La precarizzazione dell’ascoltatore o dello spettatore è a mio avviso quel risultato pratico ed emotivo per cui l’orizzonte di scelta del consumo culturale –costruito da una percepita infinità di scelta disposta ad un’altezza economica non raggiungibile per soddisfare il desiderio vero e presunto, autentico e artificiale del consumo stesso, in una doppia posizione orwelliana– che immobilizza il consumo culturale negandogli l’orizzontalità della scelta o della sua possibilità.
Si diventa così desiderosi di qualcosa che non sappiamo scegliere e che non possiamo permetterci di esaudire nella costante spinta a riformare sé stesso. È un desiderio inestinguibile ed è, come ogni desiderio impossibile, un’assenza che ci fa sentire in colpa provandola e non potendola colmare. Ci sentiamo colpevoli d’avere coscienza consumistica –accettandola come prodromo del desiderio del prodotto, giustificandoci nella ricerca dell’incredulità edonista– e non ne tolleriamo la finalità analitica –ammanettati ad un principio di non-scelta, per limiti strutturali, in opposizione all’offerta bulimica del capitale.
La contrazione della spesa in conseguenza di un impoverimento economico aumenta la percezione di questa precarizzazione culturale, anche in virtù dell’immersione costante che viviamo in questa ennesima fase di posmodernismo in cui non c’è una chiara distinzione tra l’arte per l’arte e il prodotto finanziario che la contiene. Se il valore sociale e morale era deducibile e scindibile dal valore economico, ora il valore sociale e morale è una metrica che indicizza la distribuzione e il valore economico, esattamente quanto –se non oltre– la sua assenza.
Decidere di spendere per qualcosa che riteniamo essere “di valore” diventa un atto di forza nel disorientamento che si percepisce nella neo-lingua promozionale (“impredibile”, “necessario”, “stupefacente”, etc.). Questa forza richiede un exploit di energie –emotive, per l’imposizione della scelta ed economiche, per la sostenibilità personale– che rinforza nell’ascoltatore o nel pubblico (in definitiva, senza altri mezzi termini, nel consumatore culturale) un sentimento di inefficacia, causando così l’opposto di ciò che pensiamo sia utile alla vendita (i valori): se non è possibile effettuare una scelta e l’agirla è un enorme investimento, useremo guardare al prodotto culturale come a un disvalore, cercando rifugio altrove.