• Chi sono
    • L’archivio

Qualcuno con cui scrivere

  • “Con rabbia e con amore” (è il titolo del mio primo libro da solista)

    10 aprile 2025

    Il 29 aprile uscirà il mio primo libro, per SEM.

    Sono molto felice, in qualche modo imbarazzato, ma soprattutto orgoglioso.

    Quando si annuncia l’uscita di un libro si propone il link al preordine e potete clickarlo, ma questa storia parla di lavoro, conflitto di classe e amore, così ho pensato fosse più giusto invitarvi in giro per l’Italia come mio solito, tra librerie indipendenti, festival e dovunque si creda nella libertà.
    A tal proposito: se volete organizzare una presentazione dalle vostre parti scrivetemi a deadverse /at/ gmail punto com.

    Iniziamo da qui:
    7 maggio – Bologna, Confraternita dell’uva
    13 maggio – Roma, ARCI Zalib
    21 maggio – Torino, Capodoglio
    22 maggio – Milano, ARCI Bellezza

    Questa è la copertina, da un’idea di Stefano Cumia. L’ha toccata piano.

    Questa è la quarta di copertina, così non devo raccontarvi con parole mie cosa ho scritto:

    Prendi la roba dal pallet. Metti la roba sugli scaffali. Controlla. Ricomincia.

    Andrea Costa ha ventiquattro anni e per vivere lavora in uno degli immensi magazzini di bricolage che si estendono lungo le periferie di Bologna: ogni giorno prende la roba e la mette sugli scaffali, così i clienti la troveranno ben disposta al loro arrivo. All’alba si sbatte in tangenziale per raggiungere un lavoro che detesta perché gli divora tempo ed energie, e soprattutto manda in frantumi i suoi sogni, tra cui quello di diventare uno scrittore. E quando non sgobba al magazzino, annega il livore nelle birre insieme a “Gallo”, fratello di strada e filosofo da bar capace di prendere la vita con maggiore levità.
    Oltre al lavoro, Andrea odia “quelli lì”, le persone che per rendita familiare possono permettersi di non faticare o faticare solo per hobby. Li incrocia le rare volte in cui si aggira per il centro, ormai diventato una vetrina per turisti e gente che può spendere parecchio. Così va il mondo, del resto. Finché, quasi fosse un copione stilato dal destino cinico e baro, Andrea non si innamora proprio di una di “quelli lì”, Claudia, ragazza ben più abbiente di lui. Per un po’ se la gode, e in fondo gli piace atteggiarsi a bohémien, sguazzare nella creativa noia altoborghese. Le affinità però cedono presto il posto alle divergenze, per riportarlo alla crudele realtà: che la scure delle disuguaglianze si abbatte pure sui sentimenti.
    Tra spleen decadente e cieco furore, Costa dovrà lottare per riaccendere una scintilla di speranza – e rivalsa – nella sua vita. Scortato dalla voce narrante di un protagonista sincero e infuocato, Con rabbia e con amore è un romanzo-manifesto di guerriglia esistenziale, un libretto rosso 2.0 da diffondere per ribadire forte e chiaro che no, non è invidia sociale: si chiama conflitto di classe.

    Esordirò anche con un nuovo monologo, basato sul libro, adattato grazie all’ingegno e l’amicizia di quel romagnolo di Francesco Zani.
    Sarà distribuito da Marcello Fava di Elastica e, come sempre, da Lorenzo Bedini di Antenna Music Factory.
    Una squadra di emiliano-romagnoli che fa spavento a Don Camillo, Peppone e l’orchestra Casadei.

    Ci vediamo in giro, vi abbraccio.

  • Ci ruberanno il lavoro (ma magari!)

    1 aprile 2025

    Totoro scopa con Mononoke, tutto grazie ad un prompt. Io e i miei soci di band disegnati da Miyazaki, tutto grazie ad un prompt. Il presidente Meloni, ma in realtà è Kiki sotto mentite spoglie, si allea con Calenda che però è Howl e si trasforma in Heidi (Klum).

    Sono per un internet il più libero possibile e dal primo EP ho messo in condivisione P2P e su Torrent i nostri dischi. Tanto ci sarebbero finiti lo stesso, valeva la pena metterli in alta qualità.
    Non sono morigerato nell’uso della “roba altrui”: ho iniziato da ragazzino a fare musica attaccato ad un computer e con le macchinette e se il tuo kick è bello te lo rubo. Idem per le frasi melodiche o sample più cospicui con cui ho provato a fare dei beat che non sono finiti da nessuna parte.

    In questo approccio libertario non mi piace lucrare sull’ingegno altrui, quindi le volte in cui si è arrivati in studio e c’erano cose che erano di qualcun altro si è preferito fare come fanno i migliori tra i mediocri: fare una cosa che ci somigliasse, senza usare l’originale. Di fatto, ho lucrato attorno all’ingegno altrui.

    La somiglianza è uno strumento potentissimo: ti permette di sembrare J Dilla senza essere J Dilla, così come ti permette di comporre una bella colonna sonora senza essere Morricone, ma sentendoci Morricone. Nessuno potrà farti causa, basta non ricalcare.

    L’arte, al 99%, è un processo imitativo. Per i musicisti però molti confini sono caduti da molto tempo: la musica è l’arte meno rappresentativa di tutte e permette non solo una sua infinita ri-contestualizzazione in fase d’utilizzo, ma consente un processo creativo inestricabile dall’idea post-modernista di costante riutilizzo, ri-significazione, sovrapposizione ad libitum. Non si pensi solo ai sample, ma si pensi ai modi e ai processi di composizione e produzione.
    L’idea che esista una industria discografica si affianca non solo alla sua riproducibilità meccanica, ma alla sua funzionalità espressiva.

