“Te l’avevo detto”

Nei prossimi mesi pubblicherò un libro sulla musica travestito da saggio di filosofia politica (o forse un saggio di filosofia politica travestito da libro sulla musica) grazie a quella bella gente di Timeo.
Un paio di giorni fa mi sono messo il costume da topo nel mio stesso laboratorio e ho fatto cavia di me stesso.

[…] Il 18 novembre 2025 ero già ad un punto molto avanzato della scrittura di questo libro e da qualche tempo avevo tra le mie attività lavorative una consulenza stabile sulla comunicazione di una società. Parlando con le persone che quotidianamente seguono i social di questa azienda, abbiamo convenuto che sarebbe stato giusto provare ad alleggerire il tono delle relazioni pubbliche sfruttando le richieste dell’algoritmo di IG. Tra le best practice che Meta suggerisce, oltre al formato video reel, ci sono una serie di canoni estetici facilmente desumibili con un po’ di attenzione e frequentazione della piattaforma. Perciò, prima di lanciarmi nel fare disastri sulla comunicazione di un cliente mi sono detto che sarebbe stato divertente fare finalmente il gioco dell’algoritmo. Ho passato tempo a guardare questa macchina funzionare, ad abboffarmi di letture che ne criticavano i meccanismi più evidenti e quelli più profondi, anche speculando. Ho scritto a mia volta centinaia di pagine speculative sull’oscenità di questo tempo presente. Giunto a quel punto, potevo finalmente mettermi la divisa del bravo content creator, appoggiare bene i piedi sui miei 19mila followers guadagnati in anni di servitù digitale grazie ai tour, un secondo posto a Sanremo e una quantità incalcolabile di foto delle vacanze con mia moglie.

E così ho fatto.

Ho acchittato la libreria con un po’ di bei dischi –alcuni molto famosi, qualcuno no– e mi sono seduto per terra con due pile di vinili da 12 e 7 pollici. Un setting casalingo, comodo, sicuro e però ricco di sfumature per chi guarda. Ho iniziato a scorrere i dischi che avevo accanto a me mostrandoli di tanto in tanto alla fotocamera che mi riprendeva. Non dicevo niente, ogni tanto qualche espressione di soddisfazione e stop.

A questi 2 minuti e 7 secondi di filmato ho poi aggiunto un voiceover in cui facevo a pezzi il capitolo sul possedere le cose. Un capitolo che, tra le tante cose che ho scritto qui dentro, è quello che mi rende maggiormente insicuro perché sposta l’asse da una intellettualizzazione del servizio digitale ad una intellettualizzazione del bene materiale. Sento una buona distanza –anche etica, anche morale– nel tentare di risignificare una app e il processo emotivo e materiale che mi ha portato all’acquisto di un disco. Tant’è, mi sono detto che questa mia dissonanza potesse essere molto utile in questa sede: cos’è la comunicazione via social se non un’infinita dissonanza contenutistica?

Per ridurre a soli due minuti un capitolo che qui occupa numerose pagine mi sono imposto dei dictat lessicali: parlare semplice, usare un gancio comunicativo forte e quotidiano, fare name dropping di almeno un filosofo pop, tirarci in mezzo i maranza che in questi mesi sono un argomento trigger.
Ho esportato il video e l’ho pubblicato. Senza voler fare il cinema, né inseguire chissà quale qualità audio (ho usato le note vocali del telefono), questo processo mi ha portato via circa 40 minuti. 40 minuti che potevo dedicare ad altre attività, tipo iscrivermi ad una scuola di danza.

Come chiunque sono immerso nella logica capitalista, siamo i suoi pesci e lei è la nostra acqua. Cerchiamo di fare  il salto di specie, come miliardi di anni fa per dare corso all’evoluzione che ci ha portato fino ad oggi, ma è una fatica e quando non ci riusciamo riconosciamo che malgrado tutto siamo parte della questione.
Il 18 novembre 2025, il mio profilo Instagram languiva da anni in un interstizio digitale di grande comfort, non andava da nessuna parte ed era il deposito degli infiniti wall of text che scrivo con costanza. Ogni tanto passava qualcuno a commentare, ma percentualmente davvero poche persone si prendevano la briga di leggere e dibattere. Anzi, spesso succedeva che quello che appoggiavo lì dentro diventasse argomento di chiacchierate via chat o al bar con gli amici e le amiche più interessate all’argomento. L’algoritmo non mi premiava né mi menava.

Sono bastati 2 minuti e 7 secondi di video per accendere una macchina che non vedeva l’ora di ricevere il giusto carburante, premiare il creator e produrre engagement e retention. In 48 ore il contenuto è stato riprodotto 77mila volte per un totale di 19 giorni e mezzo di visione, raggiungendo 52mila persone, venendo commentato 130 volte e portandomi 140 followers in più.

Cosa ci potrei fare e cosa ci faccio con questi numeri? Come prima cosa ho fatto la cosa più sensata secondo l’algoritmo: un secondo reel “collegato” al primo, sfruttando il cosiddetto gancio e finendo per promuovere una replica del mio monologo. Ed è più o meno quello che dovrei e potrei continuare a fare per alimentare il circolo vizioso di cui ho parlato anche troppo lungamente in queste pagine: spostare il focus della mia attività per costruire capitale simbolico nella speranza di estrarre capitale economico, non più seguendo quello che sarebbe il mio desiderio, la mia immaginazione e –infine– ciò che mi fa felice, ma adeguando la mia identità creativa alle richieste di un’enorme corporation digitale che indietro non mi ha dato nulla. Se avessi impiegato quei 40 minuti –facciamo 60 per comodità, per arrivare ad un’ora– per scrivere altre pagine di questo libro sarebbe stato più utile per la mia anima e anche per le mie tasche. Se avessi impiegato quei minuti nell’inseguire le cose che mi piacciono, oppure nell’espletare alcune questioni di dovere lavorativo, avrei idealmente anticipato di 60 minuti il momento della fattura. Invece ho ceduto gratuitamente il mio lavoro a qualcosa che ha un disperato bisogno di me di certo non perché indigente e marginalizzato, ma perché magnificazione ultima dell’estrazione di plusvalore dall’esperienza umana.

Per fortuna il tempo in cui ho –come artista– e abbiamo –come band– ascoltato le richieste di chi rappresenta gli algoritmi e lo stack sono finiti. Ho molto più tempo per fare le cose che mi piacciono, tra cui pensare oltre il capitale musicale.

Mi dico da solo: “te l’avevo detto”.


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