Jovanotti No Tav (il pezzo dell’estate)

C’è una parola che torna ogni volta che qualcuno prova a raccontare Jovanotti dall’interno del suo cerchio e quella parola è “visionario”. L’ultima volta l’ho letta sotto la foto di un sound system dipinto a mano, gigantesco, fotografato controluce come una reliquia: uno dei suoi sodali descriveva lo stupore dell’artista che, “mattoncino dopo mattoncino”, vede finalmente realizzato ciò che fino a quel momento aveva solo immaginato. La meraviglia tipica del visionario, si diceva.
In quella frase c’è tutto, compreso il preciso contrario di quello che vuole dire.

Pericoloso terrorista

Cominciamo dalla definizione che nessuno ha voglia di rispolverare. Un visionario è qualcuno che vede il limite prima che sia leggibile agli altri. Vede la crepa quando ancora sembra una linea sul muro e per questo, all’inizio, viene sistematicamente frainteso: dato per fuori tempo, reazionario, luddista, esagerato. La visione, quando è vera, appare prima come devianza e solo dopo, se va bene, come lungimiranza. Ha un prezzo: l’incomprensione. Il visionario, all’inizio, divide e perde.
Adesso guardiamo lui, Jovanotti che non è mai incomprensibile. Non viene mai frainteso. Non divide mai, unisce sempre (non a casa mia, pare evidente). Non paga mai un prezzo, incassa sempre un premio. Se ogni indicatore della visione è capovolto, forse quella che abbiamo davanti non è visione, ma un’altra cosa: sincronizzazione. Il visionario arriva presto e sanguina. Jovanotti arriva puntualissimo. Prende ciò che ha già raggiunto un consenso diffuso, un suono, una sensibilità, una causa e lo restituisce impacchettato come se fosse anticipazione. Jovanotti non credo abbia mai anticipato niente, nemmeno ai suoi esordi quando si andava in giro dicendo che era il primo rapper italiano (cheffatica!). Jovanotti semmai sincronizza il proprio orologio con quello del pubblico, al secondo.

Per capire il trucco bisogna guardare la macchina. Esiste, in ogni società, un dispositivo che prende le energie che le si oppongono e, invece di combatterle, se le mangia. Le digerisce, ne toglie l’attrito e le rispedisce al mittente come senso comune pacificato, come festa, come cosa che va bene a tutti. Le origini conflittuali di una musica, la rabbia di un movimento, la radicalità di una richiesta: dentro la macchina entrano taglienti ed escono morbide. Jovanotti è, in questo paese, l’operatore più efficiente di quel dispositivo. Non è un colonizzatore che saccheggia terre lontane, è qualcosa di più intimo e più italiano: è colui che addomestica. Prende ciò che era conflitto e te lo ridà come abbraccio. E abbraccia, come i guru.
Tutto questo però non si subisce, si desidera. La studiosa Lauren Berlant ha dato un nome a questo meccanismo affettivo: ottimismo crudele (lo trovate qui sul sito di Timeo). È l’attaccamento a un oggetto di desiderio che è, esso stesso, l’ostacolo alla vita buona che ci promette. La gioia jovanottiana è ottimismo crudele allo stato puro: la festa infinita, l’abbondanza luminosa, il “andrà tutto bene” cantato a un pubblico oceanico su una spiaggia. È un oggetto d’amore la cui forma stessa, il consumo positivo senza limite, erode il mondo che dice di voler salvare. Non ci vende un errore, ci vende un attaccamento. La buona fede qui non è un’attenuante: è il motore. L’attaccamento, per funzionare, deve essere sincero.

Bellissimo il Jova Valley Party

Volete la prova che non è teoria ma materia visibile a occhio nudo? Mettete due immagini una accanto all’altra. Un movimento che difende una valle da un’opera inutile e miliardaria viene chiamato, da trent’anni, luddista, nemico del progresso, quando non direttamente terrorista. Un cantante che dipinge un sound system e dice “salviamo la Terra” mentre porta decine di migliaia di persone e i loro consumi su un ecosistema fragile viene chiamato visionario. Stesso identico oggetto in gioco: difendere un territorio dalla logica del capitale. Trattamento opposto.
Non è ipocrisia. L’ipocrisia sarebbe una lettura morale e non spiegherebbe niente. È il confine del consenso che per un attimo diventa visibile. Il criterio che smista le due cose non è mai il contenuto della domanda ecologica, è la sua forma. Difendere la valle produce attrito: dice no, blocca, costa, porta conflitto, rinuncia, perdita. È inamabile, in senso tecnico, perché si rifiuta di offrirti una fantasia consolante. L’enorme falò jovanottiano sulla spiaggia, al contrario, è la versione affettiva della stessa identica causa: al capitale non costa nulla, anzi gli vende i biglietti. L’affetto fa la cernita: uno è amato, l’altro viene percepito come una minaccia all’oggetto amato.
Sotto c’è la stessa richiesta, ma avanzata da chi non ha ancora passato la macchina del consenso, che viene classificata come rumore, disturbo, ordine pubblico. Quando invece viene avanzata da chi l’ha già passata, diventa parola legittima, voce, poesia. A decidere chi ha diritto alla parola e chi fa soltanto baccano non è quello che si dice, ma se chi lo dice è già stato reso amabile. Il test finale è uno solo: costa qualcosa al capitale? Se costa, è terrorismo. Se genera, è visione.
Una società che funziona così chiama terroristi i suoi visionari veri e visionari i suoi inseguitori di tendenze. Chi vede il limite in anticipo lo paga con la galera mediatica (e non solo). Chi arriva puntuale a cavalcare il consenso raccoglie i panegirici. E il panegirico, a guardarlo bene, è a sua volta un piccolo capolavoro del meccanismo. La parola “visione”, da quando è passata per il gergo delle startup e dei fondatori illuminati, non significa più “capacità di vedere prima e pagarne il prezzo”, ma “avere un’idea grande che vende bene”. Chiamare Jovanotti visionario significa usare proprio quella versione svuotata: una parola radicale presa e restituita come complimento per un ottimo hitmaker. La lode subisce lo stesso identico trattamento di tutto ciò che lui tocca e mette in scena, senza accorgersene, la cosa che stiamo criticando.

Una cosa, però, gli va riconosciuta e riconoscerla è ciò che separa una critica da un dispetto. Innovatore di formato lo è stato per davvero: la spiaggia trasformata in venue, il tour che diventa evento totale, certi suoni portati a un pubblico di massa italiano meglio di altri. Coraggio industriale, intuito da impresario, tempismo impeccabile. Tutto vero. Ma innovatore di formato non è sinonimo di visionario, e confondere la scala con la visione è precisamente l’errore che tiene in moto la macchina.
Il visionario, quello vero, in questo momento è probabilmente seduto da qualche parte a farsi dare dell’estremista. E balla, quando balla, molto lontano dalla spiaggia.


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