Da qualche tempo, con Vincenzo Cramarossa, ci stavamo confrontando su alcune questioni di pratica politica. Non temi, non teorie: pratiche.
Pratiche che nel 2025 non sono solo l’aperta conflittualità delle azioni e il partecipare a movimenti, associazioni, luoghi, ma anche la capacità di far diventare pervasivo l’immaginario che le suddette producono.
La politica, nella sua essenza più profonda, è anche l’arte della persuasione e del plasmare il consenso con l’ambizione di costruire un’architettura di valori, credenze e pratiche che Antonio Gramsci definì “egemonia” – per quanto Sapore di male abbia minato l’utilizzabilità di questa parola a suon di post-ironia.
L’egemonia si radica in un terreno fertile di comunicazione, definendo i confini del pensabile e del desiderabile. In uno scenario dinamico come quello contemporaneo, la comunicazione politica non è un semplice strumento di propaganda, ma una prassi costitutiva, il medium attraverso il quale una visione del mondo si afferma e si consolida, permeando il tessuto sociale fino a diventare –nei casi migliori– “senso comune”.
Per Gramsci, l’egemonia non si impone dall’alto, ma si costruisce attraverso il lavoro culturale e ideologico: una “guerra di posizione” che investe ogni aspetto della vita civile, dalla scuola ai media, dalle associazioni ai luoghi di lavoro. In questo processo, la comunicazione gioca un ruolo centrale nel diffondere e radicare le idee della classe dominante (o di un blocco sociale egemonico in divenire), presentandole come universali e naturali.
Gli “intellettuali organici” del pensiero gramsciano agiscono come ponti tra la classe e la società civile, traducendo le esigenze e le aspirazioni del gruppo dominante in un linguaggio accessibile e persuasivo, forgiando un immaginario collettivo in linea con i propri interessi.
Ad oggi, l’avvento massiccio dei podcast pone sfide interessanti alla comprensione della comunicazione politica e della costruzione dell’egemonia. Il podcast, con la sua natura intima e conversazionale, la sua capacità di raggiungere nicchie specifiche e la sua flessibilità di fruizione, si presenta come uno strumento potente per la diffusione di messaggi politici. La sua familiarità, spesso percepita come un dialogo diretto tra l’ospite e l’ascoltatore, può favorire una maggiore adesione e un senso di vicinanza con le idee proposte. Non ultima, l’esperienza solo uditiva, libera l’ascoltatore dalla rappresentatività iconica dell’immagine.
Tuttavia, mi sembra evidente una tendenza a concepire il podcast come un “prodotto” da intestarsi individualmente o da una specifica organizzazione, e non come un medium già esistente da sfruttare strategicamente all’interno di una più ampia strategia comunicativa. Questa “tentazione proprietaria” rischia di limitare il potenziale egemonico del podcast. Concentrandosi sulla creazione di un proprio canale esclusivo, si potrebbe perdere di vista l’opportunità di inserirsi in conversazioni già in corso, di raggiungere pubblici eterogenei e di contribuire a plasmare un discorso pubblico più ampio.
Un approccio più gramsciano alla comunicazione politica attraverso i podcast vedrebbe invece una strategia di “moltiplicazione delle presenze”, investendo diverse piattaforme e formati, partecipando a podcast esistenti, creando reti di collaborazione e integrando il podcast in una strategia multicanale che comprenda social media, eventi pubblici, tv e altre forme di comunicazione (diacroniche e non). L’obiettivo non sarebbe tanto “possedere” un canale, quanto “occupare” lo spazio comunicativo, diffondendo idee e narrazioni in modo capillare e contribuendo attivamente alla formazione del consenso.
Grazie ad un bel libro pubblicato da Quodlibet nel 2023 (“Un incontro mancato: Walter Benjamin e Antonio Gramsci”, curato da Gentili, Stimilli e Guerra) ho pensato ad un accoppiamento – come suggerisce anche il testo– tra Gramsci e Benjamin, in particolare con la sua riflessione sull’”aura” dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Benjamin osservava come la riproduzione meccanica privasse l’opera d’arte della sua unicità, della sua “aura” legata al tempo e allo spazio della sua creazione. Tuttavia, questa perdita non era necessariamente negativa, in quanto apriva nuove possibilità di fruizione e di politicizzazione dell’arte.
Trasponendo questo concetto al campo della comunicazione politica e dei podcast: si potrebbe dire che la “tentazione proprietaria” del podcast mira a ricostruire un’aura di esclusività attorno a un medium intrinsecamente riproducibile e distribuibile. Concentrandosi sulla creazione di un “prodotto” unico e distintivo, si rischia di perdere di vista la sua statutaria capacità di essere replicato, condiviso e ricontestualizzato all’infinito.
Un approccio più benjaminiano alla comunicazione politica attraverso i podcast valorizzerebbe invece la sua natura di “opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Si tratterebbe di sfruttare appieno la sua capacità di essere diffuso su larga scala, di raggiungere pubblici diversi e di innescare processi di riappropriazione e di reinterpretazione da parte degli ascoltatori. Invece di concentrarsi sulla creazione di un’aura proprietaria, si punterebbe a una disseminazione virale delle idee, accettando il rischio e l’opportunità della loro circolazione incontrollata.
Andando a concludere: penso che la comunicazione politica nell’era digitale, e in particolare attraverso strumenti come i podcast, richieda una riflessione approfondita sulle strategie più efficaci per costruire egemonia. La tentazione di concepire questi media come “prodotti” da intestarsi rischia di limitarne il potenziale trasformativo. Un approccio più gramsciano e, in un certo senso, benjaminiano, suggerisce invece di abbracciare la natura intrinsecamente relazionale e riproducibile di questi strumenti, integrandoli in una strategia comunicativa ampia e diffusa, volta a “occupare” lo spazio del discorso pubblico e a plasmare attivamente il senso comune.
In questo modo, credo, mi sono persuaso, la politica potrà dispiegare appieno la sua forza costruttiva, contribuendo a edificare un’egemonia radicata nel consenso, nell’immaginario e – in uno slancio novecentista, dopo tutta questa contemporaneità – nella partecipazione.
(Ho iniziato a scrivere questo articolo un paio di settimane fa e la prematura scomparsa del mio caro Vincenzo mi ha spinto a terminarlo quest’oggi. Molto di quello che so di comunicazione politica lo devo a lui, che mancherà soprattutto come amico a tante e tanti di noi e come grande professionista a larga fetta della politica odierna.)
Una replica a “Il podcast come luogo da occupare”
[…] un articolo!”) e naturalmente alle piattaforme di streaming musicale e di podcast, di cui avevo parlato qualche giorno fa (e quale miglior autodenuncia se non l’esistenza dell’interfaccia “Spotify for […]
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