    L’ingresso massiccio delle intelligenze artificiali generative anche nella musica non mi spaventa, sono (ancora) dozzinali e anche quelle più riuscite hanno troppi limiti nella personalizzazione per essere un serio pericolo (per quanto alcune idee di sfruttamento privatistico della AI per produrre monnezza ce le abbiamo tutti).

    Queste intelligenze non sono autonome, e non dobbiamo confondere l’intelligenza con la creatività né la capacità generativa con la visione produttiva. Per poter creare qualcosa da una intelligenza artificiale generativa però ci vuole un investimento di tempo dedicato a comprendere, per quanto possibile, come scrivere i prompt, imparando dunque il funzionamento di una macchina dalla complessità spesso misteriosa ma non inestricabile. Come con c-max o altri programmi di coding dedicati alla musica: mi sento di dire che Robert Henke sia migliore o peggiore di Bon Iver? Fanno due mestieri diversi, anche se li intendiamo come musicisti.

    Non sono nemmeno troppo preoccupato dal fatto che qualcuno -dio abbia pietà- possa scrivere un prompt talmente tanto preciso e ficcante da generare un brano de Lo Stato Sociale attraverso una AI. Noi ci abbiamo provato un po’ di volte, con dei nostri testi inediti, non riuscendoci o comunque trovando quella distanza di versomiglianza sufficiente per essere risucchiati nella uncanny valley di noi stessi. Davvero, non sono preoccupato, se lo fossi dovrei chiedermi come mai non lo sono stato finora, considerato che per chi sa suonare almeno un po’, imitare la band è piuttosto semplice.

    Sono invece fermamente contrario a chi cerca di generare un brano nello stile LSS pagando una piattaforma il cui algoritmo è addestrato con la nostra musica, mentre la piattaforma intasca il profitto. Questo implica un utilizzo economico all’interno della tutela del copyright e dei diritti connessi.
    Sarei comunque favorevole a cedere a OpenAI o simili questo tipo di sfruttamento, se regolato da un contratto e da un equo scambio economico a favore degli artisti.

    Amo la tecnologia, specialmente quella più “audace”, perché le riconosco il merito di avermi risparmiato giornate, settimane, se non anni di noia, dandomi la possibilità di fare musica senza essere un virtuoso. Mi piace pensare che da qualche parte ci sia un ragazzino che non ha voglia di imparare i soliti tre strumenti noiosi, non ha i soldi per una MPC e allora si scervella sui prompt e scarica Ableton Live da RuTracker. Tifo per lui e vorrei che potesse accedere a tutti i cataloghi del mondo. Se dovessi raccontare al me sedicenne di queste opportunità, non ci crederebbe.

    L’addestramento delle AI mi ricorda la pirateria, partendo dal principio di non riconoscere la proprietà intellettuale, ma fa un gioco inaccettabile che la priateria non ammette: dalle corporate monetizzano su ciò che ritengono debba essere gratuito, ma solo per loro. O natale sempre, o non è natale mai.

    Tutelare il valore economico del lavoro intellettuale verso chi cerca di sfruttarlo a proprio vantaggio è l’unico limite su cui non dobbiamo essere disposti a cedere. In fin dei conti, è il valore residuale di un lavoro che accompagna le vite delle persone.

    E poi che compaiano mille copie di LSS, dello studio Ghibli o di Mozart… Beh, ben venga, poi ci faremo i conti (già ce li facciamo, perché la gente mica è scema, anche se ce ne scordiamo).

  • Una cosa divertente che non farò mai più, spero

    10 marzo 2025

    Decimo anniversario del mio arresto a Londra.
    Festeggiamo insieme ripubblicando la versione integrale, riveduta ed espansa, dell’accaduto. Per qualcuno un grande classico, per qualcuno una novità da giocarsi al bar.

    4 Marzo 2015, metà mattina
    Eurotunnel, Calais, frontiera Francia – Regno Unito.
    La giornata precedente è andata nelle decine di ore di furgone per arrivare a Saint-Omer, nella regione dell’Alta Francia, e adesso siamo pronti per portare le nostre facce in Inghilterra passando sottoterra, in questo strano esperimento ingegneristico di un tunnel sotto La Manica.

    La mattina inizia con il controllo documenti e, invece di scendere rapidi nelle profondità marine, iniziamo in salita: Albi Cazzola, Giuseppe Porky Tomasi e Roberto Robbo Castagnetti sono sprovvisti di documenti validi per l’espatrio. Dopo un rapido ma amorevole scambio di vedute con la polizia di frontiera li lasciamo lì, in Francia, per andare a conquistare la terra d’Albione senza bassista, light designer e tour manager. Questo ci permette di produrre da subito lo spin-off continentale di questa avventura, con il trio che tenterà di far arrivare Albi a Londra in tempo per il concerto, non riuscendoci. Perché siamo dei professionisti della fattanza ma anche della serialità. Per chi avesse piacere di sapere come è andata la parte continentale della storia consiglio di contattarli, chiedendo loro “quella cosa dell’email all’ambasciata francese con oggetto AIUTO”.

    Li salutiamo e trasformiamo il furgone dentro cui viaggiamo, a sua volta caricato in un vagone dell’Eurotunnel, in una scatola cinese di cose dentro le cose che si muovono, in una sala prove atta ad istruire il più rapidamente possibile Matteo Romagnoli delle parti di basso. Terzo arco narrativo, il suo, che si svilupperà lungo tutta la giornata, compreso il concerto e, ripensandoci ora, anche negli anni seguenti in quella che sarà la personificazione del paradosso di Achille e la Tartaruga.

