Pensare dopo Gaza

Poco tempo fa ho concluso la lettura di “Pensare dopo Gaza” di Bifo. Non ne ho mai scritto in pubblico, forse perché in fin dei conti sono arreso davanti ai capitalisti delle piattaforme: scelgono loro per tutti, allora che senso ha citare, in un contesto da social network, un libro del genere?

Epperò, l’uccisione di altri giornalisti mi ha messo addosso un rimescolo diverso da quello precedente. Ho lucidamente pensato: corpi sventrati mi arrivano nello schermo grazie al lavoro di qualcuno. Se questo qualcuno scompare non sarò più testimone dell’orrore, ma sarò tenuto all’oscuro della malvagità perpetrata verso quelle persone. Questa ipotesi contravviene al mio unico credo: più cose so, meno sono debole.

Così ho ripensato al libro di Bifo, che non è un’analisi geopolitica come tante, ma una riflessione quasi disperata su dove stiamo andando come umanità. Una visione che è forse la più radicale e spietata nella storia del pensiero di Franco Berardi.

Il punto centrale da cui parte Bifo è che Gaza non è solo un conflitto, un’altra guerra da seguire al telegiornale. È un sintomo, il segnale che qualcosa si è rotto per sempre: la “terminazione dell’umano”. Non intendendo che ci estingueremo fisicamente domani, ma che stanno svanendo le qualità che per secoli abbiamo considerato umane: l’empatia, la compassione, la capacità di vedere l’altro come un nostro simile.
Bifo parla di una ferocia tecnologica immaginando la brutalità di sempre, ma potenziata da una tecnologia che la rende fredda, distante, quasi chirurgica. È l’orrore trasmesso in diretta, che guardiamo sui nostri schermi fino a diventarne assuefatti. Gaza diventa così il laboratorio a cielo aperto di questa nuova normalità, dove il massacro è un contenuto da social media.

Bifo arriva a definire Gaza un “Auschwitz con le telecamere”. Si domanda: come è possibile che le vittime di uno dei più grandi orrori della storia si trasformino in carnefici? Secondo lui, questo accade quando un trauma gigantesco non viene elaborato. Invece di generare saggezza e compassione, crea un mostro che ripete all’infinito la violenza subita, in un ciclo di vendetta senza fine.
È come se la memoria storica, invece di essere un monito, diventasse una gabbia, una condanna a rivivere il passato. E ancora e ancora. Fino ad arrivare ad una aberrazione dei ruoli.

Di fronte a tutto questo, che ruolo ha la nostra ragione, il nostro pensiero critico? Secondo Bifo, quasi nessuno. La logica, le analisi politiche, gli appelli all’ONU… tutto inutile. È un linguaggio che non ha più presa sulla realtà. La violenza ha raggiunto un livello tale da mandare in cortocircuito la nostra capacità di comprenderla e di reagire razionalmente.
E allora che si fa? Qui Bifo conclude definitivamente la parabola del suo pensiero sul sabotaggio per ufficializzare l’ultimo stadio (de)evolutivo. La sua proposta è tanto estrema quanto affascinante: “disertare la storia”. Significa smettere di pensare in termini di identità nazionali, di traumi passati, di debiti e crediti storici. Significa, in un certo senso, liberarsi dal peso di una memoria che ci incatena all’odio e alla vendetta. È un invito a uscire dal gioco, a rifiutare le narrazioni che ci costringono a scegliere da che parte stare in un massacro.
“Pensare dopo Gaza” non è un libro che dà risposte facili o speranze a buon mercato. Anzi, chiede: “Ora che la ragione ha fallito, ora che l’umanità sembra un concetto vuoto, tu, da che parte pensi?”. È una lettura mostruosa, ma assolutamente necessaria per chiunque voglia provare a capire la brutalità del nostro tempo.


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