiale. La capanna di Streatham diventa patrimonio proprio grazie alla macchina che le è venuta dopo. E se oggi quel disco, in rete, lo trovi soltanto lì, sotto la scritta “original pirate material”, è perché la scena si salva con lo stesso gesto con cui era nata: fuori dai canali ufficiali, di mano in mano, pirata.

E in avanti? In avanti si apre la porta che questo pezzo, di proposito, non attraversa. Perché nello stesso movimento in cui la rete finisce di diffondere, comincia a selezionare. La piattaforma smette di essere un canale neutro e inizia a premiare ciò che le somiglia: il forte, il riconoscibile, il pezzo tutto costruito sul drop, la grafica al neon che esplode a tempo. Di lì a poco arriveranno il brostep, Skrillex, le americanate, un dubstep che di quella capanna non ricorda quasi più niente. Da lì in poi è il medium che cura il genere, lo piega alla propria forma. Ma quella è un’altra storia, e la lascio sulla soglia.

Quello che volevo raccontare finisce qui, con una scena che per prima ha capito, o forse solo subìto, una cosa semplice. Che la rete, per tante sottoculture prima di lei, era stata un volantino, una bacheca, il posto dove dire agli altri che la festa era altrove. Per questa, invece, la rete è stata il negozio di dischi e la radio pirata, l’archivio e la memoria. Il posto dove la scena non si annunciava. Il posto dove la scena, semplicemente, stava.

Volevo fermarmi qui, ma dato che ogni tanto qualcuno mi chiede come si fa, cosa si fa, provo a tirarne fuori un cosa utile che questa storia mi ha lasciato. Se vuoi metterti a fare musica, copia quei ragazzi lì, quelli di inizio anni Duemila. Non i loro suoni: il loro modo di stare al mondo. Non usare il digitale ome una bacheca dove dire che è uscito un brano, si organizza un party o che altro, ma come un’infrastruttura di relazione. Muoversi come una scena e non come singoli, volersi bene, scambiarsi il materiale invece di tenerselo stretto, rendere le cose accessibili, gratuite, raccontarle a parole e in immagini in un posto libero e aperto. E, soprattutto, renderle credibili prima di tutto ai propri occhi e alle proprie orecchie, perché da fuori innamorarsi di qualcosa in cui chi la fa ci crede davvero è la cosa più facile del mondo. A me, con la prima ondata dubstep, è successo esattamente così.


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2 risposte a “La scena che si è caricata da sola”

  1. Grazie Bebo. Bellissimo pezzo. Ho appena speso la mattina godendo ad ascoltare The Roots of El-B e Original Pirate Material.

    Ma grazie anche in generale per questo blog, lo leggo spesso, e le tue riflessioni su capitalismo e cultura mi fanno sempre pensare. Come se tu riuscissi ad esprimere con parole chiare tanti pensieri mezzi confusi che mi ronzano in testa su questi temi.

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