    Non ve la sto a menare con il racconto dell’intera giornata, ma l’incipit di questa storia è il prodromo di tutto quello che poteva andare male.


    4 marzo 2015, tardo pomeriggio
    Dingwalls, Camden, Londra.

    Siamo a Londra! Siamo a Londra per suonare! Che bomba! Alle 19, finito il soundcheck più disastroso della nostra storia, decidiamo che ci piacerebbe fare due chiacchiere davanti ad una birra assieme a Nico Nesi che, da bravo expat bolognese nella City, è venuto a trovarci. Attraversiamo la strada e andiamo nel pub che si dice fosse frequentato dalla mia amata Amy Winehouse. Due birrette, un’ora di chiacchiere e poi si torna al locale, visto che qui si suona presto e i Foxhound hanno già iniziato. Incrocio qualche faccia nota, faccio due parole e, dopo il solito show della madonna de Il Pan Del Diavolo, vado a cambiarmi in camerino.

    Cambio palco e suoniamo male, malissimo, peggio che mai. Eseguiamo una versione de “La musica non è una cosa seria” così lenta che sembra un rework di The Bug, la gente è attonita ma felice di supportare l’improvvisazione totale di Matteo al basso. In qualche modo finiamo lo show e, mentre smontiamo il palco, mangio un panino e bevo acqua. Non lo scrivo per feticcio, ma perché la mia alimentazione durante la giornata avrà un ruolo più che determinante tra poche ore.

    Caricato il furgone e ci raduniamo con le altre band per baci abbracci e sigarette comprate in continente, ci vediamo domani in formazione completa dai, perché domani replichiamo la lineup ad Amsterdam. Che bello, che rock.

    Non ho bevuto alcolici per tutta la serata e sono quello che ha guidato con tutto messo al contrario da Dover al locale, perciò mi propongo come autista designato per raggiungere l’hotel.

    Quindi si parte, si ride, si dicono le cazzate di fine giornata mentre seguo il GPS verso la periferia londinese, un po’ stanchino ma in forma. Parcheggio affianco l’albergo con le quattro frecce mentre Matteo, Enrico e Lodo si occupano di parlare con la reception per i check-in e la questione “parcheggiare il furgone”. Dopo qualche minuto in cui i tipi dell’hotel rompono il cazzo tra numeri di prenotazione e chiamate di conferma, Carrot esce e mi fa: “il parcheggio è nella strada qui dietro”. Dove qui dietro è letteralmente alle nostre spalle. Rimetto in moto, controllo davanti, negli specchietti e faccio un’inversione un po’ napoletana ma tutto sommato tranquilla. Non c’è nessuno in giro.


    5 marzo 2015, mezzanotte
    A poche metri dal 110 Peckham Road Southwark, Peckham, Londra.

    Sono nella direzione opposta e mi avvio al centro dell’incrocio con la strada perpendicolare a quella su cui ero. Destra, sinistra, destra, sinistra, avanzo piano, ricontrollo e SBAM. Alla velocità più lenta possibile vado contro la fiancata di un’auto che stava passando in quel momento e che io –colpevolmente- non avevo visto. Gran spavento per tutti, accosto il furgone, cerchiamo di capire come sta la tipa che guida l’auto e giù a ripetersi: “sta tranquillo, vedrai che si risolve subito”.

    La signora -gentilmente descritta da Carrot come una cinquantenne commessa del Tesco- appena prende nota del fatto che siamo quattro italiani attorno alla sua auto che dicono cose incomprensibili, si chiude dentro l’abitacolo e chiama gli sbirri. Io un po’ me ne rallegro perché non avrei davvero saputo che pesci pigliare con l’assicurazione in un paese straniero. Quindi arriva la pattuglia e comincia la manfrina dei documenti del furgone, della mia patente, la dinamica dell’incidente, chi siete e cosa fate. Gli sbirri si dimostrano anche abbastanza gentili nella loro fermezza e noi cominciamo già a vedere la fine della questione. Ma c’è un ma.

    La commessa del Tesco lamenta una contusione e gli agenti mi informano che secondo legge in caso di ferito o presunto tale devono farmi l’alcol-test. Io sono sereno, penso “minchia ho bevuto due birre 5 ore fa, ho suonato, mangiato e bevuto acqua, figurati ho “già pisciato tutto. Quindi con uno dei due agenti faccio il test preliminare che fornisce l’inaspettato risultato: positivo. Bestemmio tutto l’arco costituzionale di santi e madonne.

    L’agente chiama il suo collega che -lo ripeterò all’infinito, veramente sbirri di qualità che ad avercene in Italia- mi informa che devo essere portato alla stazione di polizia competente, da ammanettato. Di buon grado accetto la sorte e mi faccio ammanettare mentre spiego agli accorsi sociali che va tutto bene, che è così che devono fare, che mi hanno spiegato che serve per andare in commissariato a fare l’alcol-test di precisione e blabla. Glielo spiego pronunciando questa esatta frase: “rega, borgopio, non fate bordello che io sto già ammanettato qui dentro ed eviterei di peggiorare la situazione facendo polemica”. Se vi dovesse capitare una situazione simile, suggerisco questo approccio.

    Dopo qualche minuto nella volante arriva la camionetta\cella su ruote, come quella dei film: mi caricano dietro al plexiglass per un viaggio in compagnia dello sbirro buono e arriviamo alla centrale.

