Durante la scrittura del libro mi sono ritrovato a ragionare sulle differenze di classe sociale che ho vissuto durante la crescita. Pur non essendo io una persona con un background marginalizzato, la mia estrazione sociale mi ha esposto a differenze sostanziali nei confronti di persone che conoscevo e che tuttora conosco: nelle parole, nei vissuti, nelle cose che avevano o che decidevano di non avere.
Nel libro mi sono fermato su questo ultimo dettaglio solo su un piano simbolico. Il protagonista non si ferma troppo attorno ai beni materiali – pur avendo il cruccio di affitto, bollette e per l’appunto l’assicurazione – ma passa molto tempo nella propria automobile, adibendola a luogo itinerante dell’anima. Da un lato rappresenta il mezzo di liberazione per soddisfare il proprio edonismo ma rimarca ogni giorno la condizione di schiavitù lavorativa a cui è obbligato per vivere.
Andrea Costa, proprio come noi, vive esposto a narrative progressiste che utilizzano la c.d. mobilità sostenibile come una clava culturale, esponendo chi adopera il mezzo privato ad un giudizio negativo avulso dalle infinite peculiarità a cui la vita working class obbliga (distanza con il lavoro, turni all’alba o serali o notturni, impegni famigliari, etc.) e che non include nell’equazione l’istituzione pubblica come responsabile delle cattive infrastrutture di trasporto pubblico e, quando presenti, della loro difficile sostenibilità economica (l’orizzonte dovrebbe essere il trasporto pubblico gratuito).
In scorta a queste valutazioni, pur accorgendosi di quanto le istanze ecologiste siano importanti, non può comunque rinunciare al mezzo privato perché è una forma di emancipazione verso ciò che desidera e gli appartiene come i suoi amici, nel difficile incastro con la vita del dovere lavorativo.
Ritornando al sottoscritto, che con Andrea Costa condivido ben poche cose materiali, ho dovuto ripensare a quanto, da parte di molte persone, la rinuncia razionale ad alcuni beni fosse invece una trasmutazione della differenza di classe. Chi ha un background working class che non era e non è solo non-ricco, ma è una persona nata in una condizione di basso capitale culturale e relazionale, e l’acquisto di beni materiali che afferiscono all’immaginario delle classi più abbienti si configura come una possibilità di migliorare edonisticamente le propria vita.
In questo senso, è l’intera categoria di prodotti a rappresentare un traguardo, ben lontano dalla vana attrattiva del singolo oggetto.
Cerco di spiegarmi: è l’automobile, non il Mercedes. È l’enorme scritta GIVENCHY sulla tuta che indossano tutti i cazzo di giorni i regaz egiziani qui sotto casa mia, non l’abito da sera della stessa marca.
Nessuno di loro e di noi e di voi se ne farebbe mai niente di un abito Givenchy: la working class non viene invitata in eventi come il MET Gala che sono ad appannaggio di una classe intellettuale e posizionale che sempre di più fa scopa con il capitale finanziario.
Da esponenti di questa classe intellettuale abbiente e posizionale ho sentito pronunciare – anche in tempi recenti –discorsi vanesi sul non-possesso. Discorsi aconflittuali, semplicemente, appunto, posizionali: in queste dichiarazioni pubbliche, scegliere di non avere ciò che gli altri ritengono uno status, è un modo per elevarsi moralmente mostrando quanto la propria vita non necessiti di alcuni beni materiali (e non) che definiscono statutariamente la classe sociale. Un pauperismo di ritorno.
Avrete incontrato di sicuro molte persone, spesso abitanti nei centri storici, farsi vanto del non possedere l’automobile. Chiedete ora ad un addetto della logistica Amazon se può prescindere dal proprio mezzo privato. Chiedete ora a chi non può permettersi un’automobile come valuta la propria qualità di vita.
Il possesso di oggetti è la realizzazione di una desiderio più profondo e idealista: avere una vita migliore.
Lasciate perdere per un attimo Naomi Klein e la critica al capitalismo in ogni sua affermazione produttiva, pensate a quale significato diamo agli oggetti che possediamo: a quell’anello, ad una maglietta, ad un motorino, ad un computer, allo smartphone da cui mi state leggendo. Il portato simbolico di ciò che possediamo è inestricabilmente legato alla classe sociale da cui proveniamo e a cui apparteniamo. Solo chi nasce ricco può fare vanto di non provare desideri verso il possesso, perché già ha o potenzialmente può avere.
Questo desiderio (di classe), in quanto materiale psicanalitico, trova un suo interprete in Mark Fisher – nei suoi scritti su k-punk poi raccolti da Minimum Fax – nei quali invitava a rifiutare atteggiamenti depressivi indotti dal capitalismo e “valutare in modo responsabile e pragmatico le risorse a nostra disposizione qui e ora, e riflettere su come utilizzarle al meglio e incrementarle. Di muovere – magari lentamente, ma con assoluta determinazione – da dove ci troviamo oggi a un luogo molto diverso”.
Questo luogo, nelle biografie working class si accoppia bene con quanto detto da Amir Issa e riportato nella prefazione di “Maranza di tutto il mondo, unitevi!”:
Quello che accomuna i rapper di «seconda generazione» in Italia, in Francia o in Inghilterra, così come quelli che qui chiamano i maranza, è il sentirsi nel mirino, nemici della società, e rispondono con la provocazione. Quando lo Stato non ti riconosce, l’unica risposta possibile è questa. Anche se firmano un contratto con una major da un milione di euro, l’attitudine non cambia: la rabbia resta. […] È un tema delicato e scivoloso, lo so. Oggi i rapper, soprattutto quelli di famiglie povere, si fanno vedere con gioielli e macchine di lusso. Del resto già negli anni Ottanta i rapper afroamericani si facevano le foto con catene d’oro larghe come le catene di un motorino. Il rivendicare che sei riuscito a ottenere degli oggetti materiali che prima non avevi, anche questo è un atto politico. Stanno dicendo: perché io dovrei salvare la società? Io voglio avere le cose che non ho mai avuto. È una rivendicazione di potere da parte dei maranza. Si esprime in un linguaggio differente dal passato, va compresa con un’altra lente di ingrandimento.
Diffidate da chi non esprime desideri di possesso, potrebbe essere il vostro padrone di casa.