Aborto magico

estratto da “Qualcuno con cui parlare”

Arianna è agitata: un po’ piange, un po’ fa la dura per darsi forza.

Attraversiamo via Salaria e ci salutiamo per la seconda volta sull’uscio di questa clinica. Dentro non posso entrare perché, nel mondo dell’autodeterminazione femminile, noi maschi dobbiamo stare fuori, non esprimere pareri, non rompere il cazzo. Vorrei esprimere il parere dell’amore e della solidarietà all’interno di un percorso condiviso con quella persona che non è solo legalmente mia moglie, ma è, più informalmente, l’amore della mia vita e con cui è facile stare assieme in riva al mare al Frigidaire di Capalbio, mentre sarebbero queste le situazioni in cui ci sarebbe bisogno di reale vicinanza. Anche solo fisica, con la bocca chiusa a farsi compagnia. Un antidoto alla solitudine.

Mi domando che educazione possiamo dare agli uomini mettendoli sull’uscio, poi penso che nel mondo la violenza è in carico agli uomini. Tengo per me questo malumore e cerco di essere il più pragmatico.

Arianna mi scrive dall’accettazione mentre vado a sedermi in un bar aspettando arrivi l’ora di collegarmi ad una riunione. Il tempo passa con lentezza e sposto tonnellate di pensieri magici a destra e a sinistra. Cerco di non lasciare spazio alla rabbia che si allarga dentro di me. Mi sento escluso dalla possibilità di stare con lei, di tenerle compagnia senza nessuna pretesa di sostituirmi a medici o farmaci, provando ad essere un essere umano decente.

Arianna mi scrive che ha preso la seconda prima pillola, questa volta con un dosaggio superiore e speriamo che vada tutto per il verso giusto, ma ha bruciore in gola e ­temendo una reazione allergica­ le fanno una siringa di cortisone: “che non si nega a nessuno” o almeno così le dicono.

Poi passa un po’ di tempo, la riunione non la seguo davvero finché non mi scrive che la dimettono: corro a prendere la macchina e aspetto davanti alle porte scorrevoli del Centro Tutela Salute della Donna e Del Bambino, Asl di competenza Roma 1, via Garigliano 55. Virgola. Roma nord. Punto. A poca distanza da Villa Borghese. Punto.

Sono di nuovo lì. Assieme ad altre persone: immagino parenti. Donne, uomini, ragazzini: nessuno riesce a stare fermo. Chi cammina e chi balla sui piedi e tutti ogni tanto prendono in mano il telefono. Nessuno parla, nessuno. Nemmeno il corriere che consegna una decina di pacchi sull’uscio.

Arianna sbuca dalla porta con la faccia bianca e l’andatura più a zig-zag del solito e mi fa: “Non ci capisco niente, è come se non sentissi il mio corpo, andiamo via”. Andiamo via e, mentre chiacchieriamo, all’incrocio con l’Aurelia si mette le mani in mezzo alle cosce e mi dice “corri corri che mi sto perdendo tutto!”.

Tutti, in quelle settimane, hanno un’opinione al riguardo. Chiunque ha un’opinione, un appunto, una virgola da restituire sulle tue scelte, su cosa provi, su come cerchi di stare in piedi e, se non riesci a stare in piedi, hanno un’opinione su come stai seduta. Tutti, se non ci sono passati, hanno almeno due opinioni, perché possono immaginarsi difensori di ogni eventualità, mentre la verità è un’altra: la vita, se vuole, ti spezza ogni secondo in maniera imprevedibile lasciandoti senza parole e senza immaginazione.

Si può essere trascinati alla deriva tentativo per tentativo, pragmaticamente.
RU486 dopo RU486, arrivando a prenderla in farmacia, autonomamente, va bene, non mi opporrò di certo io che sono 38 anni che vivo sperando che chiunque sia autonomo a sufficienza per occuparsi di sé.

Però poi, se l’autonomia è al massimo, ma la capacità di orientamento è al minimo, con chi sei?
Quando tutto è imprevedibile, con chi sei?
Quando si rimane da soli con le proprie scelte, chi ci dev’essere a rispondere alle domande di conforto?
Quando sei davvero solo e autonomo, con chi sei?

Io non le ho le risposte, ho solo le sue domande.


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