Estratto conto e conflitto

Pochi giorni fa, Jonathan Bazzi ha pubblicato sui suoi social uno screenshot del suo estratto conto: trentacinque euro di entrate. L’avete visto tutti perciò la faccio breve. Ha innescato l’ennesimo dibattito virale sul lavoro culturale precario in Italia con migliaia di commenti, condivisioni, prese di posizione. Gente che citava Bourdieu, altri che tiravano fuori il capitale culturale, qualcuno che accusava Bazzi di cercare visibilità, molti altri che esprimevano solidarietà.

Christian Raimo ha notato, nel suo pezzo su Appunti di Feltri su Substack (una matrioska di strutture del capitale), che era morto Paolo Virno proprio in quei giorni –uno dei filosofi italiani che più hanno ragionato sul lavoro cognitivo nel postfordismo– e che praticamente nessuno, in tutto quel dibattito, l’aveva citato. Sosteneva, a ragione veduta, che abbiamo perso anche il vocabolario per pensare strutturalmente questi problemi.

La posizione che mi ha colpito di più (come coccola) è stata l’osservazione di Silvia Gola su Medium: questo stesso dibattito si ripete tale e quale ogni due-tre mesi. Stessi argomenti, stessi filosofi francesi citati, stesse posizioni performate. E il risultato? “Nulla, niente, qualcuno ci tirerà fuori un’ospitata, qualcun’altra un invito a un panel. Per il resto di noi, non cambia nulla.”

Chiamiamo questa cosa “dibattito pubblico”. Ma è questo dibattito, è fisicamente un dibattito?

La confutazione come pratica materiale

Per capire cosa abbiamo perso, basta guardare a forme di confronto che non sono mediate dal capitale. Prendiamo il dibattito monastico tibetano–il rtsod pa. Non perché i monaci siano più saggi, ma perché ci mostra cosa succede quando la ricerca della verità non passa attraverso l’estrazione di valore.

Il metodo è semplice: devi accettare le premesse del tuo avversario e dimostrare che portano a una contraddizione interna. Non puoi invalidare la persona, devi confutare la posizione. E chi perde impara qualcosa sulla debolezza del proprio ragionamento. È un processo che produce conoscenza, non engagement.

Qui il punto non è copiare i monaci. Il punto è capire le condizioni materiali che rendono possibile quella pratica: un’istituzione che non estrae profitto dal confronto, un tempo non frammentato dall’economia dell’attenzione, un’infrastruttura costruita per la ricerca della contraddizione logica invece che per la valorizzazione del capitale.

Non un social, ohibò, in cui non abbiamo nessuna di queste condizioni.

Il dibattito come produzione di plus-valore

Torno al post di Bazzi. Cosa è successo davvero?

Praticamente nessuno ha affrontato le sue premesse. Invece: si è letto “Ma perché vuoi essere pagato?”, “È la smania di esserci”, “I soldi non ci sono”, “È sempre stato così”. Il primo movimento è sempre invalidare. Ma questo non è un bug, è una feature.

Jodi Dean ha spiegato bene il “capitalismo comunicativo”: sui social media ogni contributo–anche il più sincero, il più argomentato–diventa immediatamente valore economico per la piattaforma. Il dibattito sul lavoro precario è lavoro precario. Bazzi denuncia di guadagnare 35 euro al mese e mentre lo fa produce migliaia di interazioni che generano profitto per Meta. L’ironia è perfetta, ma non è casuale.

Il contenuto è intercambiabile: che tu stia esprimendo solidarietà o insultando, stai comunque producendo engagement. La piattaforma non distingue tra “dibattito costruttivo” e “flame war” –conta solo il tempo di permanenza, i click, la circolazione. Il plus-valore non viene estratto dalla qualità del ragionamento, ma dalla quantità di attenzione catturata.

Attenzione però, questo non è un problema tecnico che si risolve con una migliore architettura delle piattaforme. È un problema strutturale. Le piattaforme sono progettate per atomizzare, non per aggregare. Per individualizzare, non per organizzare. Per trasformare ogni potenziale collettivo in una somma di monadi che performano identità.

L’ideologia del dibattito social

Credo ci sia un livello più profondo. Il “dibattito social” stesso è diventato una forma ideologica che nasconde i rapporti materiali e impedisce l’organizzazione.

Gola lo dice esplicitamente: “Ho letto 350 persone scrivere su Facebook che bisogna organizzarsi ma solo 35, poi, si organizzano.” Il dibattito social diventa sostituto dell’azione poiché parlare di organizzazione diventa il modo per non organizzarsi. Discutere di conflitto di classe diventa il modo per evitare il conflitto.

Questa è l’ideologia secondo Marx: non una falsa coscienza, ma una forma di coscienza funzionale ai rapporti di produzione esistenti. Il “dibattito social” ci fa sentire politicamente attivi mentre siamo materialmente impotenti. Ci fa credere di partecipare alla sfera pubblica mentre stiamo solo producendo contenuto gratis per miliardari.