    5 marzo 2015, 1.30 A.M.
    Peckham Police Station, Peckham, Londra.

    Lo sbirro buono della volante mi fa entrare in una sorta di “sala d’attesa” perché c’è gente davanti: un ragazzo di origini magrebine sta facendo il delirio oltre la porticina che mi separa dal commissario, un attimo dopo se lo caricano in due e lo portano via. Grazie bomber per aver rasserenato gli officers.

    Nel giro di tre minuti sono davanti al Sergente responsabile che comincia a spiegarmi un po’ come andrà la cosa:

    – prima di tutto mi fa un po’ di domanda di natura anagrafica e del perché sono lì:
    “how long will you stay in the uk?”
    “just today”
    “you’re lucky” mi fa, il comico.

    Decide  che le manette non servono più. Chiede di mostrargli i polsi per sapere se l’agente si è comportato correttamente, dico che va tutto bene. Vengo perquisito e consegno telefono, sciarpa, cuffia, cintura e portafoglio. Vengo misurato in altezza: secondo la polizia inglese sono 176cm, adesso lo sappiamo.

    – la seconda parte della mia permanenza in custodia è occupata da una serie di domande psico-attitudinali sulle mie abitudini alimentari, se ho dipendenze da alcol o droga, se ho allergie, dettami religiosi particolari, se ho mangiato nell’ora precedente o preso un collutorio o uno spray e via così. Mi viene chiesto se voglio contattare casa, il mio avvocato, l’ambasciata o il consolato o se ho bisogno che queste entità sappiano della mia presenza lì: dico di no che per ora non c’è bisogno, tanto se va di merda lo posso fare dopo. Scaramanzia.

    – vengo edotto dei tre livelli di ebrezza: da 0 a 0,45 mg di alcol il sergente può decidere di rilasciarmi subito, da 0,45 a non so cosa passo la notte in custodia e poi si vedrà la mattina, sopra il secondo sbarramento si va a cacare cazzi in tribunale. Ho una pipì che non me la tengo e balletto sul posto mentre ringrazio me stesso, Guy Ritchie e Frankie quattro dita di parlare un inglese fluente.

    – dopo una mezz’ora di chiacchiere e battute che ci elevano al grado di BFF, ormai a 45 minuti dall’arresto, alle 02:04 il sergente si decide a farmi fare l’alcol-test con la super macchinona: due soffi di una certa intensità per un dato lasso di tempo finché la macchina non dice ok. Se ne garantisco solo uno o nessuno, si va diretti a processo. Evvai!

    Oltre a stare per pisciarmi addosso ora ho anche una certa ansia da prestazione mentre mi appresto a fare queste due soffiate che -per fortuna- mi riescono perfettamente. E adesso pausa.

    Pausa in senso totale. Pausa dentro di me, pausa fuori, pausa dovunque nel mondo. Non so se in quel minuto sia successo qualcosa di diverso se non io, il sergente e l’agente che ha seguito il mio caso che osserviamo questa macchina grossa come un fax del 1995 fare un sacco di rumore, comporre delle scritte su uno schermo da calcolatrice e infine sputacchiare il referto. Penso a mio padre e al culo che mi farà appena dovrò informarlo che mi manderanno a processo, penso a mia mamma che sicuramente dirà qualcosa di inopportuno, penso a come non far saltare la data di domani e quella di dopodomani, penso ad Albi, Porky e Robbo che sono già ad Amsterdam e vorrei essere con loro a spaccarmi di canne ma non sanno ancora nulla di tutta ‘sta storia. Insomma: mi vedo già nel peggiore dei guai. 

    Poi il sergente prende il risultato, lo guarda e lo mostra all’agente, l’agente lo osserva stranito e fa spallucce e quindi il sergente si rivolge a me con una faccia incredula: “it’s zero”. Zero. Niente. Nada. Pulito. Perfetto.

    Io, impassibile mentre dentro di me festeggio come Maradona lo scudetto del Napoli, mi limito a dire: “it’s the first time i’m happy for a zero”. Non ride nessuno.

    Mi vengono riconsegnate le mie cose, compilo l’ultimo modulo in cui firmo la mia uscita rifiutando mentalmente lo spiegane in cui mi dicono che, in questi casi, posso fare ricorso perché mi hanno fermato ma alla fine avevo ragione io. Mi accontento di questo, senza peccare di hybris. Poi i due agenti che avevano seguito tutta la faccenda, dall’incidente in poi, come un taxi più particolare di altri, mi riaccompagnano all’hotel dove i regaz mi stavano aspettando. Tranne Carrot, già addormentato.

    Vorrei trovare una bella morale per tutta la faccenda ma mi limiterò a dire: che culo.

  • Viva Matteo!

    26 febbraio 2025

    L’anno scorso, per il compleanno di Matteo Romagnoli, abbiamo organizzato IMPUBBLICABILE! al TPO di Bologna. Quest’anno no, ma chi sarà a Bologna sabato 1 Marzo potrà passare da Piazza Lucio Dalla per partecipare, informarsi e sostenere la ricerca legate alle malattie rare e rarissime.
    Ci saranno un po’ di cose anche divertenti, tra cui i saluti istituzionali (per gli appassionati del genere), food truck e verso le 15 si pensava, noi altri de Lo Stato Sociale, Cimini e qualche altra faccia nota di bere una cosa assieme.

    Non so se suoneremo qualcosa, però ci piace stare dove è importante stare e per questo sabato crediamo sia importante stare con Lele Romagnoli e tutte le altre persone che aiutano le persone malate. Le chiamiamo “caregiver”, e va bene così, all’inglese, mentre non dobbiamo scordarci che le persone malate non sono mai la loro malattia o la loro diagnosi. Sono persone e fanno e desiderano quello che fanno e desiderano le persone.

    Matteo fino a pochi giorni prima dell’intervento, malgrado tutto, ha continuato a mandare avanti Garrincha Dischi e noi, malgrado tutto, continuiamo a mandare avanti le cose che sono nate con lui: chi apre una nuova etichetta, chi fa nuovi tour, chi fa nuovi dischi, chi ha voglia di prendersi una pausa come quando Matteo prendeva su e se ne andava, che ne so, in Norvegia a bagno con le orche.

    Tra la fine del 2023 e gennaio di quest’anno ho portato in giro un monologo intitolato “Qualcuno con cui parlare”, in cui raccontavo anche del funerale di Matteo. È stato maieutico, tra le tante cose, ripetere cinquanta volte davanti a diverse centinaia di persone com’era andata quella giornata o di quando cercai di fregarlo a colazione –senza riuscirci– con un piatto di würstel e un caffè. Vabbè, mi sto dilungando.

    Di tutte le cose dette e fatte adesso mi rimangono solo i bei ricordi e, per quanto Matteo resti un’importante assenza, la vita di tutti va avanti e cerchiamo di viverla al meglio. Che è una cosa banale e semplice, ma le cose semplici non è detto siano facili.

    365 giorni fa, sul palco del TPO, assieme a Stefano Maggiore e Remo Anzovino, circondati da indescrivibile affetto, abbiamo eseguito “Viva Matteo!”. Metto il video qui sotto e poi, più sotto, il testo completo.
    Mi sembra un buon modo per finire una cosa che non so dove vada a finire.

    Matteo è morto.
    Viva Matteo.
    Viva Garrincha dischi 
    Viva lo stato sociale
    Viva il donkey 
    Viva Lele 
    Viva il bar canasta
    Viva le compilation di Natale 
    Viva i tour
    Viva le band
    Viva i festival
    Viva i palasport
    Viva Sanremo
    Viva i clap 
    Viva i provini 
    Viva i take
    Viva le orche
    Viva le telefonate di lavoro
    Viva le telefonate non risposte
    Viva non rispondersi
    Viva gli amici
    Viva le fidanzate
    Viva le mogli
    Viva le madri
    Viva i papà
    Viva i solisti
    Viva chi ama
    Viva i ciao grande
    Viva i ritardi
    Viva le email sbagliate
    Viva i litigi
    Viva i viaggi intercontinentali 
    Viva le nuvole
    Viva il sole
    Viva i pianeti 
    Viva la luna
    Viva il cielo stellato
    Viva i gradini del donkey
    Viva la moquette vecchia
    Viva la moquette nuova
    Viva i microfoni
    Viva i dischi
    Viva i dischi degli altri
    Viva Gigi e la pallina
    Viva i barbecue in muratura
    Viva le parole
    Viva i tradimenti di culo
    Viva le fedeltà di bocca
    Viva la coerenza
    Viva il pubblico
    Viva chi è già pronto
    Viva chi non sarà mai pronto.

    Viva noi, malgradi e nonostanti

    L’avverbio nonostante si fa sostantivo, a indicare noi tutti che, contrassegnati da un numero di catalogo, sbilenchi, sgualciti, piegati da raffiche, opponiamo la nostra caparbietà all’insolenza del male.

    Matteo è morto
    Viva Matteo!

  • Fedez, psicofarmaci, il ruolo dell’arte

    15 febbraio 2025

    Mi hanno fatto molta tenerezza le contrarietà al testo di Fedez: ci sono alcuni passaggi in cui critica psichiatria e psicofarmaci e questa cosa non è andata bene a tante persone.
    Ci illudiamo spesso di saper comprendere l’arte, ma per fortuna perdiamo completamente la distanza con l’oggetto stesso e svalvoliamo, pensando che il vissuto di una persona sia il formulario del cattivo esempio. Questa cosa naturalmente non parla della canzone che ascoltiamo né dell’autore, ma parla di noi. È un nostro sintomo.

    Per quanto resa in forma pubblica, l’esperienza personale resta tale e insondabile. In questo caso anche in scorta alla forma-canzone che richiede di andare spesso al punto esagerando, allargando, dicendo il contrario di quello che è giusto dire e di ciò che il mondo lì fuori vuole sentirsi dire.

    Stimatissimi colleghi vengono applauditi raccontando di quanto è brutto il mondo, di quanto è bello l’amore, raccontando di malattie, figlie, coppie che scoppiano e sciattezza sentimentale di vario genere. Ma che il mondo sia fatto così, lo sappiamo già! Almeno, io lo so già e penso che anche voi lo sappiate già, è per questo che alcuni testi non vanno da nessuna parte, perché confermano ciò che già sappiamo.
    La disonestà della poetica, almeno all’apparenza, è un modo per condurre l’ascoltatore dove non sapeva di poter e voler arrivare. A me interessa arrivare in posti sorprendenti e sentire anche cose che non voglio sentire.

    La pioggia bagna e il sole scalda, niente di nuovo, ma se mi raccontano che uno psicofarmaco non ha funzionato mi sorprendo, mi chiedo: cosa vuole dire vivere un’esperienza simile?

    Come dice Prunetti: per scrivere la realtà talvolta dobbiamo scrivere contro la realtà.