Basta guardare come il caso Bazzi è stato trattato: psicologizzato, individualizzato, moralizzato. “Vuoi visibilità”, “Sei privilegiato”, “Dovresti dire di no”. Rarissimi i casi di “Questo è un problema di classe che richiede organizzazione collettiva”. Altrettanto rari i “Dobbiamo costruire forme di contropotere materiale”.

Gola ha ancora ragione quando dice: “[…] unico settore in cui lavoratori e lavoratrici pensano di non potersi permettere il conflitto perché ‘poveri editori’. Unico settore in cui si pensa che siamo sulla stessa barca e dobbiamo unirci.” Questa è ideologia pura. Gli editori non sono “sulla nostra barca” –sono imprenditori che estraggono valore dal nostro lavoro. Il “dibattito” culturale ha trasformato un rapporto di classe in una questione di amicizia tradita.

Il realismo capitalista e la fine dell’immaginazione

Mark Fisher (ora pro nobis) parlava del realismo capitalista come dell’impossibilità di immaginare un’alternativa al sistema presente. Il dibattito pubblico contemporaneo è realismo capitalista applicato alla prassi politica. Non riusciamo più a immaginare una confutazione che non sia mediata dall’economia dell’attenzione. Non riusciamo più a immaginare un’organizzazione che non passi attraverso la performance identitaria sui social. Non riusciamo più a immaginare un conflitto che non sia spettacolarizzato.

E allora cosa facciamo? Ripetiamo il ciclo. Ogni due mesi qualcuno posta l’estratto conto, tutti commentano, nessuno si organizza. “La mamma dei post di lamentele sul lavoro culturale è sempre incinta”, scrive Gola. È una gravidanza eterna che non partorisce mai nulla.
Il problema non è la mancanza di analisi. L’analisi c’è, è ovunque. Virno –come ricorda Raimo– l’aveva già fatta vent’anni fa. Il problema è che l’analisi è diventata merce: si consuma, si condivide, si accumula come capitale culturale. Ma non si traduce in organizzazione materiale.

Dall’io al noi (per davvero stavolta)

“Finché ‘uno’ rimane il numero più importante della nostra scala di valori, non cambia nulla”, scrive Gola. “Possiamo anche ridere di chi dice di ‘essersi fatto da solo’ e pensare sia molto anni Ottanta. Dopodiché, dire sempre ‘io’ è una riproposizione à la page della stessa solfa.”

Questa è la contraddizione centrale del dibattito contemporaneo: parliamo di problemi collettivi usando grammatiche individuali. Bazzi posta il suo estratto conto, altri postano i loro, ognuno performa la propria precarietà. Il risultato è una collezione di solitudini, non un soggetto collettivo.

L’organizzazione richiede l’opposto: l’abbandono dell’“io” come unità di misura. Richiede che chi ha il privilegio di dire “no” lo usi strategicamente, non moralisticamente. Richiede che si smetta di pensare agli editori come amici e si cominci a pensarli come imprenditori con cui si ha un conflitto di interessi strutturale. Soprattutto richiede questo: smettere di produrre valore per le piattaforme mentre si discute di come si è sfruttati. Organizzarsi significa costruire infrastrutture alternative–non perfette, non pure, ma fuori dalla logica dell’engagement come valorizzazione del capitale.

“Mi ricordavo che gli intellettuali erano quelli che provavano a cambiare il sistema, magari mi ricordo male io”, scrive Gola alla fine del suo pezzo. Non ha torto. Secondo me il punto è ancora più radicale: il “dibattito” contemporaneo non è solo inefficace nel cambiare il sistema, è parte del sistema. È uno dei modi attraverso cui il capitalismo contemporaneo estrae valore e impedisce l’organizzazione.

Non ci sono soluzioni individuali. “Dibattere meglio” sui social non serve. “Essere più consapevoli” dell’algoritmo non serve. Citare i filosofi giusti non serve. Tutto questo è ancora dentro la logica della performance e della valorizzazione.

Quello che serve è banale e neanche troppo difficile: organizzazione materiale. Riunioni, non post. Conflitto, non dibattito. Costruzione di contropotere collettivo, non accumulo di capitale culturale individuale.
Il monaco batte le mani per tagliare via l’ignoranza. Noi battiamo le dita sulla tastiera per nutrire l’algoritmo. Tra due mesi, qualcun altro posterà il proprio estratto conto. E il ciclo ricomincerà, identico, funzionale.

Sapere la differenza è il primo passo. Ma solo il primo. Il secondo è smettere di confondere la parola con l’azione, il dibattito con l’organizzazione, la performance con la prassi.

Il terzo è chiedersi: ci vediamo in riunione?


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