  • Il fuoco che si porta dentro

    31 gennaio 2025

    Il libro più bello che ho letto lo scorso anno è “Il fuoco che ti porti dentro” di Antonio Franchini, forse perché parlando di sua madre ho letto chi è -parzialmente, ma largamente- anche mia madre. Argomento che tento spesso di trattare con lei stessa, riuscendoci a malapena e amareggiandomi a lungo malgrado tutto. Ne parlo di tanto in tanto con mio padre e molto raramente con mio fratello. Ne ho parlato spesso con Arianna e forse una volta sola con i miei amici, qualcuno dei miei amici.
    Scrivendone ora, non faccio che confermare l’impossibilità di sciogliere davvero alcuni nodi, se non accettandoli.

    In un libro che uscirà nei prossimi mesi l’ho inserita, mia madre, in una forma caricaturale con la speranza che il racconto diventi esso stesso il mio oggetto transazionale nei confronti di questo argomento, alla stessa maniera in cui mi sembra di vedere lei circondarsi di foto, oggetti, azioni tra transano i suoi non detti, non per mancanza di intelligenza emotiva ma per quella che mi sono convinto in un delirio analitico sia mancanza di strumenti di relazione con l’altro. Per primo e in ultimo, perché siedo sul mio culo, con me.

    Non avendo trovato le giuste risposte e immaginando che le giuste risposte –quando esistano– comunque non arrivino dai soggetti interessati, non posso che affidarmi alle pagine scritte da Franchini che –non negando la realtà anche quando sconveniente e dolorosa– mi ha restituito un pensiero che ho dentro da molti anni e che, sempre a proposito della povertà poetica di larghissima parte del pensiero critico, si sostituirebbe benissimo a quella brutta copia di argomentazioni direttive che spingiamo come “educazione affettiva”. Come se con un corso potessi imparare ad affezionarmi in un modo diverso da quello insegnatomi a casa.

    Cosa che è possibile fare, per carità: negli anni, non da soli, non in una relazione maestro-allievo. Ma questo è un mondo che preferisce le rapide ricette dei guru alle noiosità del pensiero.

    “L’amore è il cruccio di tutti, ma sempre nel senso delle forme assolute: quella, puramente attiva, dell’amare, e l’altra, perfettamente passiva, dell’essere amati. Del dimostrare amore nel modo più giusto e del farsi amare, cioè dei modi del sentimento, non della sua essenza, non si preoccupa nessuno. Gentilezza e tenerezza sembrano l’elemosina, la declinazione degradata delle passioni. Ad amare come viene sono buoni tutti, e anche chi ama senza essere riamato trova consolazione in questo sacrificio, ma chi è incapace di risvegliare attorno a sé le forme minori dell’amore conduce una vita aspra e non sa perché.”

  • Chiudo la porta e urlo

    13 gennaio 2025

    Sto leggendo il libro dedicato a Raffaello Baldini -che amo così tanto che mi ci sono fatto un tatuaggio- “Chiudo la porta e urlo” di Paolo Nori, che non mi sta piacendo tanto. Avevo aspettative davvero irrealistiche e magari migliora, però una delle cose che più preferisco di Nori -autore che comunque mi piace- l’ha scritta tanti anni fa su Walter Veltroni, si intitola “E se noi domani”. Mi piace così tanto che quando vado in giro per WeReading a fare delle letture di roba non scritta da me, quel pezzo lo leggo sempre assieme a “Gola” di Mattia Torre, assieme ad un brano di Gianni Celati tratto da “Verso la foce” e assieme a una poesia di Baldini intitolata “In treno”. Questi quattro pezzi di letteratura secondo me bastano a raccontare l’Italia (infatti il titolo che ho dato a questa somma è, banalmente, “Italiani brava gente”).
    Beh insomma, quando a Paolo Nori capita di incrociare politici del PD ex PCI succedono delle cose per me esilaranti:

    “Ma te, ho chiesto a Daniele, come l’hai scoperto, Baldini?
    Eh, mi ha detto Daniele, nel ’96 ero in libreria, ho visto il primo libro che ha fatto con Einaudi, che si intitola La naîva, in copertina c’era una poesia che si intitola Il nonno che dice «Al caffè? da fare che? sto meglio a casa, gioco con quelle bambine, i giochi che ho imparato mai! e mi piace perdere».
    E mi è piaciuta, l’ho comprato, l’ho portato a Boston, e mi ricordo che lo leggevo sottobanco quando D’Alema è venuto a Boston nel ’98 che ci avevano obbligato a andare in un’aula del MIT a sentire il suo discorso, un discorso che sembrava scritto da Fanfani, io ho ascoltato i primi minuti poi mi son messo a legger Baldini che, adesso povero D’Alema, ma non c’è paragone, tra i due.”

    Paolo Nori – Chiudo la porta e urlo

  • Grazie Trump

    8 novembre 2024

    Avete presente il meme con la città del futuro tutta precisa? Così, ma con i treni senza i turisti e diciotto trolley transatlantici.

    Volete un po’ di italian lifestyle? Via di regionali dalle infinite e imprevedibili percorrenze, oppure una bella coda in autostrada e l’obbligo di far merenda al Ristop. Niente Sarni per i turisti, ma un infinito labirinto a forma di Antico Vinaio dove uno studente calabrese fuorisede farcirà controvoglia la vostra auto a noleggio, per l’occasione anche lei a forma di focaccia secca con il crudo saponato. Un inferno in cui Franchino Er Criminale s’ammazza bestemmiando Dybala e il bagno profuma di cardamomo e forse è fatto di cardamomo perché nessuno lo ha mai visto questo maledetto cardamomo. E si può pagare solo in contanti ma di un conio non più in corso. E ogni cassiere in realtà è un taxista, ma a casa si fa chiamare Übermensch e fa l’assessore alla mobilità del suo pianerottolo, incazzandosi con i regaz se non vanno in bici e i regaz però non lo ascoltano, perché stanno fatti duri, durissimi. Completamente fatti di cardamomo. È un’epidemia.

    Una realtà selettiva e diversa per ognuno di noi poveri disastri umani costretti a muoverci sui binari di venerdì, con lo sciopero -che fanno bene a scioperare- sciopererei anche io se dovessi stare in giro tutti i giorni su un Freccia1000 e i suoi sedili di pietra, che ci manca solo il dispositivo anti-homeless perché comunque un biglietto costa come un attico a Central Park e allora prendiamoci tutto. Prendiamoci l’esodo degli americani delusi da loro stessi che verranno ad abitare le nostre città, invitiamoli a casa nostra al posto dei maruegas, che almeno hanno del valore aggiunto, in una infinita replica di NOLO: il primo esperimento riuscito di auto-gentrificazione. Tipo Goebbels che si dà alla panificazione.
    Potevamo farcela con il pacato e sudicio liberismo all’italiana. Con gli imprenditori malati di figa al collasso per troppo Viagra mentre le loro carnagioni esploravano tutte le nuance del marrone e dell’arancione, una tattica stranissima per nascondere la passione per la coprofagia.

    E invece no. Anche oggi da bravo cristiano cattolico ho comprato il bagel con il salmone in centrale a Milano, ho aiutato una coppia di americani a passare dal binario 6 della stazione di Bologna al binario 19 -e c’era certa gente ormai irriconoscibile anche ai parenti, che in quei corridoi è rinchiusa da un decennio almeno- e potuto apprezzare il profumo dei trucchi della ragazza nella fila davanti a me che si sta facendo un make-up del cristo. Che pure lui aveva degli addominali pazzeschi.

    Grazie Trump, compraci Trenitalia.

  • Insegnanti dello stare al mondo

    16 settembre 2024

    Ieri, mentre passavamo una bella giornata con una coppia di amici che sono per noi famiglia, si è parlato di quanto spesso entriamo nelle vite degli altri non solo suggerendo o confrontandoci con loro, ma comportandoci in maniera direttiva.

    Devi fare questo, non devi fare quello, devi dire questo, non devi dire quello, devi pensarlo così, non devi pensarlo così.

    E via discorrendo nelle infinite possibilità che abbiamo per dire a qualcun’altra all’infuori di noi stessi i come e i cosa per condurre la vita come la intendiamo. Come la intendiamo noi, non chi abbiamo di fronte. Clonandoci, replicandoci all’infinito, costruendo il nostro ideale esercito di terracotta che, per l’appunto, è immobile e tutto sommato fragile.

    Immobili e fragili mi sembra la traiettoria che hanno spesso i contenuti sui social network, in cui una nutrita schiera di persone dirige i propri come e i propri cosa verso un’enorme platea di persone che alle volte si accollano queste direzioni, altre scrollano oltre. E questa schiera di persone che dirigono le loro parole agli altri è spesso gente che tratta di temi complicati. Devo dire che sono temi su cui secondo me una laurea non basta, ci vuole dell’esperienza, della ricerca, del lavoro attorno. Infatti io non ne parlo, io non parlo di niente perché il mio mestiere è l’invenzione.

    Invece chi parla di qualcosa anche complicata come il marxismo, secondo me, Il Capitale, poi non l’ha mica letto. Puoi parlarne, io ne parlo, Nicola e Enrico ci hanno fatto uno spettacolo sul non aver letto Il Capitale, ma siamo gente che si occupa di invenzione, mentre chi parla non per invenzione, ma con l’ambizione di dirigere, di essere direttivo, mi sono persuaso che debba essere preparato. Ma non preparato così, per modo di dire, preparato davvero. Che ci studia e ci lavora con quella cosa lì: con il marxismo, il liberismo, il femminismo, il na77ismo, le materie scientifiche, la psicologia, la medicina, l’aritmetica.

    Parlo io delle cose che non conosco? No, io le cose le invento e ce lo scrivo grosso fuori dalla porta e sulla copertina: qui non si fa la realtà, ma è tutto vero.

    E vedi sgomitare influencer di ogni stampo e calibro, gente che non si confronta con una comunità accademica, scientifica o anche solo la comunità del bar fuori dalla facoltà di metafisica di Bombay. Gente che vuole dirigere e dirige, senza contraddittorio. Insindacabile.

    Dice la propria, in virtù dell’esistenza su questa terra, e davvero l’impressione che ho quando mi lascio guidare da questi pensieri è che chi non sa niente non possa che parlare di sé e per sé, fingendo di maneggiare un corpo intellettuale alto. Anche loro si occupano di invenzione, ma la spacciano per realtà e quello è dire le bugie. Turlupinare per vendere. Truffare intellettualmente.

    Quello che ti insegna a comunicare, quella che ti insegna come diventare brava compagna, quello che ti dice di far questo e quello con tuo figlio, con il partner, i genitori, i colleghi, i fa$ci, il s3sso, i soldi.

    Ognuno ha un’opinione su come devi stare in piedi e se non puoi stare in piedi su come devi star seduto.

    Poi apri la piadina e dentro ci trovi una schiera di periti tecnici in elettronica e telecomunicazione, una schiera di Alberto bebo Guidetti, che hanno un pubblico assetato di sapere come campare e, siccome tutti gli Alberto bebo Guidetti del mondo esistono, allora hanno l’expertise sufficiente per spiegare come si campa.

    Ma cosa dobbiamo dire, noialtri, a gente così? Cosa volete che possano dire di sensato?

  • Politiche del tagliere e politiche delle periferie

    3 settembre 2024

    Leggendo gli ultimi scambi attorno all’articolo di Salvatore Papa per “Lucy – sulla cultura” mi è apparso più chiaro un non-detto (o detto male, o detto a spizzichi e bocconi): quando parliamo della città dei taglieri parliamo del centro storico.

    Lo faccio anche io quando torno in città, penso: diobò guarda qui. Poi arrivo nella depressiva periferia residenziale dove sono cresciuto e lì invece da quando vent’anni fa hanno chiuso la biblioteca e aperto la coop non è cambiato niente di niente di niente, penso: diobò guarda qui.

    Vorrei quindi esplicitare un pensiero che covo da così tanti anni da risalire al me adolescente: sarà che a me il centro è sempre sembrato il posto dove abitano i miei amici più facoltosi? Il posto dove incontri le cose un po’ fighette? Certo gli universitari e le case da universitari, ma non sono stato anche loro abbindolati per decenni da un’idea posizionale di cultura? Vado a vivere nel centro dei portici, di Dalla, di Piazza Maggiore, del Pratello, della Pinacoteca. In affitto in case di merda, sempre, sempre più costose.

    Ma se volevi davvero essere un bolognese del centro storico -come si dice tra noi nativi bolognesi- dovevi avere la pilla. Essere ricco. O aver ereditato.

    Non me ne vogliono i miei amici che abitano dentro le mura da proprietari di casa, lo sanno anche loro che non c’è rancore, ma un bel po’ di culo in più sì. E anche un’idea di città profondamente diversa, meno conflittuale e meno rancorosa di chi usciva dalla porta e aveva i piloni della tangenziale. Dai, eh.

    E quindi è davvero problematica la turistificazione del centro? Non lo so, a me è sempre sembrato un luogo alieno, incompatibile con la mia vita da depressone lagnoso di periferia, da materialista marxista che odiava i compagni frikkettoni tanto quanto quelli dei licei del centro tanto quanto gli studi di avvocati/architetti/notai che hanno da sempre avuto in possesso “il centro dentro le mura”.

    Mi ha sempre preoccupato l’abbandono delle periferie malgrado i progetti di riqualifica (cfr. Pilastro), mentre l’impianto di biblioteche pubbliche veniva smantellato (cfr. Mazzini/Savena), mentre i condominii ex-IACP venivano svenduti (cfr. Porto/Bolognina-Casaralta/Santa Viola) e via così in una mappatura della desolazione periferica, quella sì prodromica della finanziarizzazione della città. Perché la periferia non è una bomboniera e la puoi macellare con calma e ostinazione, pragmaticamente.

    L’arretramento del “socialismo tascabile” sotto l’abbaglio di una città unificata (la città della cultura con le biblioteche che chiudono? La città del cibo nella città del supermercato ogni chilometro?) è la traiettoria che governa Bologna da molti decenni. È una roba da chi non si è voluto accorgere delle numerose città sotto lo stesso comune.

    Non è una questione di “programmazione culturale”, ma di semplice strategia e volontà politica. La cultura rientra o meno, come altre cose, nei piani politici di governo di una città. Inutile scagliarsi contro il proliferare dei taglieri perché vent’anni fa il centro era una allucinazione a misura di fuorisede (con locali con programmazioni vomitevoli, alcol e cibo di merda), ha cambiato destinazione d’uso senza cambiare rotta economica: la corsa al rincaro della vita è ogni anno più tumultuosa e lo diciamo dalla mia prima volta in un collettivo, forse 22 anni fa. Non ieri.

    Dovrebbe infatti far riflettere quanto le esperienze contro-culturali siano state da sempre fuori-le-mura (tolto il TPO di via Irnerio, che dopo pochi anni apparve in viale Lenin a 1km da casa mia: grazie sgombero, hai cambiato la vita ad un cinno del Mazzini) e continuino ancora oggi ad essere distanti dal centro, nelle sue forme di occupazione e nelle sue forme più programmatiche e consolidate. Ometto Labas perché da dopo lo sgombero e la soluzione “a braccetto con l’amministrazione” non lo so, forse sono ancora troppo intransigente…

    L’allarme taglieri e la trasformazione della città in una meta turistica è solo un sintomo del neo-liberismo, ma continuare ad insistere sul sintomo solleva le responsabilità politiche che risiedono invece nelle povere politiche abitative, di impiego, di sostegno alla vita per la classe lavoratrice e quella più debole ancora di chi un lavoro non lo ha o non può averlo.

    La soluzione, secondo me? Pretendere una prospettiva di vita dignitosa produrrà le c.d. esperienze controculturali (dalle periferie per i fighetti del centro, s’intende, che gli vogliamo bene lo stesso).

←Pagina Precedente
1 2 3 4 5 6
Pagina successiva→

Blog su WordPress.com.

 

Caricamento commenti...
 

    • Abbonati Abbonato
      • Qualcuno con cui scrivere
      • Unisciti ad altri 1.831 abbonati
      • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
      • Qualcuno con cui scrivere
      • Abbonati Abbonato
      • Registrati
      • Accedi
      • Segnala questo contenuto
      • Visualizza sito nel Reader
      • Gestisci gli abbonamenti
      • Riduci la barra